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Prefazione a
Musica 'ntrà le nùgole

Elio Fox

Dal cassetto dei ricordi

Olga Tamanini, che è già nota al mondo della poesia per le sue precedenti opere in lingua, La creta dei pensieri (1994), Girotondo di sentimenti (1995), La quiete in prospettiva (1997), La rotta delle stelle (1999) e La tua memoria stanca (2002), è alla sua prima opera dialettale. Nata, quindi, all'attenzione del pubblico, come poetessa in lingua (una presenza anche nell' antologia La musa dentro del 1993, che rappresenta il suo esordio) si offre ora all'abbraccio dei suoi estimatori con la sua prima opera in dialetto.

Naturalmente non è che Olga Tamanini sia "approdata" al dialetto solo ora che non ha più – me lo consenta l'amica Olga – l'età degli esordi. Poesia in lingua e poesia in dialetto sono marciate in parallelo fin dalle origini, ma – ce lo insegnano i grandi del dialetto – scrivere nell'idioma dei padri è meno facile che non scrivere nella lingua nazionale. Non è un problema di contenuti, è un problema di forma. Con il dialetto si parla, si ragiona, si pensa, forse anche si sogna, ma quando si tratta di scriverlo, sorgono le difficoltà. Ovviamente sorgono, queste difficoltà, in quei poeti che si pongono il problema di una corretta interpretazione della lingua del popolo, ed Olga Tamanini questo problema se lo è posto. E a modo suo lo ha risolto.

Uso sovente una locuzione per definire la poesia che si offre alla lettura senza porre poblemi in chi legge: una poesia acqua e sapone, cioè una poesia che cerca – e trova – il contatto immediato, una poesia che porta il lettore al livello del poeta, cerca di farselo amico in maniera accattivante. Certo, questo tipo di poesia ha un perimetro ben definito, una poesia prevalentemente descrittiva, la poesia dei fatti, della memoria, delle situazioni. L'astrazione è assente o appena accennata, come sullo sfondo rimangono la contettualità e la spiritualità, che invece sono presenti nella poesia in lingua di Olga Tamanini. Ma la poesia offre anche questo percorso nel quotidiano, questa interpretazione delle cose occorse, che tuttavia rivelano attenzione e sensibilità e quindi non cadono sull'ostacolo della banalità.

Alcuni aspetti mi piace puntualizzare, del modo poetico di Olga, legati alla sua visione della vita e della memoria:

Come 'n vel, scrive,
la me vita l'èi passada
a vardar
che i cantoni
non i zedéssa

perché erano rammendati col fil bast. Cosciente di ciò conclude dicendo

son chive
che ghe tèndo
a quei repèzzi
perché non si disfino
(Repèzzi, pag. 18).

Un atto di cosciente fiducia nella vita con le sue difficoltà, che si ripete quando all'alba si sveglia intorpidita e confusa dai sogni della notte, ma attende serena che

...el sol
el desfa quel giòm bianch
per enviar de nòf
n'altra giornada
('N giòm de lana bianca, pag. 22).

Davanti a casa c'è un pesco fiorito ed il vento con le sue folate porta i petali lontano:

par tocheti de primavera
che i porta via da mi;
slongo le man,
ma no pòdo fermar el vènt. Aspeterò
che n'altra primavéra
la se vestissa de ròsa...

Ma anche laddove c'è lucida coscienza che la vita è andata avanti senza complimenti, c'è consapevole serenità:

En pass dréo a l'altro
arivo ala fin de l'ertara.
Quando son su me nascòrzo
che manca i me ani pu bei
(...)
me manca carézze,
e basi robadi
me manca 'l serén
lassa dréo ala strada
(...)
Ma ormai...
perché pianzer
sul lat nel persóra?
(L'ertara, pag. 28).

Come altri poeti giunti in età matura, anche Olga ha il suo cassetto spirituale da aprire per meditare sulle cose che ci sono dentro, ma, dice

Ormai
no l'è pu 'I tèmp
de svoltolarle
per zercar fòr
el cao de la mè vita.
E rinchiude il cassetto senza rimpianti e senza illusioni.
(E tèmp passà, pag. 34).

La mancanza di illusioni, non intesa come atto di sfiducia nella vita, ma nel senso di non lasciarsi travolgere dalla nostalgia o dalle memorie, diviene pregnante laddove scrive

En dì che gh'era 'l vènt
ò tólt zèrti ricordi
e l'ò brusadi al sol.
Non contenta di ciò, dice ancora
pò gh'ò tendù che 'l fum
el néssa via col vènt
senza voltarse 'ndréo...

E poi ha disperso anche la cenere. Un taglio con il passato? Piuttosto la coscienza che il passato non solo non torna, ma non deve interferire con il presente. Una azione di rimozione, aiutata dal vento, che persiste in altre liriche: alla ricerca del bandolo della sua vita, la matassa si frantuma, va in pezzetti

che po"l vènt
el sparpaia lontan.
(El cao giust, pag. 40)

Pochi esempi su una gestione esistenziale che chiude in apparente pareggio: apparente perché non si può penetrate più di tanto l'anima di un poeta.

Il mondo di Olga è il suo paese, la sua gente, i suoi affetti ed anche i suoi ricordi, ma lei non si lascia né trascinare, né travolgere da queste cose. Tutto ciò scorre come in filigrana, senza accentuazioni, anzi, si deve andare per intuizioni. Ma è lì, su questo grande fondale paesano che è nata la poesia di Olga Tamanini, la poesia dei piccoli passi, del lento trotterellare del tempo e delle cose. E c'è un momento di orgoglio, uno solo, per il suo appartenere al paese:

chi son nata
chi vivo
e chi spero
de serar i òci...
(El mè paés, pag. 32)

Un momento di elevato sentimento, non l'unico certo, ma a giudizio personale il più forte, si ha nella poesia che offre il titolo al libro, quando Olga parla della sua famiglia, dei suoi fratelli, della musica che regnava in casa dopo il lavoro, con la chitarra di Lionello che creava il clima della comunità:

Prima che la to musica
la bala 'ntrà le nùgole
fame ancora
sol do nate de chitara.

Te prego.
(Musica 'ntrà le nùgole, pag. 39)

Un'ultima considerazione, guardando ancora dentro la famiglia. Certo, le nonne rimangono nonne anche quando scrivono in poesia, ed i nipoti sono sangue del proprio sangue, vita della propria vita, ma anche qui Olga, pur indugiando su questo grande ed abusato tema, è riuscita quasi sempre ad evitare la facile retorica, quel tanto di dolciastro che abitualmente circonda questi affetti: le poesie A Chiara, El mè pòpo, Le sbòfe, L'è bel vardarte o la realistica Realtà de ancòi ci conducono con mano leggera in questa privatissima sfera dell'intimità più preziosa. Naturalmente la concessione al dejà vu non è assente – non potrebbe esserlo –, ma non c'è insistenza, un tocco e via verso altre sensazioni. E poi i suoi affetti di ragazza e di donna, vissuti e descritti con serenità. Non c'è posto per parlare di tutto, ma sarà più interessante la scoperta.

Con questa convinzione, mi permetto di dire che il lettore che avrà la compiacenza di percorrere le poesie contenute in questo libro, vi troverà una sufficiente dose di garbo, una interpretazione non sempre scontata o effimera della vita, un simpatico sedimento di ricordi che, certo, camminano su itinerari consueti e forse anche identificabili in più contesti di vita vissuta, ma non per questo sono meramente ripetitivi od obsoleti e dunque non per questo meno godibili.

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