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Michela Torcellan

Il valzer della fortuna

L'anticamera era affollata e Adalgisa Piani si guardava intorno cercando di capire chi fossero i suoi avversari: al concorso per impiegato amministrativo di settimo livello al Comune di Ravenna erano iscritte 34 persone, ma in quel momento ne vedeva molte di meno. Al tempo stesso teneva d'occhio la porta d'ingresso attendendo l'arrivo della sua amica Samantha Cecioni, con la quale aveva condiviso la notte precedente una modesta camera d'albergo presso la stazione: doppia senza bagno lire 68.000, colazione esclusa. Venivano entrambe da fuori e, per essere puntuali nella sede della prova alle 8 – "pena l'esclusione dal concorso", come recitava il bando – era stato necessario il pernottamento. Ma Samantha non arrivava. Bisognosa com'era, al mattino, di ingolfarsi di cibo, con la scusa della pressione bassa, si era infilata in un bar e Adalgisa aveva proseguito da sola per le strade in pavé di una città autunnale, dai colori caldi ma dall'aria già fredda, almeno in quell'ora mattutina, indugiando un po' in piazza Garibaldi prima di entrare.

Ora in quell'anticamera dai severi mobili scuri Adalgisa rifletteva sui motivi che l'avevano spinta ad affrontare l'ennesimo e inutile concorso per il mitico "posto fisso". Dovere verso il più trito conformismo che disistimava i lavoratori precari perché privi di "ruolo sociale"? Desiderio di compensare i genitori già preoccupati per il fatto di avere una figlia zitella o, con meno crudeltà, single? Autocompensazione, infine, per bilanciare con un successo professionale il proprio nulla sentimentale? Mah! Adalgisa comunque si sentiva a disagio in quell'anticamera e quasi avrebbe avuto voglia di non presentarsi, di rinunciare, come altri sembravano già aver fatto, per non rischiare un'ulteriore umiliazione, per non riprovare i sentimenti già più volte sperimentati di rabbia e delusione per aver partecipato a una prova il cui esito, probabilmente, era già stato deciso altrove….o forse per non rischiare di vincerlo davvero, quel dannato concorso. Scappare, ecco, quello sarebbe stato meglio, per non affrontare una prova che non poteva perdere e al tempo stesso non voleva vincere. Vincere che cosa, poi? Un impiego, un orario, una vita grigia, tempo libero regolamentato, determinato, preconfezionato; una solitudine ancora più devastante di quella in cui già viveva. E' vero, prima o poi tutti devono prendersi le proprie responsabilità, decidersi a fare, anzi ad "essere" qualcosa, confinare la libertà ai week-end – è sabato, ordine del giorno: essere felici! – e staccare la spina della fantasia negli altri giorni. Era già stata fortunata, lei! Dopo la laurea in lingue aveva lavoricchiato nei consolati e come guida turistica; si era anche divertita, giungendo alla soglia dei trent'anni libera sotto ogni aspetto. Ma tra la libertà con i soldi contati e una schiavitù stipendiata, qual era il male minore?

