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Michela Torcellan

L'ultima Pasqua di pace

Il giorno di Pasqua del 1914 fu per Francesca davvero speciale. Aveva sedici anni e già da tre era pazzamente innamorata di Marco, di due anni più grande. Nella Venezia di allora, allegra e solare, che palpitava di morbosità per il processo alla Tarnowska, contessa russa dall'incarnato esangue ma dai robusti appetiti, l'amore restava purtuttavia una faccenda problematica.

Così i due ragazzi, per molti versi ancora bambini, si trovarono a lungo in segreto e nei fugaci incontri andavano a passeggio per calli e campielli tenendosi per mano. Francesca smessa la scuola, che a quei tempi non si addiceva a una donna, stava a casa, nella zona dei Carmini non lontano dal porto dove lavorava suo padre, ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche e la sorella maggiore a prepararsi il corredo. Usciva per spese o commissioni e in quelle occasioni incontrava il fidanzatino segreto che la aspettava uscendo dalla scuola d'arte che si trovava vicino alla casa di lei. Marco, figlio di marmisti con aspirazioni di scultore, abitava molto lontano da quella zona, in Castello, presso l'ospedale e la chiesa di San Francesco della Vigna. Francesca cercava di avere commissioni urgenti da fare proprio all'ora dell'uscita di Marco da scuola, contrariando i genitori che già erano a tavola. Alla fine il segreto fu scoperto con gran strascico di urla e minacce e per un periodo fu difficile per lei uscire. Ma i contatti ripresero presto. La figlia di un vicino le aveva portato per mesi languidi messaggi scritti in fretta su fogli di quaderno. Poi erano riusciti a rivedersi e da allora gli appuntamenti erano ricominciati, ma di domenica, al pomeriggio, in giro per una città sonnolenta. Così erano trascorsi tre anni.

Ma quel 12 aprile, Pasqua del 1914, Francesca aveva in serbo una sorpresa per il suo innamorato, una cosa che lo avrebbe stupito, ne era certa. Le era stato dato finalmente il permesso di vestirsi da signorina e quel giorno si sarebbe presentata all'appuntamento trasformata in una vera donna, non più con quei vestiti larghi e corti, senza linea, da bambina, senza quelle trecce infantili alla cui estremità si annodavano degli enormi e orribili fiocchi. Niente di tutto ciò, mai più. Francesca aveva ora un completo da donna: gonna lunga e stretta con alta fascia in vita, camicetta di pizzo, giacca corta e sagomata sulla sua snella figura – e quanta fatica ne era costata la confezione alla mamma e alla sorella che, alla fine, avevano chiamato in aiuto la vicina che faceva la sarta! – i folti capelli neri raccolti a crocchia sulla nuca e coronati da uno splendido cappellino con la veletta, scarpine con il mezzo tacco che la slanciavano conferendo una grande eleganza a tutto l'insieme. Già al mattino presto Francesca aveva disteso sul letto i suoi vestiti nuovi ammirandoli a lungo prima di osare indossarli per andare a messa. Erano meravigliosi! Alla messa di Pasqua cui si recò alle nove in punto con tutta la famiglia fu molto ammirata e alcuni giovanotti indugiarono a guardarla con insistenza. Chissà cosa avrebbe detto Marco se avesse assistito alla scena! La chiesa dei Carmini era gremita per l'occasione, molti sorridevano indulgenti verso di loro, qualcuno fece osservazioni maliziose sia alla mamma che al papà su "quanto era cresciuta" e come poco mancasse a che si trovasse un marito. Ma Francesca aveva solo Marco in testa, lo amava e aspettava soltanto che fossero tutti e due un po' più grandi per sposarsi, forse in quella stessa chiesa dei Carmini. Forse fra tre o quattro anni…pensava.

Avevano ospiti quel giorno e così, tornate a casa, le donne si misero a lavorare per il pranzo di Pasqua al quale erano invitati anche gli zii paterni, la nonna materna con la zia nubile, i cugini da parte di padre e quelli da parte di madre. Erano in molti a tavola. Non mancava l'agnello, la cui preparazione era iniziata fin dal giorno prima, accompagnato da vari contorni e preceduto dal riso in brodo con i fegatini di pollo. Dopo i formaggi si sarebbe passati alla focaccia veneziana, tipico dolce pasquale morbido e tondo, ricoperto di zuccherini e mandorle. E poi l'uovo di cioccolato. Poteva mancare l'uovo? Ma per Francesca si era fatto tardi. L'appuntamento con Marco era alle due sul ponte di Rialto, luogo che stava a metà strada tra le loro abitazioni. Così Francesca all'una e un quarto si alzò da tavola per prepararsi, lavarsi i denti, rimettersi il vestito nuovo, le scarpe, il cappellino. Arrivarono le una e mezza.

