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Michela Torcellan

Tre storie etrusche

Il tumulo d'oro — L'uomo di Murlo — Una notte a Montaperti
 

Il tumulo d'oro

A Castellina in Chianti, subito a nord del paese, esiste un tumulo etrusco di una notevole grandezza e bellezza su cui, come sempre avviene si sono concentrate parecchie leggende. Il tumulo contiene delle tombe a camera disposte ai lati di una camera d'accesso cui si accede attraverso un corridoio in discesa. La tomba, che doveva essere ricchissima, è stata ritrovata già svuotata dai ladri.

Si narra che ai tempi in cui i Longobardi governavano l'Italia, nel borgo di Castellina esistesse una taverna tenuta da un oste malvagio che rapinava, dopo averli ubriacati, i suoi clienti. Ciò si protrasse per anni e, in qualche caso, l'oste faceva uccidere da certi suoi amici briganti i poveri avventori non appena avevano lasciato la taverna. I luoghi degli agguati erano sempre gli stessi, soprattutto una grossa quercia detta dal volgo "quercia degli appesi" perché spesso le vittime vi venivano impiccate. Molti delitti però erano avvenuti nell'osteria stessa e il padrone e sua moglie, dopo averli spogliati di tutto, seppellivano i cadaveri nel giardino.

Lavorava in quella taverna un giovinetto orfano di nome Leopardo, figlio di un valoroso arimanno di antico rango. L'oste frustava il ragazzo e minacciava di ucciderlo se solo avesse detto mezza parola su quello che accadeva. E Leopardo, per paura, -anche perché minacciavano di far del male a sua madre- taceva. Una volta che si trovava presso il pozzo retrostante l’osteria, dove l’avevano mandato, in piena notte, ad attingere l'acqua per lavare il sangue di due viandanti sgozzati, il ragazzo, in preda a un’aspra pena, levava alti lamenti contro la propria sorte. Proprio allora, alla luce della luna piena, vide uscire dal pozzo un uomo piccolissimo, con una gran barba bianca e un cappello a punta: i suoi abiti e le scarpe erano tutti laceri e consunti dal lungo uso. Costui si sedette sull'orlo del pozzo e non era più alto di un bambino appena nato, anche se sembrava vecchissimo.

«Sono stufo di sentirti lamentare, Leopardo» disse lo strano omino «tutte le volte che vieni al pozzo, notte o giorno che sia, ti lagni della tua vita e non capisco perché. Sei giovane, bello, coraggioso, forte, in salute; per quale motivo dovresti essere infelice?»

Leopardo sospirò: «E me lo domandi? Sono complice di crimini orrendi e devo tacere» e raccontò le proprie disgrazie e le molte nefandezze che avvenivano nella locanda. L'omino lo ascoltò con attenzione, grattandosi la barba bianca, poi chiese: «E tu vorresti uscire dalla tua situazione di povertà e soggezione, vero? Se tu fossi ricco, oltre a collocare tua madre nel rango che le compete, potresti diventare guerriero e ottenere la  giustizia dei tuoi pari».

«Se lo vorrei?» disse Leopardo «E' il sogno della mia vita! Ma come posso sperare di arricchirmi? Ormai per colpa dei briganti qui non esiste più commercio e l'unica alternativa è fare il servo di qualcuno».

 «Non temere» disse l'omino «io posso aiutarti. Conosco il nascondiglio di un immenso tesoro, ma non l'ho mai detto perché nessuno di voi uomini mi è sembrato meritevole di tale favore. Tu però sei diverso: mi sei simpatico. Devi solo promettermi di seguire alla lettera le mie istruzioni e di darmi qualcosa in cambio».

«Che cosa vuoi?» domandò Leopardo.

«Ecco, vedi» spiegò l'omino, sempre grattandosi la barba «io sono ricco, ricchissimo anzi, ma le mie vesti sono a brandelli. Vorrei che mi fosse cucito un abito da vero longobardo, con i pantaloni a quadri, la camicia a bottoni di corno, il mantello e la spada al fianco. E vorrei anche un paio di stivali...tutto della mia misura naturalmente. Pensi di potermi accontentare?».

«Certo! Per i vestiti c'è mia madre, per i bottoni conosco un artigiano e per gli stivali posso andare da un calzolaio».

«Bada però che non devi far capire a nessuno per chi sono» ribadì con serietà il piccolo uomo.

