Servizi
Contatti

Eventi


Prefazione a
Striarìa

Tavo Burat

L’ incanto del bosco ritrovato

In un tempo non remotissimo, l’arco alpino era ancora coperto da un manto sconfinato di conifere, di querce enormi, di frassini, betulle, olmi, tigli, poi anche di castagni, pullulante di cervi, lupi, orsi, linci, uccelli maestosi come l’aquila ed il gipeto e minuscoli come il régolo e lo scricciolo.

Il “genio” di queste foreste era così forte, da essere quasi tangibile dagli abitanti che le popolavano di spiriti soprannaturali. Le foreste sono sparite, ma le tradizioni narrano ovunque in Europa di fate, gnomi, folletti, elfi occasionalmente veduti dagli umani, molti dei quali hanno giurato della loro esistenza. La letteratura riporta accenni precisi. Basterà ricordare il medico scrittore, svedese, Axel Munthe che, nel suo libro autobiografico Storia di San Michele, racconta il suo incontro con uno gnomo durante un viaggio in Lapponia. Il numero di Natale 1920 della rivista londinese Strand Magazine riporta un servizio clamoroso dello scrittore Arthur Conan Doyle: due fanciulle dello Yorkshire avrebbero addirittura fotografato le fate che, nelle immagini illustranti l’articolo, appaiono piccine ed alate come libellule. Non è qui il caso di appurare se gli incontri e le foto siano artifici; diciamo, invece, la nostra sorpresa gioiosa di aver incontrato uno stormo di quarantasette fatine dalle ali color acqua, come le libellule che da bambini vedevamo coprire gli steli della radura ed ogni chioma delle pannocchie nel campo di mais.

Ma questa Striarìa di Lilia non è soltanto l’occasione fortunata di un incontro già di per sé prodigioso, ma soprattutto una guida per entrare nel mondo magico della sacralità del bosco ritrovato.

Mentre la poesia in “lingua” ci appare sempre più rarefatta ed artificiosa, priva di musicalità, di freschezza, quella nelle parlate regionali – quando è riuscita ad evadere dal ghetto vernacolare in cui era stata confinata, e ad approdare alla lirica del dolce stil novo che a partire dagli anni “30 ha rinnovato la poesia così detta “dialettale” – costituisce una miniera di pietre preziose. In quest’isola di poesia autentica, si distingue quella di Lilia per l’originalità squisita, per il suo simbolismo raffinato.

Che io sappia, c’era finora un solo esempio di poesia scritta da uno “spirito di natura”, in quel caso di un Sarvan, l’uomo selvatico piemontese che in Trentino è il Salvanèl ( e che, in entrambe le parlate, è anche la gibigianna, cioè il riverbero del sole su uno specchio): barbo Tòni Bodrìe” (Antonio Bodrero), poeta in piemontese e nella variante alpina della lingua d’Oc della sua val Varaita, recentemente scomparso.

In Striarìa, l’universo poetico è quello di una Vivana, fata dei boschi. Al limitare del suo mondo, accetta , lettore, il suo invito: Se te me zercherai, | no sta gaver paura del bosch. | Làssete ‘ngiotir da la so boca verda | quando i silenzi i deventa canzon |… | no sta gaver paura del lóv | se nò finiss l’encant.

Che il tuo incontro sia con una Vivana, non ci sono dubbi: Gavévo en vestì de brocón | e de erbe endrezzadi | a la rasa dei laresi |… | E ti gnanca | te savevi le striarìe. | Te l’ò ensegnade na not | de tompesta senza costrut; … Mi | lizéra come la rosada | sora ‘l fior…; Arfi de fada el nòss amor; En la tana de l’ultima luméta | ghe son mi vestida de mus’cio | molesin come l’ensògni ‘pena nat. | …  |Mi son ancora mi, quela che ride, | che sa l’encant dei fiochi su la bruma | quando che la se nina.

Del suo abito, la gonna è un motivo danzante: … Na vesta che giostra le so not, che la girava en le boche de mél dei rododendri, e che enrapolada la bina | la rosada per cavarte la sé.

