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Udai
Il ragazzo che pesò l'elefante

Nella notte dei tempi, quando ancora qui da noi l'uomo si vestiva di pelli d'animale e si rifugiava nelle caverne, nel lontano oriente già era grande il Celeste Impero, il Katai o la Cina come noi la chiamiamo ora. Era veramente un impero smisurato ed un muro lungo cinquemila chilometri ne difendeva a nord i suoi confini che si estendevano dalle Indie alla Mongolia. Affacciato sul mare guardava lo Zipon, "l'origine del sole", l'attuale Giappone, anche se i suoi abitanti, gli Ainu, manco immaginavano di essere osservati.

Capitale di questo vastissimo Impero era la città di Changan, ora Sian, nello Shensì, dove vivevano ottantamila famiglie, e le famiglie allora erano molto numerose. Le mura che cingevano la città erano lunghe venticinque chilometri con dodici porte e sedici ponti. Nove mercati, con moltissime officine artigiane e botteghe di ogni tipo, assicuravano ogni ben di dio ai cittadini. La strada che partiva dalla capitale attraversando tutta la Cina raggiungeva i paesi che noi oggi chiamiamo Pakistan, Afganistan, Iran, Irak, Siria, toccando addirittura le coste orientali del Mediterraneo. Era la famosa "via della seta" attraverso cui venivano esportati utensili di ferro, lacche e, ovviamente, filati di seta e seta greggia. Sempre per tale via venivano importati cavalli, cammelli, profumi, uva, canapa.

L'astronomia e la matematica erano già molto sviluppate così come la medicina e tutte le arti. È in quel periodo che venne stampata la prima carta. Una carta di seta molto sottile attraverso cui ancora oggi i Cinesi di allora ci parlano e ci raccontano la loro storia. Figlio del Cielo, ossia Augusto Imperatore della Cina, era il grande Wu, della dinastia Han Occidentale, che aveva al suo fianco come Primo Ministro, il Marchese di Dai, Li Cang. Il Marchese era ritenuto da tutti un astuto e abile uomo di governo. Intesseva rapporti diplomatici con i paesi confinanti e anche con quelli più lontani come gli Stati di quel territorio che noi oggi chiamiamo India.

Un giorno il Principe di uno di questi stati inviò in dono al Primo Ministro un regalo molto insolito, un elefante. L'elefante era enorme, immensa la sua proboscide prensile, lunghe le sue zanne d'avorio e grandissime le sue orecchie. Nessuno prima a Changan ne aveva visto uno. Gli abitanti, sbigottiti, si rintanarono nelle case parlando di un enorme mostro comparso in città. I cortigiani, dal canto loro, dapprima spaventati, presero confidenza con il pachiderma in quanto questi era comandato a bacchetta da un ragazzino che l'aveva accompagnato per incarico del suo Principe. Il ragazzo si chiamava Udai ed aveva due occhi scuri e rotondi molto diversi dagli occhi a mandorla dei Cinesi. Li Cang ricambiò la cortesia del Principe inviando subito nel Mewar, così si chiamava quello Stato Indiano, una ambasceria con sete e lacche rarissime. Poi, mentre gli ambasciatori con il loro prezioso carico lasciavano la capitale, incominciò ad osservare meglio 1'elefante, la sua forza, la sua imponenza e si chiese: «Ma quanto peserà mai un animale così grande?» La curiosità lo indusse ad invitare i suoi amici e a convocare i Saggi colleghi del suo governo per conoscere come fosse possibile pesare un elefante. Dovete sapere che allora, in Cina, pur essendo così avanzate le scienze e le arti, l'unico strumento per pesare era costituito dalla stadera, ossia dalla bilancia a piatto. Con questo arnese i Cinesi pesavano i sacchi di grano o di riso, pesavano oggetti grandi e meno grandi, ma certamente non sarebbero mai riusciti a pesare una cosa grande e pesante come un elefante.

I Saggi si riunirono, discussero, bisticciarono, convocarono altri saggi più saggi di loro, fecero venire gli astronomi di Corte, o per meglio dire, gli astrologi che conoscevano il corso delle stelle, stilavano un calendario molto preciso, predicevano le eclissi di sole e di luna, ma anche questi non furono in grado di dare una risposta al quesito di Li Cang.

Dopo giorni e giorni di riunioni e di consulti infine il più saggio di tutti trovò il coraggio di andare dal Primo Ministro e con molta tristezza confessò: «Purtroppo non abbiamo trovato un piatto abbastanza grande da farci salire il pachiderma e un'asta così robusta da sostenerlo e noi non sappiamo come pesare l'elefante in un altro modo.»

Il caso voile che fosse presente nella Sala delle Adunanze il piccolo Udai. Il ragazzo s'incuriosì e tornato nel suo alloggio cominciò a pensare. Intanto ormai era scesa la sera e l'ancella addetta al suo servizio prima di ritirarsi accese la lampada di bronzo per rischiarare l'ambiente mentre dal bruciaprofumi saliva in alto una nuvola d'incenso che permeava di sé tutta la casa. Ad un tratto Udai battè le mani e richiamò 1'ancella che tornata nella stanza s'inchinò come d'uso e disse: «Ai tuoi ordini Udai, Gran Guardiano del Sacro Elefante».

«Don Wan corri subito dallo scrivano di Li Cang e fammi mettere in lista per la prima udienza di domani mattina. Digli che Udai ha scoperto i1 modo di pesare l'elefante. Presto corri, non perdere tempo.» La ragazza, ripetuto l'inchino di rito, si voltò e si mise a camminare velocemente, ma a passi brevissimi come solo potevano permetterle i suoi piccoli piedi fasciati sin dalla più tenera età.