«Non temere. Sarà fatto!» esclamò convinto Leopardo.

L'omino allora disse: «Stai attento a quello che sto per dirti e bada a ricordartelo bene! Al prossimo plenilunio andrai alla montagna rotonda fuori del castello. Quando vi sarai arrivato le girerai tre volte intorno, a rovescio, tracciando un cerchio sul terreno e dirai per tre volte queste parole: Sic mutabitur per opus rubrum. Stai attento a ricordartele bene e a non sbagliare perché in tal caso l'incantesimo non funzionerebbe. Vedrai da te quello che succederà e ricordati che tutto quello che vedrai potrai prenderlo, portarlo fuori del cerchio che hai tracciato e sarà tuo. Ma all'alba tutto sarà finito, non potrai prendere più nulla e dovrai andartene al più presto. Stai attento a non trovarti dentro al cerchio nel momento in cui il gallo canterà, altrimenti sarai cancellato con le tenebre e non potrai tornare mai più nel mondo dei vivi. Hai ben capito? Guarda che è un'impresa pericolosa!».

«Ho capito» disse Leopardo e si accomiatò dall'omino promettendogli di ricordarsi tutto.

Passò un altro mese di efferatezze nella locanda e di sofferenze per il ragazzo che, quando poteva, ripeteva a se stesso quelle parole e segretamente si preparava all'impresa. Nel frattempo aveva chiesto alla madre di cucire un vestitino lussuoso, ma di dimensioni minuscole, spiegando che erano per il figlio appena nato del castellano e rintuzzando le perplessità della donna che trovava inspiegabile vestire un neonato come un adulto. Aveva poi commissionato a un cuoiaio gli stivaletti e a un intagliatore i bottoncini giustificandone la piccolezza con scuse varie, ma anche gli artigiani facevano domande. Così, guardato con sospetto da parecchie persone del paese, Leopardo si preparava al plenilunio fatale.

Allora prese dei sacchi e si avviò di nascosto verso il cocuzzolo, li lasciò sotto un albero e, a mezzanotte, cominciò a camminare all'indietro, in cerchio rovescio, segnando la terra con un bastone e quando ebbe finito il terzo giro disse per tre volte quelle parole incomprensibili che tante volte nella sua mente si era ripetuto: «Sic mutabitur per opus rubrum». Immediatamente la montagna si aprì con un forte rumore di tuono, come se una porta di marmo scorresse sui cardini. Alla luce fievole di una torcia Leopardo entrò in uno stretto passaggio,  tutto rivestito di pietre connesse e passò sotto un architrave decorato da bizzarri e arcani disegni. Quando entrò in una camera con le pareti di pietre lisce, vide quattro letti di legno con decorazioni d'oro: vi erano distesi i corpi di quattro guerrieri armati di lancia ed elmo, con schinieri alle gambe, coperti da uno scudo rotondo. Attorno erano sparsi in gran quantità  gioielli, monete d'oro, pietre preziose, che uscivano da vasi di metallo o di ceramica. In fondo ad un'altra stanza, dietro a tendaggi sostenuti da un baldacchino di legno intarsiato vi era una donna seduta su un trono d'oro tempestato di gemme. Leopardo cominciò a riempire un sacco di ornamenti e monete. Tenendolo sulle spalle uscì, lo posò ai piedi di un albero e ne prese un altro. Riempì anche questo, stavolta d'oro e di pietre preziose, e lo portò fuori mettendolo accanto al primo. Ne prese un terzo e rientrò ancora nel tumulo. Ma non sapeva di essere stato seguito. Sua madre, in ansia per lui, lo guardava da dietro un cespuglio. Stava quasi per albeggiare e Leopardo, da dentro, era incerto su cosa poteva mettere nel terzo sacco quando, alle prime incerte luci dell'aurora, la donna vide i contorni della montagna farsi incerti, come se tutto stesse per svanire. Temendo per il figlio la madre corse disperata verso l'apertura. Leopardo trasalì nel vederla e mandò un grido, ma il sangue gli si gelò e la voce gli morì in gola quando vide i guerrieri e la regina prendere vita, muoversi, sollevarsi e guardarlo con occhi di fuoco.