Intanto l'anticamera si affollava. Era comparsa anche Samantha con un pacchetto che conteneva, spiegò, dei panini da ingurgitare durante la prova. «Ne ho presi anche per te!» disse, ma Adalgisa fece una smorfia di disgusto. Nel frattempo un candidato dall'aria viscida, vistosamente in ritardo, si era seduto di fronte a loro, mettendosi a scrutare uno per uno i suoi avversari, che avevano già cominciato a fraternizzare tra loro. «Che sia lui il raccomandato?» chiese sottovoce Samantha. «Mah!» commentò Adalgisa, indifferente. Solo alle nove e un quarto si aprì una porta fino a quel momento ignota dalla quale un usciere invitò i candidati a fornire le generalità e un documento a un addetto seduto all'ingresso del salone che poco dopo fu aperto. Sbrigate queste formalità, circa quindici persone presero posto sui banchi, ben isolati l'uno dall'altro, nel salone dal pavimento lucidissimo. Lo scritto comprendeva una breve composizione sul diritto amministrativo, una traduzione dall'inglese o dal francese e infine un test di cultura generale. Adalgisa si mise a scrivere subito e in breve tempo aveva finito, tanto che verso le 11, non sapendo più che fare, scrisse il proprio nome su un foglietto che infilò in una busta a parte nel plico più grande insieme all'elaborato. Con un sorrisino ironico consegnò. Passandole vicino disse a Samantha: «Ti aspetto al bar in piazza: Raggiungimi quando hai finito. Ma non preoccuparti: fa pure con calma!». «Non si può parlare tra candidati!» tuonò subito una voce dal banco degli esaminatori. «Ma si figuri!» commentò Adalgisa e si allontanò. Mentre scendeva le scale del Municipio avvertì un senso di vuoto allo stomaco e alla testa. Forse era fame dato che non aveva fatto colazione e decise di andare a prendere qualcosa al bar. Appena fuori la luce dorata e calda della mattinata autunnale sembrò avvolgerla, quasi abbracciarla. Il rettangolo della piazza le parve un lago luminoso, affollato di gente impegnata nelle proprie occupazioni: era infatti giorno di mercato, di festa e di lavoro insieme, pieno di movimento, di voci, di vita. Adalgisa prese in fretta qualcosa al bar, divise un tramezzino con un piccione ingordo e si diresse subito verso il mercato che partiva proprio da quella piazza per snodarsi nelle vie, con bancarelle disposte ai lati e sui marciapiedi, dove venditrici di fiori si alternavano ad imbonitori che magnificavano la qualità di frutta e verdura. Rallegrata da quello spettacolo di vivace attività Adalgisa acquistò una rosa che tenne a lungo in mano prima di infilarla nell'occhiello della giacca, poi si comprò delle giuggiole, che aveva amato fin da bambina, poi si attardò a osservare le scarpe, le borse e la biancheria. Infine la sua attenzione fu attirata da due personaggi davvero singolari.

Stavano fermi all'angolo del mercato coperto ed erano molto vecchi – di quanto? settanta, ottant'anni o più? – come si poteva capire dai visi raggrinziti. L'uomo indossava dei pantaloni vistosamente rattoppati e calzava enormi scarpe sfondate, una delle quali, con la suola staccata, pareva quasi sorridere da sola. Aveva uno di quei piccoli organini su rotelle che si azionavano girando con movimento costante e preciso la manovella, e inserendovi un lungo foglio bucherellato. Sul capo spelacchiato, dai pochi capelli bianchi, portava un cappello verde sgualcito, messo di traverso. La donna, dai lunghi capelli bianchi raccolti a crocchia sulla nuca, portava sulle spalle ricurve e ossute uno scialletto rotondo di quelli fatti in casa, con la lana avanzata, e teneva in mano un sottovaso di plastica che allungava timidamente verso i passanti. Adalgisa si fermò ad osservare quell'insolito spettacolo, chiedendosi se quei due anziani accattoni fossero veri o usciti per sbaglio da qualche storia per l'infanzia di un tempo, quella capace di piangere sulle storie edificanti o patetiche di De Amicis e Andersen. Il particolare più strano, ancor più dell'abbigliamento e del corredo, era il sorriso sereno con cui accompagnavano ritmicamente la musichetta struggente che usciva da quel loro organino da robivecchi. Adalgisa pian piano, a passi felpati, si accostò ai due, come ci si avvicina ad un piccolo animale per vederlo senza farlo scappare: aveva già sentito quel motivetto ma non sapeva dove, ma aveva la sensazione che qualcuno glielo avesse cantato da piccola, forse proprio quella nonna di cui le avevano affibbiato il nome – che razza di idea! Ai tempi delle Jessiche e delle Katiusce! – un nome che non sopportava. Doveva avere delle parole. Ma quali?

«La pianeta della fortuna! Prego, signori. Prendete la pianeta della fortuna!» diceva la vecchietta con voce flebile ma limpida, facendo appena intravedere da sotto il piattino un ventaglio di foglietti verdolini che teneva come fosse un tesoro. Si accorsero di Adalgisa e le sorrisero entrambi, accompagnando il tempo del valzer con cenni del capo.

«Vuole la pianeta della fortuna, bella signorina? La prenda che le porterà solo del bene!» raccomandò la vecchietta, mentre la musica continuava.

«Che cos'è» domandò Adalgisa avvicinandosi.

«La pianeta della fortuna! Rivela il futuro e tutto ciò che bisogna fare per renderlo migliore. Si può sempre fare qualcosa, sa?» rispose la vecchietta.

