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Prefazione a
Leggenda

Ermellino Mazzoleni

Colloquio con Lilia

Non sei letterata, Lilia. Cucini lo stufato, ami e combatti il tuo sposo, lavori l’orto, leggi i libri e te li fai linfa e sangue, combatti e ami le tue figlie. Fai la vita e la vita ti fa, quella che sei e come sei, quella che non sei, fai la poesia e la poesia ti fa. Questa “Leggenda” tu l’hai scritta, anche lei ha scritto te. Leggenda delle persone che ti hanno catturata e di te, di storie minime affioranti dal quotidiano, d’avvenimenti che brillano un attimo e t’illuminano. E fra la prima composizione e l’ultima, una volta dicesti, un singhiozzo. Hai lavorato due anni per staccarti dal clima delle opere precedenti in lingua e in dialetto, per immettere fra quelle e l’attuale raccolta una distanza ideale. Hai voluto maturare un tempo spirituale diverso, esprimere una differente sensibilità, tentare un’altra sonorità, lontana dal tuo dialetto trentino carezzato come un moroso, che alterna dissonanze di grandine e silenzi nivali, tranquillità di fiordo e frustate ventose, fragore di cascate e brezze di baci. Musica Bruckner, musica Zandonai.

La tua leggenda trattiene un senso sacrale da tramandare come un testamento per affermare che scrivi, pertanto sei; più esattamente: sei, pertanto scrivi. Ti confessi di fronte ai sogni e alle ossessioni, agli incanti e alle durezze, all’alba allorché torni conscia del vivere, alla notte quando ti liberi dai mascheramenti e dalle finzioni. Ti denudi per essere come sei, consapevole che esisti. Ma esisti dove e quando, esisti chi e perché? È la perenne ricerca della verità, spesso drammatica, talvolta serena e gioiosa. C’è chi la verità se la manda a memoria, chi la graffisce sui muri, chi la segna sulla mano. Tu la incidi sulla pagina a ricordarla poiché, come repentina appare, altrettanto repentina la verità si mimetizza e dispare. Anche noi mutiamo, ci eleviamo e decadiamo, siamo e non siamo, cento volte nasciamo, cento volte moriamo e ritorniamo a nascere.

Io tento d’immergermi nella tua leggenda, di vedere con i tuoi occhi, di palpitare la tua felicità, d’ansimare la tua ansia, di pormi le tue domande, ma non posso sovrapporre le mie esperienze esistenziali alle tue, conscio che Leggenda ti appartiene intera perché da te vissuta. Perciò le domande te le rilancio. Il mio è uno sguardo in tralice sulla tua anima; come ogni lettore intravvedo altro da ciò che scorge il poeta, ho miopie di chi non sa leggere al di là della parola. Più che un intervento critico, il mio è un colloquio con te sulle persone che ti sono entrate nelle arterie e nella mente, il paesaggio respirato come il primo amore, la vita che ti ha lusingata e unghiata, gli abissi della psiche su cui getti un lampo di conoscenza. Scrivo nella tua scia, ti vengo incontro, ti vengo contro.

Nella tua raccolta non esiste un tempo definito, ma l’esistenza che affonda nei secoli, emerge nel presente in un’atmosfera di magia e di realtà dove si muovono re e cavalieri, regine e saltimbanchi, castellane e naufraghi. In mezzo stai tu, favola di te stessa. E’ un mondo fiabesco, evocante il medioevo letterario e l’immaginario collettivo, che non pervade però tutta la silloge. Rappresenta un’evasione dal reale, motivata dall’esigenza d’inventare il sogno, di tenere testa alla ferocia dell’esistenza. Non si tratta di un aspetto onirico, né di una visione romantica, ma di una ribellione fantastica della vita. Nel tempo sopra accennato, prendono forma il padre e la madre assunti a mito, eppure dolorosamente vestiti d’umanità.