«Presto fuori!» urlò la madre e lo spinse verso l'uscita seguendolo. Leopardo raggiunse di corsa l'esterno del cerchio proprio nel momento in cui il gallo cantava. Voltandosi vide sua madre, già all'esterno del tumulo, ma ancora dentro il cerchio, mentre veniva afferrata dagli artigli dei guerrieri che la rincorrevano. In un momento quella scena orribile si sgranò sotto i suoi occhi e, mentre si faceva chiaro, la montagna si presentò alla luce mattutina chiusa, come sempre.

Leopardo cercò sua madre molte volte, ma il tumulo non si aprì mai più, neanche nelle notti di luna piena. Con i gioielli che aveva guadagnato, opere magnifiche di popoli a lui sconosciuti, divenne un gran signore e denunciò alle autorità competenti la locanda del crimine. L'oste e sua moglie furono processati, messi a morte e i loro corpi restarono a penzoloni per oltre un mese alla quercia degli appesi, beccati dai corvi e rosi dai vermi. La banda dei briganti fu sgominata e la zona del Chianti tornò prospera di traffici, grazie a mercanti e viaggiatori. Ma a Leopardo rimase il rimpianto di non essere riuscito a salvare sua madre, per la quale eresse una chiesa e fece celebrare molte messe. Non vide più neanche l'omino del pozzo. Solo una volta, in una notte di luna piena, mise l'abitino che gli era stato commissionato, completo di spada, mantello e stivali, sopra un davanzale di casa: il mattino dopo non c'era più.

L'uomo di Murlo 

A Murlo a partire dagli anni '70 gli scavi americani guidati dal prof.Nielsen hanno messo in luce un enorme palazzo dove, in due fasi tra il VII e il VI sec.a.C., risiedette la dinastia dominante di sovrani-sacerdoti-magnati i quali verso il 530 a.C. l'abbandonarono dopo aver fatto demolire e interrare tutto. Nella stessa zona gli studi del prof.Piazza hanno evidenziato anomalie genetiche significative dell'eredità degli Etruschi.

I turisti accaldati e distratti che arrivano all'antico castello lo notano appena, molti di loro sono stranieri e non ne comprendono nemmeno il biascichio, gli studiosi lo guardano divertiti e gli chiedono se serba ricordo di qualche ritrovamento, i compaesani lo rispettano perché l'hanno sempre visto, come la rocca e le mura. Ma nessuno sembra prenderlo veramente sul serio e ne ascolta le storie. Eppure, quando cerca di trascinare qualche avvenente signora nella sua cantina sotterranea, scavata nel tufo, quel vecchio dalla faccia incartapecorita si rianima nel promettere il piacere di un vino genuino, dorato, fresco, dal profumo di rose.

Un giorno di ottobre, forse per i fumi della vendemmia, il nonno del borgo, seduto nel suo antro, borbottava strane storie, con accanto due biondone scandinave arrivate fin lassù in mountain bike e da lui convinte a visitare, dopo il museo, anche quel suo antro.

«Erano altri tempi» ricordava «quando obbedire significava veramente qualcosa! E il mio signore non ammetteva repliche, lui era il dio supremo di tutto il territorio, lui comandava a migliaia di contadini schiavi che portavano i raccolti nel suo palazzo: frumento, uva, olive orzo, farro, fave, ortaggi. E poi i pastori che pascolavano le sue greggi: migliaia di capi che punteggiavano di bianco intere vallate! Mai visto tanto ben di dio! Era lui, Larth Vaithati, il padrone, il signore, il papa, il principe, il re. Non esistevano sfumature a quei tempi! E io ero il suo uomo di fiducia».