Il mattino dopo, indossato uno speciale vestito d'ordinanza adatto all'occasione, Udai si trovò puntualissimo davanti alla soglia della Sala delle Udienze. Il suono del gong ordinò agli armigeri di aprire la grande porta ed Udai entrò inchinandosi profondamente per tre volte. Con lui entrarono anche i Saggi che non erano riusciti a trovare una bilancia adatta all'elefante. Erano stati svegliati nella notte dagli inviati di Li Cang che aveva ordinato la loro presenza all'udienza del giorno dopo. Quando conobbero il motivo della convocazione, quando seppero cioè che un ragazzo era in grado di pesare il grosso animale essi scoppiarono in una fragorosa risata infrangendo così tutte le regole del protocollo. «Ci mancherebbe altro, un ragazzo sa quello che noi saggi non sappiamo? Assurdo! Impossibile!» Un vero coro di risate e di proteste che furono placate solo da un secco colpo di gong ordinato dal Marchese. In effetti anche lui non era troppo convinto che un ragazzo, un piccolo indiano, sapesse quello che astrologi e scienziati ignoravano, ma era anche convinto che comunque, in mancanza di meglio, valeva la pena di tentare.

«Udai – disse Li Cang – è vero quanto mi hanno riferito? Sai veramente come si può pesare l'elefante?» «Si – rispose il ragazzo – è una cosa semplicissima, solo che nessuno finora ci ha pensato.»

«E dimmi – proseguì il Primo Ministro – dove troverai un piatto di bilancia così grande?»

«La giunca arrivata ieri da Panyu è un piatto sufficiente a contenere un elefante.»

«E quale asta userai per sostenerlo?» soggiunse Li Cang.

«L'asta più naturale che ci sia per questo tipo di piatto – rispose it ragazzo – l'acqua.»

I Cortigiani scoppiarono in una nuova corale risata «Figuriamoci l'asta fatta di acqua, che sciocchezza!» Un'occhiata del Primo Ministro li zittì.

Chiamato lo scrivano di Corte, Li Cang gli detto un'ordinanza che ingiungeva a tutti gli artigiani della città e ai marinai della giunca di mettersi al servizio di Udai per aiutarlo nell'impresa e ai saggi di seguire it ragazzo per controllare l'operazione. Così quel mattino, dalle finestre delle case in cui si erano rintanati, i paurosi cittadini di Changan videro sfilare uno strano ed eterogeneo corteo. In testa decine di artigiani, abili maestri del legno, del ferro, del cuoio, nei loro variopinti abiti e con gli arnesi del loro mestiere nelle mani. Poi il grosso elefante che barriva al sole come per salutare il nuovo giorno e, comodamente seduto sopra, Udai che con lieve tocco della mano gli indicava la strada. Quindi i Saggi, gli astrologi, gli esperti che con i loro lunghi e sontuosi vestiti chiudevano la parata pizzicandosi nervosamente, emozionati, divertiti e seccati ad un tempo, le barbette affusolate. Oltrepassato l'ultimo ponte ecco finalmente dondolarsi sull'acqua dorata dai raggi del sole la giunca e sulla riva i marinai già schierati e pronti a ricevere gli ordini di Udai. Un piccolo tocco di mano del ragazzo convinse l'elefante a favorire una sua agevole discesa. Messo piede a terra Udai si rivolse al Capitano della giunca ordinandogli di allestire un pontile adatto al passaggio del pachiderma dalla riva alla nave, già svuotata in precedenza di tutte le merci trasportate. Come i marinai completarono questa prima operazione Udai si avvicinò all'elefante e dopo appropriate carezze sulla proboscide lo diresse attraverso il pontile sulla tolda della giunca e quindi, per la stessa strada, tornò a terra lasciando solo l'animale. La giunca, sotto il suo peso s'inabissò di parecchio cambiando così la sua linea di galleggiamento. A questo punto Udai chiamo gli artigiani del suo seguito e disse loro di salire sulle barche preparate dai marinai, e di girare attorno alla giunca segnando, con una speciale vernice bianca, la nuova linea di galleggiamento. Quindi, con le stesse modalità dell'andata, predispose il ritorno dell'animale sulla terra ferma. Come la nave fu liberata dal suo peso ristabilì la vecchia linea di galleggiamento e a questo punto Udai ordinò agli artigiani di raccogliere tutte le pietre dei dintorni e di caricarle sulla giunca fino a quando questa si sarebbe inabissata al punto esatto del segnale bianco tracciato in precedenza. Quando questo accadde il ragazzo ordinò: «Ora non vi rimane che scaricare le pietre, pesarle una ad una ed addizionarne i risultati. Il totale corrisponderà al peso dell'elefante».

Un triplice «Evviva il piccolo saggio» urlato a squarciagola da marinai ed artigiani accolse il risultato. Anche i Saggi, perplessi prima, dovettero constatare che un ragazzo era stato più saggio di loro. Lo stesso corteo di prima si incamminò per il ritorno. Agli artigiani e ai Saggi si unirono i marinai suonando tamburi, pifferi e flauti in onore del piccolo indiano Udai. Giunti a Palazzo ed esposto il risultato a Li Cang questi si rivolse al ragazzo con lo sguardo soddisfatto e felice e gli disse: «Ti ringrazio Udai, Gran Guardiano del Sacro Elefante, da oggi sei degno di sedere tra i Saggi dell'Impero e sarai l'unico saggio che, per molti anni ancora, non potrà lisciarsi la barba».

Ora voi mi chiederete: "Ma quanto pesava l'elefante?" Suvvia amici, è semplicissimo saperlo. Basta prendere un elefante, una nave, della vernice e delle pietre e il conto è presto fatto.

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