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Michela Torcellan

La vendetta

Luisa aveva tredici anni, il visetto ancora paffuto, i capelli freschi del taglio recente delle trecce infantili, gli occhi di un blu cobalto raro a trovarsi. Frequentava la seconda media con esiti brillanti e la sua giovane mente si stava aprendo un po' alla volta al sapere, contemporaneamente al corpo slanciato su cui sbocciavano i primi segni della futura femminilità. In un giorno di primavera Luisa aveva un appuntamento con Emanuela e Roberta per andare insieme alle giostre, appena arrivate in città e subito ambite da tutta una miriade di ragazzini. La mamma le aveva concesso tre ore di divertimento, una congrua mancetta e le aveva lasciato indossare i jeans nuovi con una maglietta non attillata ma comunque un po' aderente che lasciava indovinare le sue grazie nascenti. Si sentiva così un po' signorina, forse per la prima volta. Luisa aveva atteso le amiche in casa: dovevano suonare il campanello e lei sarebbe scesa. L'appuntamento era alle tre, ma a quell'ora non si erano viste. Aveva pazientato per dieci minuti, poi aveva deciso di andare ad aspettarle di sotto. L'emozione di un pomeriggio alle giostre le faceva sprizzare gioia da tutti i pori. Arrivata giù, si mise accanto al portone, appoggiata al muro, accanto ai campanelli. Ma le amiche non arrivavano. Erano le tre e un quarto e Luisa saltellava di impazienza da un piede all'altro, scrutando ora una parte ora l'altra della galleria dove si trovava casa sua, uno di quei fabbricati moderni con passaggio al centro, negozi con vetrine e ingressi di scale condominiali. Emanuela e Roberta però non si vedevano. I negozi a quell'ora erano ancora chiusi e Luisa, appoggiata al muro accanto ai campanelli, era completamente sola.

Ad un tratto un rumore di passi la fece voltare sperando che fossero le amiche. Era invece un uomo piccolo, bruno con barbetta corta e baffi spioventi. Avanzava con passo veloce, ma quando la vide si fermò, come a pensare e Luisa lo guardò senza capire la ragione di quella sosta. L'uomo, che poteva avere una quarantina d'anni, la osservò insistentemente con due occhi scuri, grandi e lustri, poi avanzò a passi lenti, sfiorando il muro su cui lei era appoggiata. Vedendolo arrivare così radente al punto dove si trovava, Luisa indietreggiò di un passo per lasciarlo passare, finendo nel vano del portone. Ma, arrivato a lei, l'uomo le posò le mani addosso, pesantemente, agguantandole i due piccoli seni di fanciulla ancora in boccio. Al primo momento lei sentì lo schifo serrarle la gola, lo stomaco rivoltarsi e non riuscì a far uscire la voce. Poi balbettò qualcosa, ma lui le fu addosso spingendola contro il portone cercando di sollevarle la maglietta e di slacciarle i jeans, mentre con la faccia ispida le si strofinava sul collo. «Aiuto!» riuscì a urlare Luisa, divincolandosi con tutta la forza che riuscì a trovare. Ma l'uomo, arrogante, tentava di infilare la mano sotto i jeans, stringendole con l'altra mano entrambi i polsi. «Aiuto!» urlò Luisa più forte, cercando di tirare calci. Fu forse questo a dissuaderlo: vedere che la ragazzina cominciava a trovare la forza di difendersi. Comunque non riuscì a mettere la mano dove voleva e, staccatosi da Luisa, guardatala ancora con quegli occhi lacrimosi nella testa a pera, dopo essersi toccato qualcosa tra le gambe, l'uomo corse via. Luisa scossa da profondi singhiozzi senza lacrime, si piegò su se stessa, scivolando lungo il portone, fino a finire accucciata sul gradino. Singhiozzò quasi urlando senza riuscire a fermarsi, poi scoppiò in un pianto dirotto, infine si rialzò cercando di rimettere a posto i pantaloni sbottonati e la maglietta scomposta. Le amiche non erano ancora arrivate e per Luisa le giostre, dopo quell'esperienza, non avevano più senso.

Cercò di calmarsi, di ricomporsi, poi suonò il campanello di casa sua. Salì e corse in bagno, dicendo alla mamma, mentre passava in fretta nel corridoio, che aveva un'urgenza. Chiusa nel gabinetto, Luisa si sedette sull'orlo della vasca da bagno e si prese la testa tra le mani, piangendo ancora, in silenzio. Dirlo a sua madre? L'avrebbe certo rimproverata, come faceva sempre quando le raccontava qualche piccolo guaio. Qualunque cosa le succedesse era sempre colpa sua, per lei. E che non le facesse anche una scenata! Ogni pretesto, piccolo o grande che fosse, era buono; tanto valeva non fornirgliene, tanto valeva tacere, tanto valeva far finta di niente, come sempre. Così quando, dieci minuti dopo, -erano già le tre e quaranta!- le amiche suonarono allegramente il campanello, Luisa dal citofono rispose che no, alle giostre non ci voleva più andare, non si sentiva bene, ci andassero loro e buon divertimento.

«Non ci vai più?» chiese la mamma sollevando lo sguardo dalle parole crociate.

«No! M'hanno fatto aspettare troppo e mi è passata la voglia.» rispose.

«Ma se sono tre giorni che non stai nella pelle per andarci!».