Le composizioni a loro ispirate palesano la tua disponibilità ad accettare amorevolmente le loro personalità e a subirle, ma svelano anche una rivolta spirituale. In “Falciato il grano” esplode il conflitto fra la figura fantasticata del padre e quella reale, fra il mito da te costruito e l’idolo infrantosi negli anni, il conseguente allontanamento sentimentale.

Mi hai detto addio senza saperlo.
Definitivamente. Falciato il grano
coi suoi balli segreti, falciato
il pianto inutile del sogno.
Sei scomparso oltre la collina.
Di me bambina è rimasto il nulla
che invento testarda a ogni passo.

Più violento il contrasto con la madre, incapace d’esprimere il proprio amore, forse per un pudore estremo, al limite della chiusura nella torre d’avorio delle proprie introversioni e timidezze. Scatta, pertanto, la tua reazione che coincide con una viscerale, orgiastica maternità.

...Ed eri tu, luna mattiniera
a destarmi senza bacio, ferita viva
che mi porto dopo millecentocinquanta
libri e uno, scritti da chi sapeva il sangue
raggrumato nella gola.

(...)

Guerriera senza scalpi alla cintura
ballo, spruzzando latte al vento
da mammelle che sanno il succo della vita.

Leggenda canta l’esistenza con levità e crudezza, celebra un amore innocente e sensuale, radicato alla natura, che fiorisce e matura in un mondo vegetale: “Appuntamento”. Oltre che un’impietosa indagine introspettiva, affiora una vita mediata da inconsci segnali simbolici, in bilico fra gioia e dolore, fra certezza e incertezza. Il nucleo poetico risiede in un sentimento originante una serie d’ immagini che talvolta si fondono, talaltra si avversano: “Crepuscolo”. Il tema della morte, che stronca la fanciullezza, s’innesta su quello della guerra ed è immesso in un flusso struggentemente fatalista: “Favola ultima”. E’ il tuo modo drammatico di vivere le tensioni sociali, è anche il modo d’appartenere a questo tempo da cui ti senti, se non esclusa, quanto meno lontana. C’è in te una discordanza fra il tempo anagrafico e quello psicologico; sei donna dai profumi antichi, dalle antiche sensibilità. In “Al mercato vecchio”, il volto della guerra è affidato alle cose violate che raffigurano il furore contro l’uomo, un volto tanto più vero perché privo di retorica, tanto più spietato quanto più i versi disegnano una desolante nudità.

E c’è un carro che passa, cigola
la sua immagine moncherino.
E un organetto cieco sullo sfondo.

Altrove, accendi la memoria di una seduzione apparentemente inconsapevole, tuttavia, raffinatamente e maliziosamente conscia: della consapevolezza dei sensi più che dell’intelletto. In una lirica è evidente il dato autobiografico: “Resa”, vocabolo ricorrente, allusivo della resa all’amore, al destino, soprattutto, dell’accettazione, non so quanto libera e immediata, quanto necessaria e obbligata della vita. In un’altra composizione la sensualità assume una dimensione apollinea.

Sfilacciano le nubi i capelli
e i seni nocchieri dirigono le stelle.
La rotta delle ali perdute nello sguardo
è la mia e mio è il corpo spolverato d’oro.

C’è una domanda che mi preme. Che processo usi nell’interpretare la realtà? Certamente, non sei tu che t’identifichi né affondi in essa, è la realtà che affonda in te. La tua fantasia la trasforma, il tuo essere segna la realtà esterna di un tempo interiore: “Notturno”, oltre che di un marchio individuale, fondato sulla conoscenza lirica in cui si mescolano la storia e la cultura, il dramma e il sorriso, una trasognata fanciullezza e l’ansiosa maturità. Ti apri all’altro, Lilia, e ti rinchiudi in te, tesa a vivere e a portare alla luce un’esistenza sotterranea, perennemente mutevole e contraddittoria.