Sapendo quanto fosse sfuggente nel parlare di ciò che lo riguardava direttamente, sentendo quella voce levarsi dal sottosuolo, ci nascondemmo dietro lo stipite dell'ingresso e lo lasciammo dire. Che pensasse pure di non essere ascoltato: almeno raccontava cose interessanti e non solo i soliti discorsi di vino e di sesso. Dopo aver ingoiato ancora qualche sorsata del suo inimitabile nettare, riprese con foga: «Mi chiamava di continuo, si fidava solo di me, gli organizzavo le corse dei cavalli che tanto gli piacevano, gli portavo le donne più belle con cui sollazzarsi (a quei tempi non facevano tante storie, come ora!), mi occupavo della produzione del vino che è un'arte eccelsa, non da tutti. Ero insomma il ministro incontrastato dei suoi piaceri. Aveva altri dipendenti: cerimonieri per il culto, di cui era sacerdote supremo, contabili per le rendite fondiarie, guardiani per la disciplina da mantenere e giudici per la giustizia da amministrare. C'era chi processava e tagliava teste per lui, chi gli contava le staia di grano e le giare di olio e seguiva l'accumulo delle derrate, chi si occupava del culto che, in suo nome, si estendeva anche agli antenati, quei bamboccioni dalle facce stralunate esposti nel museo, i quali dovevano continuamente essere ricordati, onorati, placati. Ma chi gli forniva la chiave della vita ero io; gli altri erano solo squallidi tirapiedi. Però ero anche un po' cialtrone, sapete? E spesso, quando passavo presso le stanze della sua sposa, la giovane Velia dalla pelle di giglio, la spiavo mentre si bagnava e sbavavo dietro alle sue cosce d'avorio e alla sua peluria dorata, tutte cose riservate solo a lui e per la cui vista mi avrebbe di certo messo a morte.». Per sottolineare il concetto, il vecchio dava grandi manate sui fianchi delle sue ospiti che, nella loro lingua, protestavano vistosamente.

«Vedete come fate le preziose? Avete la testa piena di stupidaggini, come quelli che fanno gli scavi, cercano le necropoli, sperano di trovare le tombe piene d'oro, come se quelle aspettassero loro. Come le donne del resto! Bisogna prenderle, anzi predarle, quando si può; un momento dopo potrebbe già essere troppo tardi. Aaah! Sedetevi, ignoranti! Lunghe e sceme! Non valete un millesimo di ciò che era Velia Vaithati sposa del principe, non l'unica si capisce, ma la vera sposa, la regina di questi luoghi. Aveva quarant'anni meno di lui, eppure non aveva fatto tante storie, sapeva con chi aveva a che fare e cercava di compiacerlo in tutto e di guadagnarsi la sua preferenza. Non voleva certo che il suo vecchio marito smettesse di amarla! Tutto fino a quando non capitò qui quel mercante di Vulci, uno che viaggiava, smerciava roba greca e anche al mio signore quella roba piaceva, anche se diceva di non averne bisogno perché le sue officine producevano anche quella. Ma non era mica la stessa cosa! I vasi, avevi un bel dire che non si notasse la differenza! Se erano fatti a Corinto saltava agli occhi, eccome! Naturalmente tutti dicevamo che non era vero, che quelli di Vaithati erano i migliori, che "sembravano usciti dalla fornace degli dei". Ma era tutta piaggeria. In realtà la Grecia ci dava dei punti. Il mercante tornò più volte. Era giovane, bruno, vigoroso, non aveva paura di nulla, risaliva la valle dell'Ombrone senza scorta armata e cantava. Lo si sentiva arrivare da sotto, per via di quella voce melodiosa che cantava arie di taverna. Lo odiavo, ma il mio signore lo stimava, lo onorava, forse lo temeva o lo invidiava perché possedeva oggetti più belli dei suoi. Ma più di tutti lo amava Velia che si illuminava appena sentiva la sua voce che l'eco le riportava dalla valle sottostante. La spiavo come non mai. Lui alloggiava all'officina dei vasi e dormiva con gli artigiani: Una notte vidi delle ombre in giardino: mi precipitai fuori, silenzioso e rapace, come un falco. Li scoprii che facevano l'amore nel bosco e li odiai entrambi, di un odio che voi cristiani non potete capire perché non avete mai capito l'amore.». Una delle turiste chiese un altro po' di nettare e commentò: «Capito! Tu dice noi no capire amore? Anche now gente ama, pazzi per amore!».