«Beh…e adesso non ne ho più voglia. Vado a studiare!» e Luisa concluse l'argomento.

* * *

Luisa aveva trentatré anni, un bel marito, due splendidi bambini. Era una ragazza elegante, colta, di gusti raffinati, laureata in filosofia, insegnante precaria in un liceo, senza particolari problemi economici. Della ragazzina di vent'anni prima era rimasto poco, se si eccettuano gli occhi di quel blu cobalto così raro a trovarsi, ma senza l'espressione radiosa dei tempi lontani. Il marito bancario l'adorava e nulla pareva turbare la loro felicità di giovani sposi belli, agiati, di istruzione superiore. Solamente all'arrivo delle giostre, Luisa si defilava con scuse varie e lasciava al marito il compito di portarci i bambini, due bei maschietti di sei e quattro anni. Quel giorno era inverno, pioveva e lei, appena uscita di scuola dopo due sole ore di lezione, aveva preso il solito autobus per tornare a casa, ripassandosi mentalmente i vari tempi di marcia della sua giornata che comprendevano l'ufficio postale e il supermercato. Stava riflettendoci nell'autobus affollato senza neanche accorgersi di chi la circondava, mentre il mezzo arrancava a scossoni tra una fermata e l'altra facendo entrare sempre più gente, sempre più pigiata, sempre più infelice. Cominciò poi la parte finale della corsa, quella in cui il mastodonte cominciava a svuotarsi e alle fermate quasi nessuno più saliva, ma molti scendevano. Si cominciava a stare più larghi, per fortuna.

Fu allora che lo vide, seduto a pochi passi da lei, la testa a pera, i grandi occhi lustri, la barbetta, l'espressione inquieta, le mani agitate. Luisa si irrigidì, lì in piedi, strinse l'ombrello quasi che nel primo impulso avesse voluto romperglielo in testa. Era lui quello schifoso essere viscido e depravato che aveva spento un giorno di sole nella primavera della sua vita! Ma no, forse era solo una somiglianza! Luisa esitò parecchio guardando fisso quell'uomo: il cranio a pera, ora ampiamente stempiato era coperto di capelli bianchi, la faccia lunga era ancora più incavata, i baffi e la barbetta appuntita erano uguali, solo striati di bianco. Tutto combaciava, almeno nel ricordo. Ma come esserne sicuri? Luisa si mosse da dove si trovava e gli si mise di fronte, guardandolo. L'uomo, già inquieto, cominciò ad agitarsi penosamente sotto quello sguardo blu che forse gli ricordava qualcosa, anche se dovevano essere stati molti -pensò Luisa- gli sguardi a cui lui aveva tolto la luce dell'innocenza. Luisa si mise la tracolla di traverso in modo da avere le mani libere e questa mossa scatenò nell'uomo il panico. La guardò supplichevole, gli occhi lacrimosi, poi con uno scatto, si alzò dal suo posto. «Prego!» le disse, accennando al posto a sedere. Ma Luisa lo seguì fino alla porta di uscita: erano a due fermate dal capolinea, dove lei solitamente scendeva. L'uomo sudava, anche se era inverno. «È lui!» si disse Luisa e, con la certezza di averlo identificato senza ombra di dubbio, calò su di lei una calma totale. L'uomo aveva suonato per scendere, o forse per fuggire: erano appaiati sulla porta d'uscita ai lati della sbarra di sostegno. L'autobus caracollava e la fermata si faceva attendere, un'attesa penosa per quell'uomo che aveva fretta di scendere. Luisa invece continuava a guardarlo, ma con un leggero sorriso, tanto che lui pure tentò un paio di sorrisi compiacenti, mentre con una mano si tergeva il sudore che gli colava dalla fronte. «Un'ulteriore prova che è lui!» pensò Luisa «Un uomo normale in presenza di una donna piacevole che gli sorride avrebbe subito cercato di attaccare discorso, mentre lui ha paura». E nel pensare a questo la luce del trionfo le illuminò gli occhi. Come soffriva lui, ora, sotto il suo sguardo! E come lei godeva nel vederlo annaspare, sudare, tremare…

Finalmente l'autobus arrivò al traguardo della fermata, le porte si aprirono ma, quasi per un misterioso accordo con il conducente, si richiusero subito, gettando nel terrore l'uomo che aspettava. Poi si riaprirono di colpo e lui si buttò in avanti, come una belva verso la fuga. Ma Luisa, prontamente, nello stesso istante in cui lui si lanciava, mise il suo grande ombrello da pastore di traverso ai piedi di lui, così l'uomo, catapultato verso l'uscita, precipitò con violenza al suolo sull'asfalto bagnato, proprio all'orlo del marciapiede. Luisa scese con calma, fece qualche passo e si voltò. L'uomo caduto era stato soccorso da alcuni passanti, anche l'autista era sceso a verificare l'accaduto. Lo tirarono su in due, la faccia insanguinata, il naso ferito, forse rotto. Luisa da lontano lo fissò ancora per un lungo istante sorridendo di compiacimento, mentre lui la guardava affranto, pallido, tremante. Per un momento solo, un momento di gloria per lei, i loro sguardi si incrociarono, poi, prima che lui potesse parlare per accusarla, Luisa si dileguò rapidamente tra la folla indaffarata di un giorno di pioggia.

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