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Claudio Toma
Il signore inglese

E quasi d'obbligo descrivere l'aspetto di Claudio Toma prima di parlare delta sua personalità e del suo lavoro, perché siamo sicuri che i lettori se lo aspettano. È talmente conosciuto, da appartenere a quelle persone che a Padova hanno fatto storia e la "storia". Alto quasi un metro e novanta, sempre con il papillon sulla candida camicia, folti baffi, occhiali. Quando l'ho conosciuto portava un berretto che lo faceva somigliare ad un distinto signore inglese. Saluta con un: "Riverisco Signora" accompagnato da un leggero inchino. Ha occhi pungenti e scrutatori quasi come un detective, dunque come uno Sherloch Holmes. E così ci piace parlare di Claudio Toma che racconta di fatti, di persone e di cose lontane nel tempo. Come per esempio del conte Alberto Papafava, con il quale ha sempre avuto scambi di idee, che dopo essersi diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e aver realizzato per Giulietta degli spiriti di Fellini esperimenti preliminari, si trasferisce a Milano dove ha lavorato come fotografo di moda indipendente. E ancora di quella volta che chiamato al Teatro Ruzante per scattare fotografie durante lo spettacolo di De Bosio, avendo messo troppo magnesio sulla lastra (allora non c'erano i flash elettronici!) scattando la foto fu come aver fatto esplodere una bomba. Il teatro avvolto da una nuvola di fumo e lo spettacolo sospeso.

Arriva a Padova nel 1928 e da allora non si è più mosso. Non è figlio d'arte, anzi mi confessa che gli sarebbe piaciuto fare la carriera militare come il bisnonno di Ceva in Piemonte, che ha combattuto nelle guerre d'indipendenza come volontario. Siccome Toma è uno spirito libero, che non accetta ordini da nessuno, non è diventato nemmeno impiegato di banca come avrebbe voluto suo padre e come era stato anche suo nonno, acerrimo nemico della fusione tra la banca di Padova e quella di Rovigo. La sua passione per la fotografia che ha origini lontane diventa mestiere dopo aver frequentato il laboratorio del maestro Menotti Danesin specializzato in riproduzioni d'arte. Usava metodi antichi dice ora, ma era molto bravo, oltre che un amico. Un giorno il maestro lo vide fotografare un quadro servendosi di un esposimetro. Gli domandò cosa fosse quell'arnese e con aria di disapprovazione gli disse che "l'esposimetro doveva averlo nella testa".

Apre uno studio in via Vescovado con un cugino di Rovigo, già fotografo, arrivato in città in seguito all'alluvione del Polesine. Trova poi definitivamente il posto del suo laboratorio, Foto Lux, dov'è ancora oggi a due passi dal Duomo e dal Battistero nel cuore della città. È del pittore Busan e dell'attore Milos Vucinich, che erano soliti sedersi accanto ad una colonna del più antico caffe storico padovano, l'idea di chiamare il loro gruppo di amici La Colonna Portante. All'inizio, dopo il Pedrocchi, il gruppo si riunisce in qualche bar o in "ostaria" e infine, per idea di Toma, nel suo studio. Anche perché al bar non tutti prendono la stessa cosa, chi è a dieta, chi preferisce il chiaretto e chi qualcosa d'altro, ed alla fine risulta difficile stabilire quanto tocca esattamente ad ognuno, senza contare il disturbo arrecato dagli altri avventori che parlano a voce alta. E in quello studio che s'incontrano artisti, letterati, pittori e scultori tra i più noti. Ecco alcuni dei tanti personaggi che ne hanno fatto parte: Carlo Munari e Longinotti, i due Peruzzi che a volte suonavano e Zanotto, Piero Perin, Vito Zodo e Andrea Calore, i fratelli Vucinich, il dottor Organo che parlava di poesia e cose strane, il generale Grassi, il geometra Pasquino e monsignor Giuriatti, il Cavaliere di Malta Franco Marin, Nardo, Gioacchino Bragato, Franco Salmaso Holzer, Lorenzo Rosa e Scanarini con la moglie. C'era anche Toni Balasso, l'enciclopedico professore di agraria, che con la moglie costruisce "burattini" che poi fa animare. Ne ha costruito uno anche ad immagine di Claudio Toma, con pochi capelli, 35 per l'esattezza, l'orologio a catena nel taschino e, naturalmente, la macchina fotografica a tracolla. Balasso, detto "peteneto", non era il solo Toni del gruppo, ce ne erano altri due: Il "enola" e il "pansa". Qualche volta c'era anche il conte Alberto, e sempre il dottor Alfonsi. Si trovavano alla sera per tirar tardi e chiacchierare di cose d'arte, di letteratura, o discutere di un argomento a tema. E ricomincia a parlarmi con tenerezza e nostalgia della grande amicizia e stima che lo legava al dottor Alfonsi, che ora non c'è più, e dell'abitudine alla sua presenza della quale sente molto la mancanza.