«No! Dicevo…quella musica! L'ho già sentita da qualche parte». I due si guardarono scambiandosi un misterioso segno d'intesa. Stavolta fu il vegliardo, in qualità di musicista della coppia, a rispondere su un quesito di natura melodica. «E' il valzer della fortuna: una musica che nessuno della sua età può conoscere». Il foglio bucherellato era passato tutto sotto il rullo dell'organino. Il vecchio lo estrasse con cura e fece per arrotolarlo per poi riporlo, ma si fermò e le chiese: «Vuole risentirla?». Adalgisa annuì e la musica riprese. «Con te, senza te, noi cantiamo alle stelle e alla luna….» cantava il vecchietto un po' stonato.

«Allora la vuole la pianeta della fortuna?» domandò la vecchietta quando la canzone finì per la seconda volta. Adalgisa capì, aprì il portafoglio e tirò fuori diecimila lire che posò sul piattino di plastica. I due nonnetti si guardarono ancora, compiaciuti. «Allora gliene cerco una di bellissima!» mormorò la vecchietta quasi tra sé, chiudendo gli occhi mentre le dita contorte tastavano i foglietti «Ecco, sì, questa è per lei!» e porse ad Adalgisa uno di quei foglietti verdognoli. La ragazza però era talmente incredula di fronte ai due pittoreschi individui che non degnò di uno sguardo ciò che le era stato dato.

«Avanti! Coraggio! La legga infine!» esclamò la vecchierella spazientita.

«Vi trovo qui oggi pomeriggio?» domandò invece Adalgisa, ostinandosi a ignorare quel foglietto verde. «Se lo vorrà veramente, sì» rispose il vecchio, mentre arrotolava e riponeva il foglio bucherellato in una larga borsa lacera dove se ne trovavano molti altri, «Ma ora, se permette, noi abbiamo finito il nostro lavoro. Non sente la campana di Lepanto? E' mezzogiorno!».

«Lepanto?» chiese Adalgisa, senza capire il riferimento.

«Certo! Non lo sa perché le campane suonano a mezzogiorno? Ecco un'altra che crede a una specie di segnale orario! Ma fu proprio a quell'ora che il 7 ottobre 1571, giorno di Santa Giustina martire, le armate cristiane di Don Giovanni d'Austria ebbero la meglio sulla flotta turca di Alì Pascià, pur preponderante dal punto di vista numerico. Che battaglia ci fu! Le navi incastrate l'una nell'altra, gli arrembaggi, la polvere da sparo, l'odore di sangue e di morte, poi, a perdita d'occhio, l'acqua del mare vermiglia del sangue versato e…». «Arnolfo!» rimbeccò la vecchietta con voce severa, tanto che il vegliardo affrettò i preparativi, le consegnò la borsa, trascinò l'organino ed entrambi si allontanarono.

Adalgisa rimase imbambolata, seguendoli con gli occhi fino a che non scomparvero tra la folla, per poi chiedersi se era stata realtà o allucinazione. Si accorse solo allora di avere ancora in mano la fantomatica "pianeta della fortuna" e cominciò ad esaminarla. Raffigurava in alto una ruota di timone e in basso un corno dell'abbondanza arricciolato dal quale fuoriuscivano fiori e frutti copiosi. Al centro quattro righe a caratteri svolazzanti decretavano imperiose: «Dei due modi che tu sai nessuno è quello giusto. Ce n'è un terzo, tuttavia, che non hai considerato. Ma la sorte buona e pia un regalo t'ha approntato. Va' alle tombe e sta a vedere se la cosa è di tuo gusto».

«Accidenti che versi sibillini!» disse Adalgisa ridendo «E dove dovrei andare, in cimitero? A che fare poi?» e mise distrattamente il foglio nella tasca della giacca.

