Servizi
Contatti

Eventi


Prefazione a
Il mare color catrame

Carmelo Mezzasalma

Il mare colore del vino, cantava Omero in un luogo suggestivo dell'Odissea, ma il mare in questi racconti di Fulvio Turtulici non è più il mare del mito ove tutto suonava come avventura della vita, bensì il mare inquinato dal catrame, qualcosa che lo rende quasi un rifiuto tra i molti rifiuti che la realtà contemporanea non cessa di produrre e, appunto, di scartare. Come a dire che il mare in cui si bagnava la terra dei sogni di Odisseo è diventato un luogo nero, indistinto, minaccioso. Forse è per questa atmosfera di cocente delusione, quasi della disfatta di ogni speranza, che questi racconti di Fulvio Turtulici, ad un primo impatto, comunicano subito un disagio che si fa via via più forte anche a motivo di un linguaggio esplicito e senza veli, talvolta crudo e spietato nel descrivere quelle esistenze che Zygmunt Bauman chiamerebbe "vite di scarto".

In effetti, già il primo racconto, Una settimana, descrive, con secco realismo, l'esistenza di un operaio precario, dal lunedì alla domenica, in cui non sembra esserci posto per nessuna attesa, ideale prospettiva di vita, entusiasmo di progetti. E' un uomo solo poiché sembra essere stato privato non solo di un lavoro solido e sicuro, ma anche della sua stessa anima che si trascina, da un giorno all'altro, con un disincanto che ben traduce il vuoto sociale e anche politico della sua condizione. Ma anche gli altri racconti mettono in campo personaggi e situazioni che sono altrettante vite di scarto: Laura, una donna di Haiti, un prete in crisi con l'immagine della religione piuttosto sociale anziché evangelica, Jolanda che passa le sue giornate alla televisione e non si accorge della precarietà della sua vita, un punk che ha una lucida coscienza di quanto il fattore dell'economia sia diventata una vera e propria prigione, un condannato a morte e infine una prostituta nell'inferno della guerra in Irak. Anche l'ultimo racconto, Il mare muore, ci conduce in una dimensione di periferia, urbana e sociale, dove i rifiuti sono lo specchio, esemplare e drammatico, dei reietti, degli immigrati, dei poveri, che sono i veri rifiuti della globalizzazione.

Così, il disagio di cui parlavamo all'inizio diventa, a poco a poco, e scorrendo questi racconti di Turtulici, un tremendo atto d'accusa verso quella modernizzazione selvaggia che non tiene conto del suo tragico costo umano. E questo disagio diventa lucida coscienza allorché, proprio per citare Bauman, il progresso tecnologico e consumistico che l'accompagna ha saputo erodere la capacità di molti habitat di sostenere le popolazioni che in precedenza accoglieva e nutriva. A tutto questo si aggiunge anche quel progresso economico che rende insostenibili e impraticabili certi modi di procurarsi da vivere e che un tempo erano efficaci. E' una terra desolata, una terra incolta e abbandonata, quella che descrive Turtulici per i suoi personaggi che non sono inventati ma direttamente tratti dalla situazione contemporanea anche se non beneficiano della vetrina mediatica o dei racconti edificanti che la televisione, pare con molto successo, manda in onda a scadenze regolari. Di fatto, ciò che più colpisce in questi racconti è la solitudine quasi senza linguaggio che i personaggi sono costretti a vivere e forse proprio per questa solitudine essi si esprimono nel linguaggio di una rabbia repressa, ma assai esplicita nella crudezza del loro modo di dire o di pensare.

E' il lato, per così dire, oscuro della nostra modernità. Un lato oscuro che viene sempre più emarginato anche dalla letteratura che preferisce, si direbbe, descrivere situazioni e personaggi che pare non abbiano i problemi banali, ma si fa per dire, di un lavoro sicuro, o di una dignità umana offesa e calpestata. Vengono in mente quelle terribili parole che Pier Paolo Pasolini lanciava negli anni del boom economico dell'Italia: “Io continuo a sperimentare un'Italia che non è cambiata. La miseria, l'indigenza, lo stato di ingiustizia, l'ansia, la corruzione, non sono affatto diminuiti: anzi, sono aumentati. Parlare di benessere (di quel relativo benessere che consiste poi nel non morire di fame, nel possedere un minimo di dignità economica!) è un insulto” (cit. in G. Sapelli, Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, Bruno Mondatori, Milano 2005, p. 18). Eppure, dal tempo in cui l'autore di Una vita violenta esprimeva questa lucida analisi, molte cose sembrano davvero cambiate, nel frattempo, in Italia: stili di vita, possibilità economiche, istruzione scolastica diffusa anche se non troppo seria e motivata. Ma resta il fatto che la povertà, l'emarginazione sociale, perfino la miseria sono ancora tra noi e facciamo una grande fatica ad accettare queste situazioni che mostrano quanto il nostro benessere, per così dire, abbia veramente i piedi di argilla. Almeno per coloro che vogliono vedere e capire.

In ogni caso, lo sguardo di Turtulici gettato in questo lato oscuro della nostra contemporaneità, non si ferma certo all'Italia. La modernizzazione e la sua diffusione globale hanno sprigionato e messo in moto quantità enormi e sempre crescenti di persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza. Così che i reietti, i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo sono a tutti gli effetti i rifiuti della globalizzazione. Certo, Fulvio Turtulici, nella stesura di questi racconti, qualche volta si lascia prendere la mano e insiste nel puntare il dito contro gli effetti perversi di questa modernizzazione. Ma, a lettura ultimata, un onesto lettore deve riconoscere che queste vite di scarto sono davvero tra noi, nella solitudine e nell'indifferenza più radicale e quasi senza nessuna possibilità di vie di uscita. Ed è qui che emerge a chiare lettere la sostanza morale dei suoi racconti: è la dignità umana che viene calpestata senza rimedio nella precarietà, nei pregiudizi sociali o nell'inganno del potere di turno, nel rifiuto di accogliere quanti fuggono dalla loro terra e dalla loro patria per trovare situazioni più vivibili.

Le vite da scarto o i rifiuti umani dell'imperante benessere gridano proprio questa dignità umana anche quando il silenzio sociale e culturale, l'indifferenza dei più fortunati, vorrebbe loro negare proprio questa dignità nelle tragiche cronache, per dirlo con Th. W. Adorno, della vita offesa. Con un linguaggio rapido e secco, talvolta crudo ed esplicito fin nei dettagli più scabrosi, ma di indubbia efficacia rappresentativa, Fulvio Turtulici apre per noi queste amare pagine della vita offesa in questi racconti che sembrano davvero "scene di vita contemporanea", così come, in epoca romantica, qualcuno tracciava la vie de bohème. Soltanto che qui, nei racconti di Il mare color catrame, la vita stessa è diventata un grido, impotente e prolungato, che trova poco ascolto tra i molti, troppi parvenu giunti alla tavola imbandita del consumismo o del vuoto culturale e spirituale. Aveva ragione Paul Valéry allorché scriveva in Cattivi pensieri (1942): “C'è nell'uomo un traditore che si chiama vanità, che svela i segreti in cambio dell'adulazione”. Ma resta sempre, a dispetto di tutto, il grido della vita offesa.

E' il grido che il poeta siriano Adonis, con mirabile sintesi, lancia nel dolore di una sua poesia: “Sono forse l'universo... | o forse sono nessuno?”. A ognuno di noi viene affidata la drammatica, umana risposta.

autore
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza