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Enrico Schiavinato
Un dolore assorto
23 febbraio – 16 marzo 2008
Padova Museo Civico al Santo
E’ una mostra,
quella che è stata ordinata al Museo del Santo delle opere di Enrico
Schiavinato, di una bellezza commovente e mai titolo fu più indovinato:“un
dolore assorto”. Sono le donne del Sud, quelle venete, del Polesine, quelle,
il cui dolore, è fissato nel loro ricordo. Sono le sue donne, ritratte
con cura e con meticolosa partecipazione.
Enrico
Schiavinato, che ho avuto la fortuna di incontrare brevemente un paio di volte,
e che ora mi dolgo di non aver potuto conoscere, è stato un pittore di grande
sensibilità e ci lascia in eredità opere di notevole spessore interiore e
formale.
La mostra si
apriva con alcuni papiri di laurea di cui Schiavinato era un esperto
esecutore; lo faceva fin dalla giovinezza. Sono disegni svelti, con un segno
caricaturale ben definito. C’erano esposte anche diverse acqueforti, di segno
puro, piacevolissime come Macchina da scrivere e Spaventapasseri,
poiché si era anche dedicato all’incisione facendosi molto apprezzare e stimare.
Enrico
Schiavinato era nato a Padova, aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti a
Venezia sotto la guida di grandi maestri come Breddo, Delogu, Saetti, Cadorin e
altri che gli aprirono la mente, senza farne, però, un semplice esecutore. Aveva
insegnato in diverse scuole di ordine e grado, per poi approdare al Liceo
Artistico dove aveva insegnato figura fino al 1979.
Nel bel
catalogo, vi sono riportate testimonianze di amici, delle figlie, di critici e
pittori, ricordi di giornalisti e scrittori, un pezzo dell’artista e una sua
dolorosa poesia dedicata alla madre di un caduto.
A me, come
spettatore, resta il compito di raccontare, a chi non ha visto la mostra, cosa
sono i dipinti di Schiavinato. Come sia riuscito a concludere le sue opere senza
lasciare nulla al caso. Non vi è superficialità o qualcosa che non è compiuto o
dimenticato.
E i colori, quei
colori caldi, i gialli e i marroni, ma anche stranamente i grigi-azzurri con
lumeggiature bianche, o verdi o le cortine viola. Il segno è forte e preciso e i
volti delle donne e dei fanciulli hanno labbra tumide, occhi raramente sognanti,
ma prevalentemente abbassati e mani dalle lunghe dita affusolate, dai polsi
sottili. La ricerca del particolare è accurata, nulla è lasciato al caso. Nella
camicia verde che sporge sotto la giacca pesante della vecchia che cuce, e i
polsini bianchi della giovane vestita di nero che osserva, di Donne del sud
, vi è un racconto di cose umili, di vita quotidiana. Gli occhi sempre
abbassati come in Madre, natura morta, casone. La donna che tiene in
braccio il figlio, le mani sempre asciutte e lunghe e i particolari quasi
ossessivi delle pannocchie con i grani gialli come il sole, con le zucche verdi
con i semi bianchi, con i girasoli dal cuore marrone. In fondo lo splendore
bianco squillante del casone. E a proposito di colori accesi: la cortina
viola della Carovana del ‘92 e della lampada blu de La donna al telaio
in un contesto di sofferenza e duro lavoro dove bagliori soffusi illuminano
il dipinto. Cose umili e dimenticate come la lanterna sui volti tristi e
dolenti, come il pane tagliato, la tazza bianca, la caffettiera di rame e in
fondo il profilo splendido della donna dai capelli bianchi trattenuti dal
fazzoletto legato al collo.
O la cuccuma blu
e la zucca tagliata.
Ma vi
sono altri dipinti che ci fanno pensare: sono ricordi di guerra, il fucilato,
memoria del ’43 o La torre della libertà dove una bellissima
Specola svetta tra i tetti della città o la grande farfalla che i bimbi di
Terezin salutano con gli occhi finalmente aperti dietro il filo spinato.
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