Il vecchio tacque, gli occhi lucidi, un po' fissi, forse per il vino. «No, non è la stessa cosa, vichingona mia. Lo so, ti ci metti d'impegno, fai del tuo meglio, in questi tempi tristi. Ma allora l'amore aveva il sapore del sale e del miele al tempo stesso, non il gusto sciapo di ora…Io per amore sono arrivato a tutto: al tradimento, al delitto. Sì perché ho avvertito il mio signore di quanto era successo e, insieme, abbiamo spiato i due amanti la notte precedente la partenza di lui. Anche Larth Vaithati vide quello che io già avevo visto e forse il mondo, quel mondo di cui era padrone assoluto, gli crollò addosso. Fece arrestare subito i due adulteri e il giorno dopo il giovane mercante fu squartato nel cortile centrale del palazzo, senza che a nessuno fosse data spiegazione della condanna. A Velia pensai io. Il mio signore mi ordinò di ucciderla nel modo più indolore, tanto aveva già sofferto nel vedere l'orrendo supplizio del suo amante. La portai nel bosco una notte, con le catene ai piedi e ai polsi e le conficcai uno stiletto nel cuore. Ne portai il cadavere tra le mie braccia fino al cospetto del mio signore e la distesi ai suoi piedi.» La guardò con infinita tristezza e disse: «Peccato! Era tanto bella!»; solo questo. Pochi giorni dopo iniziò la demolizione del palazzo. Larth Vaithati rinunciò al suo regno, che ruotava attorno a lui, alle sue prerogative dinastiche e divine, ai suoi piaceri e alle sue follie. Fece distruggere tutto e spargerlo in giro, poi mi chiamò. – Vado via, resterai tu a guardare le rovine del mio palazzo fino al mio ritorno! –. Così disse e per me gli ordini non si discutono. Lasciò altri ad amministrare le terre e le greggi, io solo fui il custode della sua vita perduta, una vita che fu pari solo agli dei».

A questo punto il vecchio cominciò a piangere senza ritegno, tanto che le due ragazze, dopo aver cercato invano di confortarlo, messe in imbarazzo da tale scena, si allontanarono in punta dei piedi, passandoci accanto e notando con stupore la nostra presenza. Entrammo a nostra volta nella cantina fresca e odorosa guardandolo con perplessità. Si accorse allora di noi.

«Ma voi non siete le due di prima!».

«No! Volevamo solo qualche litro di vino». Si alzò, travasò in silenzio da una botte, ci disse il prezzo, pagammo, tutto in silenzio.

«Signor Mino» gli chiesi alla fine, non reggendo alla curiosità, «Ma lei è davvero il custode del palazzo etrusco? Allora lei è qui da duemilacinquecento anni!».

«Ti piacerebbe saperlo, vero, imbrattacarte da strapazzo? Vieni prima nel bosco con me e poi te lo dirò!». Gli occhi, prima malinconici e languorosi, si erano fatti feroci.

«Nossignore! Io sono di quelle che fanno tante storie!». Dovetti rassegnarmi a non conoscere il seguito del racconto.

Una notte a Montaperti

Nell'estate del 1555 la Repubblica di Siena, dopo due secoli di fiera autonomia verso tutto e tutti, capitolò dopo un lungo assedio durato nove mesi da parte delle truppe spagnole e dei loro alleati italiani, tra cui il duca di Firenze Cosimo de' Medici. Siena, già etrusca, poi longobarda, evangelizzata dal sangue del martire Ansano, nobilitata dalla vittoria di Montaperti, divenne perciò una dèpendence dell'impero spagnolo.

L'assedio di Siena da parte degli imperiali era appena cominciato quando un giovane inglese di nome John William Brown, da poco in Italia per impratichirsi nell'arte della diplomazia, ebbe l'incarico di portare un dispaccio del duca Cosimo al marchese di Marignano che dirigeva le operazioni belliche. Il giovane, che tutti ormai chiamavano Guglielmo Bruno, partì da Firenze che era da poco passato il mezzogiorno in sella ad un veloce cavallo e contava di essere a Siena in poco più di tre ore. La cosa non lo preoccupava, anche se quel giorno, il 31 di ottobre del 1554 faceva già piuttosto freddo, ma la corsa in pieno meriggio non presentava particolari difficoltà e il messaggero era sicuro di arrivare prima che facesse buio. Le cose tuttavia andarono diversamente. William infatti, arrivato verso Poggibonsi, trovò la strada bloccata da carri di guerra, oltre che piena di rivoltosi che, per una bega di paese, facevano il diavolo a quattro. Un soldato gli consigliò pertanto di deviare per Castellina in Chianti e da lì scendere a Siena, una variazione che gli sarebbe costata qualche perdita di tempo, ma senza alterare in sostanza il suo programma.