Riattraversò la piazza, prese il quarto caffè, chiese di Samantha, la descrisse, ma non l'avevano vista. Doveva passare il tempo in qualche modo e si diresse dall'altra parte della piazza, dove cominciava una stretta via e in breve si ritrovò in piazza S.Francesco, con la bella chiesa dall'ampio sagrato rettangolare, il cui perimetro era bordato su tre lati da una fila di sarcofagi paleocristiani, mentre il quarto si apriva su un piazzale moderno, affollato di pullman turistici. Sul lato sinistro della chiesa una breve stradina portava alla tomba di Dante e Adalgisa ricordò di esserci stata in una gita scolastica delle medie, l'unica volta che era stata a Ravenna prima di allora. Si sedette sulla balaustra di accesso e respirò a fondo sfiorando con la guancia i petali vellutati della rosa infilata all'occhiello della giacca. Ma proprio in quell'attimo di profonda gioia interiore si sentì chiamare, si voltò e vide Sandra una sua antica compagna di università con la quale aveva frequentato anche i due anni di corso per guida turistica: dietro a lei sciamava un'orda umana formata da distinti turisti giapponesi che lei capeggiava innalzando un ombrello multicolore aperto. Sandra, ecco, lei sì che aveva fatto fortuna, o almeno faceva quello che voleva, ammanicata com'era con le aziende per il turismo. Lavorava moltissimo, almeno in certi periodi, mentre in altri non lavorava affatto e spendeva ciò che aveva guadagnato; comunque era sempre in giro. Si salutarono affettuosamente, mentre i giapponesi salivano con ordine in pullman. Con lei c'era un giovane che fu frettolosamente presentato come il cugino Marco Zapponi, computerista sfegatato, che l'aveva raggiunta per consegnarle un pacco-famiglia – quella volta erano tagliatelle, pare – che le madri, lontane tra loro, periodicamente si scambiavano tramite i figli.

«Dove vai? Ti fermi? Quando ci rivediamo?» urlava Sandra dal pullman verso Adalgisa, poi senza attendere risposta, rivolta però a suo cugino: «Grazie per il pacco! Saluta la zia e metti la testa a posto, vitellone!». Infine, mentre il pullman già si muoveva: «Ciao! Buon lavoro. Vienimi a trovare!», non si capiva se all'uno o all'altra. «Eh! Lei è fatta così» commentò Marco ridendo «esuberante, comunicativa…ma dopo mezz'ora non la sopporto più!».

Adalgisa stava per salutare e andarsene. «Posso offrirti un caffè?» domandò lui. «No, ti prego, sarebbe il quinto!» rispose lei con la solita aria imbarazzata della ragazza scialba e occhialuta. Per un momento Marco non seppe cosa dire, poi però cominciarono a venir fuori degli argomenti, vaghi, banali, qualsiasi e i due si incamminarono verso il centro dove, seduta al caffè con aria smarrita, c'era Samantha in attesa. Marco doveva accomiatarsi, ma avendo da sbrigare ancora qualche commissione, chiese di rivedere Adalgisa nel pomeriggio e lei acconsentì purché fosse in un'ora ragionevole che le consentisse di andare a pranzo con Samantha e gli altri concorrenti. Si diedero appuntamento alle quattro in quella stessa piazza.

«Ma chi è quello?» domandò Samantha sospettosa, non appena si fu allontanato. «Quello? Ah, è il cugino di una che non vedevo da quattro anni e che ho rivisto per 45 secondi un'ora fa. Perché?». Samantha assunse subito un'espressione offesa. «Com'è andata» le chiese allora Adalgisa.

«Così così.» ammise l'altra «Nel mio test di cultura generale c'erano delle domande davvero impossibili. Per esempio: quando avvenne la battaglia di Lepanto?». «Il 7 ottobre 1571, a mezzogiorno in punto!» rispose Adalgisa di getto.

«Sei un mostro! Ma come fai a saperlo?». «C'ero anch'io!» concluse Adalgisa con aria convinta. Samantha tacque ma dovette constatare di non aver mai visto la sua amica così strana, benché di carattere chiuso e forse un po' lunatico; quel concorso doveva averla scossa, almeno così pensò Samantha. Il pranzo tra concorrenti si protrasse a lungo, in una discussione torrenziale sui risultati degli scritti che, pareva, si sarebbero dovuti conoscere già l'indomani, fatto strano che aumentava i sospetti di qualcuno sul fatto che il concorso fosse manovrato, mentre altri sostenevano che forse era meglio così, in modo che i respinti smettessero di pensarci e i promossi si potessero rituffare subito nello studio. Comunque si poneva il problema se fermarsi o no e la discussione continuò al ristorante, poi in un bar, infine nella hall dell'albergo dove alloggiavano Samantha e Adalgisa che già avevano ricevuto offerte di ospitalità. Ad un certo punto Adalgisa si ricordò di Marco e chiese l'ora, visto che non portava mai orologio. Qualcuno rispose: «Le cinque e dieci» e Adalgisa, dopo un frettoloso saluto a tutta la compagnia, si precipitò verso l'uscita dove si scontrò con Marco stesso che le chiese subito: «Ti sei dimenticata o l'hai fatto apposta?».

