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Nota in quarta di copertina a
Roma delle distanze
di Gian Piero Stefanoni

Sandro Montalto
Le poesie di Gian Piero Stefanoni si configurano come una fastosa, ricca e
intensa (non barocca) serie di preghiere rivolte a Dio. Sembra di dire una cosa
ovvia, data la presenza frequentissima di maiuscole nel riferirsi e appellarsi
al divino, e il tessuto verbale che volentieri si rifà al testo biblico nonché,
qua e là, a quello liturgico. Meno banale, e più importante, però, è l’essenza
più profonda di questi testi, la quale risiede nella fertile coesistenza di
supplica e ringraziamento.
Stefanoni non si perde in vane circonlocuzioni verbali per descrivere il
divino, come è pessima abitudine di certa poesia religiosa probabilmente meno
sincera, preferendo attenersi alla concretezza della vita umana con le sue
scosse e difficoltà ma anche le sue gioie quotidiane, e ringraziare tanto per le
une quanto per le altre. Il «nostro salmo oggi» potrebbe essere l’ascolto del
«proprio limite»: il Signore non ci acceca con la sua luce ma ci pone «l’uno di
fronte all’altro», e l’unico modo per pregare davvero è vivere la propria
preghiera amando Dio e l’uomo, mentre il canto prosegue «giubilando ogni
dubbio».
Sullo sfondo Roma, la città della cristianità che l’autore abita con amore
critico, riempiendone le distanze con la generosità dello spirito; la ama come
teatro dell’«ineluttabile amore» che innalza con versi tramite i quali va a
costruire un amplissimo e personale Credo.
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autore |
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