Il messaggero prese così la strada della collina, sbuffò un po' tra le curve e, giunto in paese, fu malmenato da alcuni ubriachi in un'osteria dove si era fermato a rifocillarsi. Arrestato insieme a loro, perse dell'altro tempo a discolparsi nel suo italiano insicuro e, solo verso il tramonto, riprese la strada. Fu così che stava già per annottare quando arrivò in vista di Siena, cinta d'assedio da ogni lato. Purtroppo una fitta nebbia si levò all'improvviso e il giovane inglese, proprio nel momento in cui credeva di essere arrivato, si trovò a vagare nel nulla, solo, in un silenzio ovattato, mentre il buio avvolgeva ogni cosa. Il cavallo a lungo camminò al passo, mentre William, prima contrariato, poi preoccupato, imprecava contro quell'inconveniente così frequente nella sua terra, ma del tutto anomalo in quei luoghi. Si trovò dopo parecchio tempo presso una chiesetta isolata e qui scese di sella, conducendo il cavallo per le briglie, a vedere se c'era qualcuno. La nebbia era meno fitta e qualcosa si intravedeva, ma per uno straniero come lui era comunque difficile ritrovare la strada. Il giovane chiamò a lungo, gridando: «Ehi! C'è qualcuno qui? Prego, rispondetemi!», ma nessuno fece eco alle sue parole. Solo allora notò uno strano chiarore che proveniva da una zona sottostante e, risalito in fretta a cavallo, vi si diresse con decisione credendo che ci fosse un villaggio. Improvvisamente la veduta si era ampliata e perfino rischiarata, tanto che si udivano perfino dei rumori: di armi, di tamburi, di grida umane.

«Che il marchese sia già passato all'attacco?» pensò William e, estratto il pugnale dal fodero, si avvicinò al luogo del conflitto. Ma vide una strana scena, di orrore e di morte: tutta una grande pianura piena di guerrieri con insegne mai viste e armature bizzarre, fatte di maglia di ferro, con elmi a calotta semplice, non le armature elaborate che, soprattutto gli spagnoli, sfoggiavano nelle battaglie. «Chi sono costoro?» si chiese il giovane, meravigliato e inorridito per la quantità di cadaveri che giacevano a terra, tanto che in mezzo al pianoro sembrava tutto un immenso macello, con membra umane dilaniate e recise e un'enorme pozza di sangue umano ed equino insieme, tanto che l'odore colpiva anche più delle urla e del fragore del metallo.

«Forse è meglio che vada ad aspettare presso la chiesetta, poi quando la battaglia sarà finita mi metterò a cercare il Marignano». Così William si allontanò ritrovando in breve la chiesetta che ormai si vedeva da distante, poiché la nebbia si era diradata. Vi arrivò in men che non si dica e già da lontano vide che c'era gente: un sacerdote e il suo seguito. «Finalmente!» sospiro con sollievo l'inglese. Ma avvicinandosi vide anche lì strane fogge nel vestire. Il prete aveva un vistoso cappello ed era seguito da uomini armati, dai capelli lunghi, i cui elmi addirittura erano dei cappellini vezzosi a lamine, sormontati da una specie di coda di cavallo. Di fronte a questo strano drappello c'erano due giovani biondi, con lungo mantello rosso, i cui pantaloni erano infilati dentro gli stivali. «Andatevene dalla nostra terra!» disse uno di loro. «Non mi muovo dalla mia diocesi!» ribatté il vescovo e aizzava i suoi uomini contro i due e il loro seguito. Ne venne fuori un rissa e i due giovani biondi furono uccisi, mentre l'alto prelato sghignazzava di gusto. «Alla faccia della carità cristiana!» si indignò William, ritenendo il comportamento di quell'uomo indegno di un esponente del clero. Si trattenne pertanto dal chiedere ospitalità a quella combriccola e preferì acquattarsi nell'ombra ad attendere un'opportunità migliore.