Sostieni, infatti, con un atteggiamento realistico che “il dolore | è necessario alla gioia | come il paradiso all’inferno”. Contemporaneamente, cerchi l’affermazione dell’essere e sei tentata dall’annientamento, sfiori l’abisso e lo fuggi, insegui i fantasmi e li scacci, cedi al desiderio di morte e lieviti un’ambigua maternità.

...Ho voglia
di una culla ultima
e del respiro impercettibile
di un grembo.

C’è un’altra domanda. Che lingua è quella di Leggenda? In continua tensione, a somiglianza di un felino in agguato, a cogliere un lirismo concentrato sulle immagini: “occhi di pozzo, “mani di paglia intrecciate”, a inventare figure surreali: “mare capovolto”, “cieli rovesciati”, “plenilunio cieco” che si accostano alle caleidoscopiche fascinazioni di Chagall. Indicano, inoltre, un’insoddisfazione della realtà, l’anelito di una rivoluzione fantastica. E’ una lingua risultante da conflitti emozionali, da chiarezze logiche, dalle angosce maturate negli anni. Abbondano metafore originali, così pure atmosfere ai confini del sogno. All’interno dei ritmi vi sono versi che rasentano il barocco, spesso vi aderiscono, talvolta lo eccedono; altri versi, invece, sono polposi come un frutto, altri ancora appaiono secchi, inquieti di nevrosi, rasoianti.

Questo cuore vestito di leggenda
è uno straccio che fruga tra i detriti.
In rovina i palazzi. Le bandiere
battono solamente venti d’agonia
come puttane le leggi del mercato.

Viene il momento in cui fieramente ti confessi, come in “Travestimento”, “Dissonanza”, “Smarrimento”. Sei semplice e schietta, senza specchi riflettenti civetterie, compiacenze, calligrafismi. Acquisti, allora, consapevolezza di poeta.

...Musica
questa poesia, tizzone ultimo
per i falò d’inverno.

Rispetto alle raccolte antecedenti, “Leggenda” s’impone per lo sviluppo stilistico; minori sono le rime sussurrate, i vocaboli alitati. Si evidenziano timbri più scintillanti e una fibra fonica più robusta, insieme ad alcune sinuosità melodiche riverberano sonorità vigorose. Infine, la parola, pur non cessando di essere carezza, diviene spesso graffio, incisione, taglio. La versificazione vibra, non tanto di sfumature e di gradazioni tonali, quanto del netto contrasto di suoni e di colori. Realizzi, così, una variazione del vocabolo mediante un diverso modo di usarlo e di adattarlo all’esigenza lirica. Soprattutto, rendi visibile un differente modo di porti di fronte alla lingua, ti ci cali dentro e la contempli, la asmi e la respiri. E’ un mutamento temporale e psicologico, fatalmente poetico.

Giostravo la rosa dei venti
come la ballerina di flamenco
il suo ventaglio. E’ solamente mio
questo amore rabbioso di rinunce,
mio il timone per il naufragio.

Il fulcro di Leggenda è il tuo io, Lilia, il tuo essere donna e poeta dalla psiche fragile e imperiosa, dall’accentuato narcisismo poiché sei la protagonista che si narra e s’interpreta, s’interroga e si risponde. Hai la pulsione d’indagarti per tentare una definizione della tua avventura esistenziale indecifrabile, ondeggiante fra l’accettazione della realtà e la volontà di perennarti. Più prosegue la lettura di Leggenda, più traspare l’idea germinale che la feconda: l’appassionato desiderio d’immortalità. Che importa, Lilia, se non sei letterata? Fermenti poesia, limpida e tenera, aspra e dura, talvolta irosa. T’abbeveri d’esistenza, la soffri e gioisci; forse la comprendi, forse no. Ce ne dai l’odore, il gusto, il sentimento. Questo importa.

Bergamo, Corpus Domini 1998

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