«Francesca! Dove vai?» tuonò il padre.

«Ho un impegno. Scusate!» balbettò la fanciulla.

«Ma ti sembra il modo? Ci sono gli zii – non vedi? – e la nonna!» l'apostrofò sua madre. La guardavano tutti e lo sguardo della zia zitella era particolarmente severo. Sua sorella però aveva un'espressione buffa e uno dei cugini rideva come uno stupido. «Ma, ma…io torno presto!» protestò Francesca e, senza aspettare la risposta, corse verso la porta e uscì. I parenti si guardarono perplessi e la madre spiegò imbarazzata: «La gà el moroso!».

Vestita come una damigella Francesca attraversò una Venezia completamente deserta dato che tutti, tranne i barboni che nessuno voleva, erano seduti a tavola. Corse a perdifiato per le calli deserte inciampando più volte sulle scarpine a punta con il mezzo tacco, da signorina, e rischiando per poco andare a finire distesa. Attraversò in un lampo la Salizada San Rocco e poi il Campo dei Frari con la chiesa ormai chiusa, dove una volta Marco l'aveva portata a vedere l'Assunta del Tiziano, arrivò correndo al grande campo San Polo. Chiese l'ora all'unico passante che incontrò. Mancavano cinque minuti. Corse ancora, poi pensò che per una signorina fosse ben più disdicevole arrivare sudata e col fiatone ad un appuntamento piuttosto che in ritardo, dato che, come le avevano detto, "a una bella donna si perdona tutto". Anche la malvagità a quanto pare, pensò, ma non il sudore. Allora vai piano, piano Francesca, lascialo aspettare e arriva tardi, ma splendida, radiosa nel tuo abito lungo tutto nei colori tenui del celeste intonato al cappellino con la veletta. Chissà che espressione di stupore sarebbe passata nei profondi occhi blu di Marco! Il cuore le batteva come un martello mentre percorreva – con passo normale e assumendo una certa alterigia – la Ruga Rialto. Eccola finita, ora basta voltare a destra per la Ruga degli Orefici, di solito ingombra dei banchi del mercato e affollata di gente indaffarata, ma deserta nel giorno di Pasqua. Forse fin dalla curva lo avrebbe scorto in attesa, impaziente, sopra il ponte. Ma non lo vide. «Si sarà spostato sull'altra rampa» pensò, oppure – ed ecco la paura stringerle il cuore! – oppure potrebbe essersene già andato non vedendola arrivare. Ma possibile? Non aveva più di dieci minuti di ritardo, ne era certa. Arrivò sopra il ponte. Nessuno. Una campana suonò le due e un quarto. Non poteva essersene già andato, non poteva farle questo! Altre volte l'aveva aspettata, anche per ore. Sapeva che la famiglia faceva difficoltà. E allora? Proprio quel giorno voleva punirla per un piccolo ritardo? Proprio quel giorno che lei voleva comparirgli davanti nella sua trionfale bellezza di donna, non più come una bambina goffa? Ma no, forse era lui ad aver avuto delle difficoltà. Forse era stata la sua famiglia ad aver questionato. I genitori erano così cattivi, tante volte!