Ecco infatti, lì vicino, avanzare un altro corteo i cui componenti sembravano tutti in camicia da notte, tanto che William pensò si fossero alzati dal letto per fuggire, forse per l'arrivo delle truppe. Andò quindi verso di loro intenzionato a chiedere che cosa stesse succedendo, quando li vide fermarsi e attorniare un bel giovane dalla lunga veste bianca. «Ti rifiuti ancora di rendere omaggio all'effigie dell'imperatore?» chiese un tipo dalla camicia bordata di rosso. «Rifiuto! Solo Dio è degno di omaggio» rispose con fierezza il giovane. Allora un soldato dalle armi assurde, -corazza e gonnellino come uno scozzese, con la testa dentro ad un elmo con spazzola alla sommità- si avvicinò al giovane e, con un solo colpo di spada, gli tranciò la testa che rimbalzò due o tre volte prima di fermarsi. E nel punto in cui si fermò, nello stesso istante zampillò una sorgente. «Che Dio mi assista!» disse William ad alta voce, allontanandosi di corsa da quel luogo e prendendo la direzione del pianoro di prima, dove gli pareva che ci fosse ancora gente, ma più calma e silenziosa. Arrivò a piedi, conducendo il cavallo per le briglie, raccomandandogli il silenzio, anche se sembrava che l'animale non avesse bisogno di tali ingiunzioni, tanto era quieto e con il pelo stranamente ritto. Sulla piana non c'erano più tracce della feroce battaglia di prima e di rosso c'era solo la lunga tunica di un uomo, al centro di una folta assemblea di persone dai vestiti chiari, che sembravano più che altro abbigliati per andare a dormire. L'uomo stava accanto ad un altare in marmo, sembrava anche lui un prete e levava le braccia e gli occhi al cielo in un silenzio totale. William si nascose dietro un albero e lasciò il cavallo poco lontano. La folla che assisteva a quella specie di cerimonia era disposta a semicerchio, in più file, lungo un leggero pendio, e il sacerdote volgeva loro il viso. Era un rito celebrato al rovescio rispetto alla messa che conosceva e l'altare era vuoto. Dopo un lungo silenzio si sentì un muggito e, da dietro il sacerdote, arrivò un corteo di giovanetti che trascinavano un toro incoronato di fiori, con le corna dorate. L'animale fu portato davanti all'altare e qui benedetto dal prete che gli disse: «Vai dagli dèi e chiedi loro quale sarà la nostra sorte», dopodiché lo asperse d'acqua con un ramo e i giovani lo sgozzarono davanti a tutta l'assemblea. Il sangue fu fatto colare in una ciotola e il sacerdote ne bevve un sorso, poi la passò ai notabili seduti in prima fila che si erano alzati. I giovani quindi, squartato velocemente l'animale, ne estrassero il fegato e lo gettarono sull'altare. Il prete guardò quell'organo sanguinolento, lo toccò con una pinza metallica, lo mostrò ai notabili che avevano bevuto il sangue con lui, poi disse: «Gli immortali ci mandano a dire che non dobbiamo farci illusioni, il nostro popolo è finito, avviato a una misera decadenza o alla morte. Quale delle due alternative preferite?». «La morte!» urlò, come un solo uomo, tutta l'assemblea. L'uomo in rosso alzava ancora le mani al cielo. «Ebbene morte sia!» disse con foga «Meglio una morte gloriosa che una vita senza onore! Che i nostri nemici facciano di noi ciò che vogliono, distruggano il nostro stato, la nostra lingua, perfino la nostra memoria. Ma non ci avranno. Non diventeremo mai come loro. Meglio morire che essere romani!». E per dare meglio l'esempio il sacerdote estrasse un pugnale e, davanti a tutti, vi si gettò sopra, annaspando subito nel rantolo della morte e confondendo il proprio sangue con quello del bue.

«Ma sono pazzi! Qui sono tutti pazzi!» disse, quasi urlando, William, ma nessuno dei presenti lo sentì o lo notò, anzi la scena sparì ai suoi occhi e si ritrovò solo sotto il suo albero. Chiamò allora il cavallo, lo legò al tronco e, presa una coperta, si distese a terra cercando di dormire un po', ma senza riuscirci. Più tardi, le prime luci dell'alba, rivelarono il mondo ai suoi occhi: la città che aveva scorto la sera prima circondata da cannoni e armamenti di guerra, la pianura deserta e un po' autunnale, una leggera nebbiolina. «My Lord!» esclamò il giovane inglese «Ma cosa è successo stanotte? Chi era quella gente? O forse dovrei chiedermi se esisteva davvero quella gente? Devo aver sognato. E' stato un incubo, un sortilegio, una magia, o cosa?» Poi il suo sguardo si posò casualmente sui rami dell'albero sopra di lui: era una quercia con un grosso cespuglio di vischio, la pianta delle fate. Ricordò allora la data di quel giorno e una tradizione, ignota in Italia, ma vivissima nella sua terra. «Era Halloween!» esclamò e si fece animo. Certo, la notte delle streghe, quando il confine tra i vivi e i morti si annulla e noi possiamo vedere cose e persone dell'al di là! Rimontò a cavallo, ormai rasserenato . Era stato solo uno scherzo di Halloween, svanito con le prime luci dell'alba.

 

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