«Non sapevo che ora fosse, mi dispiace veramente. Ma come hai fatto a sapere che alloggiavo qui? Io non te l'ho mica detto!» osservò lei. Marco si sedette e prese a raccontare quel che gli era capitato nel pomeriggio.

«E' successo tutto in un modo molto strano. Ti aspettavo in piazza, credendo che ormai mi avessi tirato il classico bidone, quando ho visto due vecchietti che sembravano usciti da un'illustrazione di fiabe: lui aveva dei pantaloni che sembravano quelli di Arlecchino e lei pareva la Befana. Mi guardavano sorridendo e, visto che io non riuscivo a staccar loro gli occhi di dosso, tanto mi erano familiari, si sono avvicinati e mi hanno chiesto se volevo comprare la pianeta della fortuna. Mi hanno fatto pena e gli ho dato dei soldi, rifiutando la loro profezia, ma hanno talmente insistito che alla fine l'ho presa e, una volta andati via loro, ti assicuro che stavo per buttarla via. Poi ho dato un'occhiata, così, per scrupolo o per curiosità. Non so neanche chi stampi roba del genere al giorno d'oggi. Guarda!» e così narrando Marco le porse un foglietto verdognolo che Adalgisa prese con ansia leggendovi sopra il proprio nome e cognome, seguito dal nome e l'indirizzo dell'albergo dove si trovavano.

Sgranò gli occhi su di lui, stupita: «Non è possibile!» balbettò.

«Volevo proporti una cosa» disse lentamente Marco «facciamo quella passeggiata già programmata, anche se ormai è quasi buio, ma andiamo a cercare quei due e chiediamo una spiegazione logica. Ci stai?». Uscirono entrambi di corsa, invano richiamati da Samantha e dagli altri.

Il sole si faceva vermiglio prima di tramontare e le costruzioni in mattoni dell'antica capitale bizantina si accendevano come per magia sullo sfondo sempre più scuro del cielo. Anche Marco, nel corso di quella passeggiata, cominciò ad apparire ad Adalgisa sotto un'altra luce, come illuminato da tante piccole qualità poco vistose ma determinanti, non visibili a prima vista, ma evidenti ad un esame approfondito. Di tutto questo la sfiduciata concorsista si accorse nel tempo impiegato a cercare i due vecchi per tutta la città, tempo durante il quale i due parlarono, camminarono, sedettero al caffè, visitarono chiese, cenarono, poi ancora camminarono ricostruendo gli avvenimenti e gli spostamenti della giornata. Era già l'una di notte quando Marco le diede un bacio che lei non rifiutò. Continuarono ancora a camminare finché ne ebbero la forza. All'alba erano seduti sui gradini bianchi della chiesa di Santa Maria Maggiore, guardando il S.Vitale di fronte, abbracciati e intirizziti dal freddo della notte. Adalgisa allora posò il capo sulla spalla di Marco e si assopì, mentre lui la cullava amorevolmente chiedendosi se era davvero così meravigliosamente imbranata come sembrava, fino a che non crollò anche lui, appoggiando la testa sul portone della chiesa.

Furono svegliati di lì a poco da una musichetta vivace. «E' il valzer della fortuna!» esclamò Adalgisa svegliandosi con un sobbalzo. «Sono loro!» avvisò Marco indicando due antiche figure dietro al Mausoleo di Galla Placidia. Si alzarono di scatto e corsero entrambi verso i due vecchi accattoni che sorridevano amabilmente guardandosi l'un l'altro.

«Volete la pianeta della fortuna?» chiese la nonnetta, con la sua vocina flebile ma decisa «La vita è un giro di valzer che in un attimo ci porta via».

«Sì, subito» rispose Marco e depose un biglietto da diecimila sul piattino di plastica. «Ma, diteci, come avete fatto a…» e non riuscì a terminare la frase.

«A prevedere vuoi dire?» chiese affabile il vecchio «Ma è la fortuna che ti porta dove la ruota gira a tempo di valzer» e concluse la frase canticchiando, sempre più stonato: «Verrà, non verrà, forse è accanto e nessuno lo sa…».«Eh eh! E' così! E' la fortuna!» rise la vecchietta. «Ma diteci almeno chi siete, vi prego. Io lo so che non siete come gli altri. Da dove venite?» supplicò Adalgisa.