Si appoggiò alla balaustra del ponte guardando sotto e il suo sguardo si perse lontano verso Cà Foscari fino alla curva del Canal Grande: da entrambi i lati, sulle rive assolate, non si vedeva anima viva. Eh già erano tutti al pranzo di Pasqua, erano tutti allegri e lei, accidenti, non aveva neanche mangiato la focaccia! Chissà se gliene avrebbero lascito un pezzetto. Con i cugini a tavola ne dubitava. Mosse qualche passo, camminò avanti e indietro: non c'era nessuno sulle gradinate del ponte sia da una parte che dall'altra. Forse era meglio mettersi nel passaggio centrale, sì, almeno da qualsiasi punto fosse arrivato l'avrebbe vista. Si piazzò nel bel mezzo, con ai due lati le saracinesche abbassate delle botteghe chiuse. Rimase ferma, a lungo: la campana suonò le due e mezza. «Che cosa ci sto a fare qui? Meglio che torni a casa, almeno troverò ancora un pezzo di uovo!» pensò Francesca. Ma le gambe si rifiutarono di obbedirle. Solo allora capì di non essere sola. Un elegantone in paglietta sull'altra corsia esterna, quella che dava verso il Tribunale, pareva anche lui aspettare qualcuno. Escluso che fosse Marco, di solito vestito con i pantaloni corti e i calzettoni, quello sconosciuto la mise in imbarazzo. Sì perché era oltremodo sgradevole stare ad aspettare in due, trovarsi gabbati in due, capire di aver preso non uno ma due granchi e avere per giunta un testimone di tutto ciò. Anche l'uomo in attesa dopo essersi accorto di lei dovette sentirsi a disagio e per questo si nascose nella corsia dove si trovava evitando di guardare in quella di mezzo, certamente per paura di vedervi ancora quella signorina. Passò un quarto d'ora e Francesca incerta se quel tizio se ne fosse andato o no rimase nel centro del ponte di Rialto camminando in su e in giù. Ma non poteva sapere se l'uomo che aveva intravisto se ne era andato davvero. Forse poteva essere sgattaiolato da una parte quando lei, passeggiando avanti e indietro, era arrivata dalla parte opposta, o forse, nell'incertezza, temendo a sua volta di essere visto, e quindi scoperto nel pieno di una fregatura amorosa, era rimasto dov'era, magari sperando che fosse lei la prima a levare le tende. Anzi probabilmente quell'esitazione era stata una forma di cavalleria per consentire a una signora di togliersi per prima d'impaccio.

Giunta a questa conclusione Francesca decise di andar via per prima, oppure di andar via in ogni caso. Dovevano essere quasi le tre ormai e qualcosa di grave doveva essere successo a Marco. Così, presa di colpo la decisione, la ragazza si incamminò con piglio sicuro verso i gradini che scendevano verso il mercato. Ma giunta al primo scalino, mentre prendeva graziosamente un lembo della gonna sul dietro per non insudiciarla nella discesa, in quel momento preciso, l'uomo apparve alla sua destra e restò trasecolato a guardarla. Anche lei lo guardò e solo allora lo riconobbe. «Marco!» chiamò quasi piangendo. «Francesca! Eri tu?» confermò lui. Il giovanotto elegante, vestito con un completo estivo color sabbia, gilé a righine in tinta, profili marroni sul risvolto della giacca, cravatta, paglietta, bastone e foulard infilato nel taschino, era proprio lui, il suo grande amore, che aveva deciso di farle la stessa sorpresa. Comparirle davanti vestito da uomo, da vero uomo, non da bamboccio con i pantaloni corti! Ma così conciati, tanto diversi dalle abituali fisionomie, non si erano neanche riconosciuti.

«Credevo che..» cominciò lui. «Io pensavo…» lo interruppe lei nello stesso momento. Sorrisero entrambi, poi si misero a ridere. «Quanto sei bella Francesca!» osservò lui, mentre gli occhi blu cobalto gli scintillavano. «Volevo dirti la stessa cosa» rispose lei non riuscendo a smettere di guardarlo. Allora, passando elegantemente il bastone nella sinistra, invece della mano, Marco le porse il braccio destro che lei elegantemente prese e così andarono felici a passeggiare nel sole per le calli deserte del giorno di Pasqua dove, sebbene fossero tanto giovani e belli, nessuno li vide. Era l'ultima Pasqua di pace, circa due mesi prima dell'attentato di Sarajevo che il 28 giugno di quell'anno insanguinò l'Europa e, dando inizio alla prima guerra mondiale, mise fine a un mondo che poi non fu più lo stesso.

Francesca mi raccontò tutto questo dal letto di una squallida camerata ospedaliero dove, circa sessant'anni dopo, giaceva in attesa di morire. La vita non era stata tenera con lei. All'entrata dell'Italia in guerra, l'anno dopo, Marco era dovuto partire soldato. Aspettando una licenza per tornare a sposarla le scriveva dal fronte sull'Isonzo Ma non riuscì a tornare. E' sepolto a Redipuglia in mezzo a migliaia e migliaia di suoi coetanei. Dopo la guerra, a ventidue anni, Francesca per volontà della famiglia accettò di sposare un agiato mercante, un uomo gentile e affettuoso, molto più vecchio di lei, che però non riuscì mai ad amare anche se, per delicatezza, evitò sempre di dirglielo. Perse un figlio nella seconda guerra, gli altri due non avevano molto tempo per assisterla nella malattia. Sapeva di dover morire ma non aveva paura. «Mi aspettano in tanti, lassù» mi confidò con serenità e io capii subito a chi, soprattutto, si riferiva. La Pasqua del 1914, l'ultima Pasqua di pace, le era rimasta sempre nel cuore, come un fiore meraviglioso sul cammino incerto e travagliato della sua esistenza.

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