Nato sotto il segno del cancro è un po' permaloso e spesso si adombra. La moglie Bruna parla del suo non sempre facile temperamento, mentre Toma ascolta serio le cose che lei mi dice. Ad un certo momento afferma con voce decisa che in definitiva noi due stiamo dicendo che ha un brutto carattere. Naturalmente abbiamo cercato di salvare il salvabile, giustificandoci e coprendolo di elogi e complimenti, per la verità sinceri, che lui finge di non accettare, ma sotto i lunghi baffi mi sono accorta che sorride compiaciuto. E con orgoglio riprende il discorso dicendomi che lo studio ora è affidato al figlio Fiorenzo anch'egli appassionato ed esperto fotografo.

Claudio Toma parla un perfetto italiano intercalandolo con lunghe frasi in dialetto che gli danno un'aria di signore di vecchio stampo, di sognatore, e con la sua calma distaccata racconta episodi a volte arguti. Come quando Bruna, intervenendo nel colloquio, ritiene di puntualizzare che agli incontri della Colonna Portante non c'erano solo quegli amici ricordati prima, ma anche signore. Importantissime quelle signore, perché portavano da casa dolci ed altro e, dice Toma, non si parlava solo, "ma se magnava e se beveva".

Quali le sue immagini e i personaggi prediletti, lui che ha fotografato gente illustre, dai politici come i Presidenti Segni e Pertini, ai Vescovi Girolamo Bortignon, Filippo Franceschi e l'attuale Mattiazzo, all'allora Patriarca di Venezia Giuseppe Roncalli a Padova in occasione della posa della prima pietra per la costruzione del Cottolengo, agli attori come Gasmann e Dapporto, Cervi e Macario o Gianni Santuccio, per fare solo qualche esempio. Difficile scegliere in più di cinquant'anni di lavoro. Ma per esempio ricorda con simpatia il periodo in cui frequentava il Cuamm, con l'allora direttore Monsignor Mazzucato, per fotografare le cerimonie di laurea degli studenti indonesiani, indiani e di colore, che poi tornavano nei loro lontani paesi. Mi parla anche della sua collaborazione alla Difesa del Popolo quando era direttore Monsignor Contran che anche ora lo passa a salutare spesso, e alla rivista l'Orologio. Cita tra gli attori veneti Tonino Micheluzzi che non ebbe molta fortuna, ma con il quale instaurò un duraturo rapporto d'amicizia. Quanti scatti a Vittorio Salvetti, Gilmo Bertolini, Filippo Crispo, al maestro Antonio De Bavier o al Verdi quando si rappresentavano commedie. Suo è anche il servizio fotografico delle nozze di Lucia Valentini e Alberto Terrani.

E mi parla ancora e ancora, ripensando quando a Padova passava il fiume, dov'era la Riviera, l'ultimo viaggio della Veneta e la canaletta. La storia di com'era la nostra città è impressa nei suoi occhi per sempre.

(da: Padova e il suo territorio, nr. 95, 2002)

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