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Antonio Ferro
pittore dei lunghi silenzi

Si appoggia al bastone, ma nel salutare si raddrizza con fierezza e scruta a fondo con gli occhi azzurro-cielo chi gli sta dinnanzi. Un poco sospettoso, si apre poi alla conversazione con fiducia e spontaneità. Antonio Ferro è artista poliedrico, la cui capacità spazia dalla pittura, alla ceramica, all'ebanisteria e alla grafica. Giovanissimo entra nel mondo artistico veneziano, diplomandosi all'Accademia di Belle Arti e quindi fecendo parte del corpo insegnante della stessa dal 1939 al 1970. Diventa agli inizi assistente di Saetti, sostituendo Gastone Breddo, poi per un anno con Giuliani insegna incisione. Nel 1941 viene richiamato alle armi e ritorna dopo l'8 settembre del '43. Riprende servizio all'Accademia nel '44 e lavora con Cipriano Efisio Oppo insegnando pittura. Dal 1946 al 1960 circa è assistente di Giuseppe Cesetti mentre per tre anni è al fianco di Santomaso che lo aveva sostituito perché trasferito a Roma, insegnando decorazione. E' facile, conquistata la sua fiducia, farlo parlare di sé e della sua vita passata, farsi raccontare di quali siano stati i rapporti con maestri che hanno lasciato una traccia nella storia della pittura di questo scorcio di millennio. Racconta del suo legame artistico con Cesetti, con il quale lavore più a lungo. I rapporti fra di loro non furono sempre improntati all'apprezzamento e alla comprensione a causa del carattere difficile di quest ultimo. Ciò nonostante ancora oggi, Ferro ne parla come di un artista estroso, un po' irritabile, ma che ha avuto un certo peso nella storia dell'arte in questo secolo.

Di Santomaso e di Saetti, racconta episodi che ci fanno concludere che la sua fu una convivenza di lavoro e di idee assai problematica, pur confessando che Saetti era stato il suo maestro ispiratore. Ancora una volta il mondo dell'arte si rivela per alcuni colmo di tumulti, che non tutti sono disposti ad accettare. Successivamente è trasferito a Padova e diventa direttore del nuovo Liceo Artistico, da lui fortemente voluto, mentre dopo alcuni anni, a Firenze, è comandato alla cattedra di Figura. Poi ancora a Venezia come insegnante della scuola di nudo assieme a Luigi Tito.

Nel 1980 lascia definitivamente l'insegnamento dopo oltre quarant'anni. Continua le sue produzioni artistiche. Si improvvisa con successo costruttore di piccoli mobili e restauratore di tele. Appassionato d'antiquariato si cimenta nel restauro anche di cassettoni e credenze che dipinge con cura. A lungo ha lavorato in un laboratorio di ceramiche ed è sua una grande parasta che si trova sul fianco di un palazzo in città. Con lo scultore Nerino Negri esegue una parete di formelle che raccontano episodi di vita infantile in una scuola elementare padovana. Resta però ancora sconosciuto per noi, il suo abbandono della grafica che in gioventù gli aveva procurato importanti riconoscimenti. Non ne parla volentieri e quindi ne deduciamo che forse l'impegno dell'insegnamento, la passione per la pittura e la ceramica, lo fecero desistere da questa tecnica iniziata con molto entusiasmo. La prima lastra dal titolo "L'impiccagione", che ancora conserva, faceva parte di un gruppo d'opere il cui soggetto erano i pupazzi, gli strumenti, le figure. Erano lavori non comuni, di una tale naturalezza e creatività che osservandoli ora ci ricordano i disegni di Goya. Scriveva Guido Trentin, fondatore dell'Associazione Incisori Veneti, a questo proposito in un suo profilo del 1982 "...un momento particolarmente importante nella formazione e nello sviluppo di Antonio Ferro e conservano l'impronta di una potenzialità e di una sincerità emotiva profondamgnte valide".