Il bosco e Lilia nell’osmosi poetica costituiscono un’unità: en bosch encantà sto me còr che, come en schiràt, el ràmpega ‘ntrà i ‘nsògni | per en lamp de destràni. E così la natura si umanizza: i so silenzi i me còcola | de pù de na parola; el sol se stira ‘ntrà i scuri; i fiori i struca l’òcio al dì; l’è en strazzaròl el vent; le ponte sbriseghìne dei pézzi | le ghe fa le gatìzzole al sole; el nòss amor sassinà, inozènte | come ‘l svoltolamént de la luna | sora le ninenane; Gh’è l’anima del bosch su la me facia, | el sgrisolón dei pézzi al manaròt, | el coriosar del rif a bissabòa |… | sfantarse come la rosàda quando l’è ‘nnamorada; La luna la ride, | la bala, la se descamisa | putana ‘n mez al prà; L’aqua del rif che ciama la sortìva | la gà el tremolar de la me voze. Ma in ogni poesia ci sono versi che confermano questa osmosi con il bosco. Lilia sa risalire all’unità segreta e originaria dell’anima in cui “Comme de longs échos qui de loin se confondent | dans une ténébreuse et profonde unité, | vaste comme la nuit et comme la clarté, les parfums, les couleurs et les sons se répondent”: Come lunghi echi che di lontano si confondono | in una unità profonda e tenebrosa, | vasta come la notte ed il chiarore, i profumi, i colori ed i suoni si rispondono. Perché poetare è “renaître au ciel antérieur où fleurit la beauté”: rinascere nel cielo anteriore dove fiorisce la bellezza (Beaudelaire). Essere voyant, veggente e come si proponeva Rimbaud “inventare nuovi fiori, nuovi astri, scrivere i silenzi e le notti, saper dire l’inesprimibile, fissare le vertigini…” proprio come questa Striarìa, dove il verso è “…la chose envoiléé, qu’on sente qui fuit d’une ame en allée | vers d’autres cieux...”: “…la cosa che dilegua | e senti che con anima irrequieta | fugge verso altri cieli…” (Verlaine). Striarìa… poiché è “le vers incantatoire!... et on ne déniera au cercle que perpetuellement ferme, ouvre la rime une similitude avec les ronds, parmi l’ herbe, de la fée ou du magicien»: il verso, segno incantatore! ... e non si negherà al cerchio che perpetuamente chiude, apre la rima una similitudine con gli anelli tra l’erba della fata o del mago (Mallarmé). Anche senza rima e metri obbligati, ritmi musicalità colori danzano nei versi alati di Lilia, in queste quaranta composizioni e nella ghirlanda di poesie dedicate ad amici poeti scomparsi che, priviligiati, continuano ad essere in comunione con lei. Vi sono poi parole che, almeno per noi non trentini, sono fascinose, come engualdì (l’alba), e le intraducibili evocative destràni simile alla portoghese saudade, una “nostalgia” particolare, non amara come il rimpianto, ma dolcissima, pulsante d’affetto), e baosète (il grido di richiamo giocoso e improvviso che sorprende il bambino)…

Un libro prezioso, come la (magica) bacchetta del rabdomante, per chi è en quête de sources, per il cercatore di risorgive; e per tutti coloro che custodiscono in cuore il desiderio espresso nella villotta friulana: Oré balà la stajare | con-t-une pueme in dòlminis | ucant a son d’armoniche | de tìntine e liron: vorrei ballare la stàjara | con una ragazza in zoccoli | lanciando grida a suon d’armonica | di scacciapensieri e violoncello. Magari coi zocoléti rossi | quei strangossadi quando i dì | i savéva el tic tac de le canzon | balàde su le ass malgualìve | dei pontesèi de vent.

L’appuntamento è endó finiss le stradèle | che le ràmpega enrizzolade | al vent de primavera; oppure al Sass de la Strìa, vicino a Malga Albi, endó ogni erba l’è en sangiót, o lassù a la Kamauz, tra i Mòcheni, endó se pòlsa | le ale ultime de le farfale, | la raza corta de la felizità.

Là dove finalmente gh’è paze per le fade inozenti. Con do dedi en boca, saremo in gara con il vento, sofiando pù de lù per stofegàrlo, straniarlo…

Per tornare verso casa, come per Pollicino, ci saranno i sassedèi bianchi sui stradèi.

autore
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza