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Ambigua mente e poetica mente:
il sorriso seduttivo e il sorriso della rinascita.

Alcuni (donne e uomini) confondono la complessità del testo con la scrittura che si accovaccia appagata in una sua componente: l’ambiguità, essenziale ma non sufficiente a costituire la totalità del suo nido. È un aspetto che a volte cita il corpo ma si ferma alla sua pelle, che dice e non dice, che segue sinuosità seducenti e serpentine, ma rimane pelle fredda e fosforescente: muta, mantello e maschera, subito sostituita con un’altra. Queste forme riducono la scrittura a gioco magico, dominato dalle modalità di linguaggio dell’Es, del sogno, dei nostri corpi oscuri, di un eros male inteso che rimane chiuso in sé.

La scrittura vera deve essere gesto erotico, di ricerca di un incontro con l’Altro. Per farlo deve certo attraversare a fondo il corpo, i sogni, le parti oscure. Ma, insieme, il pensiero lucido e la visione del mondo del soggetto che scrive. Altrimenti rimane incantamento che non raggiunge l’incanto adiacente della totalità di Sé e del Resto (del Soggetto Scrivente che si inventa e diventa soglia). Fa solo finta, illude, magari con abilità, ma non mette veramente in comune chi scrive. Rimane sorriso tentatore di una diabolicità risibile. Per attrarre attenzione, senza dire. In tale modo, pare esaltare le potenzialità seduttive del testo, in realtà lo utilizza come strumento, per fini di banale fàtica presenza dell’autore. Il quale non si spacca come un seme e sparisce per creare l’autonomia del testo. Il testo viene ridotto in effetti a sua staccata appendice, come muta di serpente o coda tagliata di lucertola. Che continua patetica a muoversi per un po’, fino a morire poco dopo.

È il destino di testi prodotti da chi immette in essi solo parte di sé, abilità che non raggiunge la passione, che è fatta di adiacenza, alias compenetrazione amorosa tra eros e ethos. Eros (figlio di Poros, pienezza, e Penìa, mancanza, con chiari riferimenti alle forme fisiche della sessualità maschile e femminile) come uscita e perdita di sé. Ethos come sentinella sul limite, preposta a sollecitare il movimento opposto. L’uno senza l’altro produce dettami glaciali o melassa scontata, o pomata ambigua, che può riuscire a ingannarci, con (solo) un alone di complessità e profondità.

Prima delle analisi specialistiche, il nostro corpo ci dà sensazioni e emozioni, da ascoltare mentre approfondiamo. Se il primo incontro con un testo ci lascia in una nebbia fascinosa che intimidisce, senza mai aprirsi a un’intelligenza che sorride ai sensi, manca qualcosa. La complessità non è l’apologia dell’oscurità. Un testo non costruisce realtà quando è una plastilina cui possiamo far dire tutto e il suo contrario. In tali casi, il rito della propria ragnatela serve a un lezioso ricamo in cui avvolgere la mancanza di coraggio di chi scrive. Il coraggio di raggiungere un punto del nostro abisso, trova sempre il modo di farci andare al di là, di penetrarci e farsi penetrare. Un altro modo per dire la sessualità androgina della poesia. Quando non succede, può dipendere da chi legge, ma ci sono testi che si fermano al rito e ci toccano solo una parte (la testa, il cuore, il sesso ecc.: non c’è un solo tipo di pornografia) perché non nascono dal coinvolgimento di una totalità. Non possono quindi raggiungere l’estetica della totalità, quel bello che anche mostrando l’orrore produce un momento estatico, un sorriso. Tanti testi, proprio perché rimangono intorno all’ombellico o ai vortici cerebrali di chi scrive, non possono regalarcelo.

Il sorriso nasce dagli attimi di questo incrocio androgino. Dall’occhio vuoto, dimentico di sé, che abbraccia l’altro. Dal coraggio di attraversare i propri terrori. Dalla gioia ritrovata dell’abbandono ai ritmi elementari della prima nascita, dopo la disperazione dell’abbandono dell’utero iniziale. Quell’utero è morto, ciò che eravamo in esso è morto. Ma torniamo a sorridere, quando due braccia, un seno, un corpo, ci fanno percepire che quella morte è in realtà valico di vita. Punto di arrivo di un percorso orgasmatico che raggiunge qualche scaglia del proprio abisso perché tocca l’altro. E viceversa.

Il sorriso è dunque anche segno e misura di valore estetico, di ogni forma che riproduce il contatto con la complessità del nostro incessante bisogno di rinascita.

Ottobre 2003

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