«Da molto lontano, figliola» rispose il vecchietto fattosi improvvisamente serio «da spazi e tempi che tu ignori. Abbiamo visto con i nostri occhi cose che avremmo preferito non vedere: carestie e pestilenze, guerre, assedi e tradimenti. Eravamo là dove agiva la storia, desiderando spesso di essere altrove. Cosa non hanno visto i miei poveri occhi a Bisanzio nel '53! E cosa non vi ha sofferto la mia povera Melisenda. Abbiamo visto mille e mille volte fino a quali bassezze e crudeltà può arrivare questa bestia chiamata uomo, ma abbiamo anche constatato quanto spesso i migliori falliscano perché quella famosa ruota gira male. Noi cerchiamo solo, molto umilmente, di dare una mano a questa ruota, che spesso gira a vuoto, attorno a qualcosa che non si riesce a prendere mai. Noi che abbiamo l'età del mondo e abbiamo vissuto molte vite….».

«Arnolfo! Basta!» tuonò la vecchia Melisenda divenuta seria e arcigna.

«Noi» riprese Arnolfo placido« possiamo solo consigliarvi di cogliere le occasioni e di vivere fino in fondo, ragazzi, sempre, senza paura, senza rimorsi, fino ad ubriacarvene. Ma senza mai fare del male a nessuno, ricordatelo, perché il male si paga. La vita è un attimo, figlioli, e va vissuta in ogni istante».

«Su! Prendete una pianeta della fortuna!» esortò ancora la vecchietta.

Ringraziarono e Adalgisa, dopo aver consultato con gli occhi Marco, che le fece cenno di procedere, infilò le dita esitanti tra quei foglietti verdognoli. Doveva scegliere di persona, ormai; la vecchia Melisenda non lo faceva più al suo posto. «Spero sia bella» commentò la vecchietta seria, mettendo subito via le altre «Non voglio vederla. Qualunque cosa sia, sei tu che l'hai presa…Oh! La musica è finita!». Era vero e Arnolfo, dopo averlo estratto, depose religiosamente il foglio arrotolato dentro la bisaccia che consegnò alla sua compagna di tanta strada.

«Sei pronta, Melisenda?» chiese premuroso, offrendole il braccio con galanteria. Lei lo prese affettuosamente tenendo con l'altra mano la cartella consunta e insieme, trascinando l'organino su rotelle, si incamminarono verso la strada principale che andava animandosi. Adalgisa restò a sua volta abbracciata a Marco, pensando che solo il giorno prima, circa a quella stessa ora, era uscita da uno squallido albergo con l'amica Samantha per andare ad affrontare un concorso in cui non credeva e vedendo davanti a sé solo il baratro e rifletté su come è strana la vita che cambia tutto in ventiquattr'ore. Marco, vedendola assorta nei suoi pensieri, la strinse forte dicendole: «Non preoccuparti. Quei due non si sono dimenticati di morire. Sono semplicemente pazzi, e si può capire con la vita che fanno, poveracci. Pioggia, vento, freddo… e alla loro età, poi».

Adalgisa stringeva ancora in mano il foglietto verde che la fortuna le aveva elargito. Lo lessero insieme. Diceva: La vostra vita sarà colma d'ogni gioia, purché vi ricordiate ogni giorno che per levar guai e affanni d'attorno l'amore dev'esser nemico della noia!.

«Sempre questa maniera arzigogolata di ragionare!» commentò Adalgisa con un sospiro riponendo anche quel foglietto nella solita tasca. Fecero alcuni passi in silenzio, poi Adalgisa si fermò di colpo, come ricordando qualcosa, ed esclamò «E oltre a tutto il resto, pensa che la prima pianeta che mi hanno dato ieri si riferiva proprio alla chiesa di S.Francesco con i suoi sarcofagi come il luogo dove mi sarebbe stata riservata una sorpresa. E là ti ho incontrato!»

«E c'era tutto scritto in questa famosa pianeta?» domandò Marco incredulo.

«All'incirca. Solo che io non l'avevo capito ed ero andata lì per puro caso».

«Ce l'hai ancora?». «Sì, le ho tutte, anche la tua con il nome dell'albergo stampato sopra!».

«Bene! Almeno queste sono prove» concluse Marco ridendo «Sennò quando racconteremo questa storia non ci crederà nessuno. Fammele vedere!».

Adalgisa allora con aria trionfante estrasse di tasca le tre pianete che possedeva. Ma quando le guardarono si accorsero che non c'era scritto nulla: erano solo tre foglietti verdi.

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