E' evidente che nel creare le sue acqueforti, provava grande soddisfazione e piacere specialmente quando scopriva qualcosa di nuovo. Non ha mai preteso che gli altri credessero in lui, ed il suo lavoro era principalmente per se stesso. Bissò prima e distrusse poi, molte lastre poiché era severo con quanto eseguiva, mai soddisfatto e sempre alla ricerca della perfezione. Ne stampò una decina in tutto e poi l'oblio.

Ferro è riservato, dignitoso ed estremamente timido. Forse la vita non sempre gli è stata amica e questo appare chiaro dal suo modo di porsi, da come racconta degli artisti che ha conosciuto, dalla fortuna che essi hanno avuto. Molte comunque, sono state le sue partecipazioni ad importanti manifestazioni. Dalla XXI alla XXV Biennale Internazionale di Venezia, dalla III alla V Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma e poi ancora tante partecipazioni a mostre di pittura e grafica vincendo diversi primi premi. L'ultimo nel 1983 a Montebelluna con Cesco Magnolato e Renato Varese.

Ma parlare oggi della pittura di Ferro, quale appare nelle nature morte o nei paesaggi, è spalancare una porta su un cromatismo spinto, approfondito attraverso uno studio serio e laborioso. Non cerca quindi di rinnovare e trasformare la sua arte, ma di aderire ai soggetti preferiti. Si preoccupa d'inguadrare l'opera in una cornice quasi ideale di cornpiutezza artistica e di fissarla in luci vivaci, in colori che vanno dai rossi ai viola con tagli chiari, che sono stesi con appassionata sensibilità e competenza. Ceramiche, strumenti musicali, piatti, bottiglie e fiori sono sistemati con puntigliosa ricerca, ma allo stesso tempo con scioltezza. Non si preoccupa di ripetere con caparbietà un motivo ricorrente nelle sue opere. La natura morta lo interesssa sempre e trova inediti spunti, giochi di luce, sfumature nuove.

Il rispetto quasi devoto per il proprio tema, gli dà la possibilità di rivelare una sensibilità spontanea senza rischiare di scendere al compromesso cerebrale o superficiale. La sua pittura è attuale, fresca, ma soprattutto Ferro non si è lasciato influenzare dalle nuove tendenze. I colori risolvono le sue composizioni in una atmosfera tutta personale. Non teme di ripetersi con soggetti già descritti, perché quando si accorge di non riuscire a dire quello che secondo lui deve essere messo sulla tela, "cede" la mano ad una elaborazione che diventa più spigliata e con la disinvoltura di mestiere che ben conosce, i colon vengono stesi con molto rigore. Le sue composizioni hanno a volte il sapore del primo Novecento, ma sono trattate con vigore assai giovanile e scioltezza.

Poche volte in questi ultimi anni ha dipinto soggetti diversi dalle sue amate nature morte. "E' inutile dice, credere di avere esaurito la natura cercando di deformarla per farla poi apparire altro da quella che è. Molto meglio guardare con attenzione e rispetto le opere di pittori che prediligono la figura". Ecco allora dar vita ad opere colme di emozione ed equilibrio. La modestia è tangibile e rende Ferro un personaggio così amabile che ci conferma la sua ritrosia nel competere, nel farsi largo tra gli artisti, nello spingere per avere ciò che in definitiva gli spetta. Come tutti gli onesti non è stato ripagato nella giusta misura. Non si rammarica però più di tanto, la sua pittura è per se stesso. Per sempre.

Mi offre una rosa che ha appena colto nel suo giardino, salutandomni. Un gesto galante di gentiluomo d'altri tempi. Lunga vita Maestro, le sue opere sono attuali, accese, colorate come fuochi d'artificio. Non serve parlare forte, alzare la voce. A volte i lunghi silenzi valgono assai di più. Ma ora renda partecipi anche noi del suo lungo e straordinario lavoro. A presto, dunque.

(da: Padova e il suo territorio, nr. 88, 2000)

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