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Lauro Galzigna. Scienziato, artista, scrittore

 Mi accoglie in una stanza piena di quadri. Mi dirà poi che solo lì ce ne sono circa settecento, più quelli in giro per casa e tutti i piatti del buon ricordo in cucina. E poi le icone.

Fatica ad aprirsi e alla mia domanda ”mi dica”, si chiude a riccio facendomi quindi cambiare all’improvviso quello che era il mio progetto d’intervista. Resta sulla difensiva per un po’, guardando fisso negli occhi l’interlocutore (interlocutrice?), studiandolo/a e cercando di capire cosa esattamente vuole. Poi, però, un po’ alla volta si lascia andare e allora davvero ascoltare Lauro Galzigna che si racconta è un autentico piacere. Parla con tranquillità, serenamente senza scendere, all’inizio, in particolari.

Ha frequentato il liceo classico a Vittorio Veneto. A vent’anni esce dall’Accademia di Modena tra i primi del corso. Si laurea in Biochimica a Padova e poi in Medicina e Chirurgia all’Università di Trieste. Ne 1967 consegue la libera docenza in Biochimica a Padova. Ha lavorato molto all’estero facendo ricerca, in Francia all’Istitut de Santé et Recherche Médical di Montpellier, negli Stati Uniti, alla Indiana University e all’Università di California, San Diego, dove lavorò per Linus Pauling il maggior chimico-fisico del novecento (1901-1994) di cui non volle essere discepolo, rinunciando così ad un avvenire promettente in quella importante istituzione, poi in Germania al Max Planck-Institut di Gottinga, in Israele per un programma di scambio con la famosa scuola medica di Gerusalemme Hadassah. E’ vissuto due anni in Kenia, dove è stato docente di Biochimica alla Medical School dell’Università di Nairobi, assieme a colleghi padovani. Tornato in Italia è stato ordinario di Biochimica Clinica nella facoltà di Medicina dell’Università. Ma più che altro era tornato in Italia per verificare quello che già sapeva: “Qui non si può fare ricerca, è impossibile farla come si deve, perché occorre inserirsi in un complesso tessuto di mediazioni.”. Troppa fatica. Lui è sempre stato da solo, un solitario.

E’ andato in pensione dall’insegnamento nel 2002. Stanco di fare il professore tra coloro che giocano a fare “quelli che sanno tutto”. “L’unica cosa”, dice, “è che sono contento di essere fuori dall’Università che non è in mano agli intellettuali, ma bensì a un gruppo di funzionari e uomini di potere che giocano a fare i maestri”. Duro il suo giudizio sulla cultura universitaria e sulla sua chiusura.

E’ approdato a Padova, per i casi della vita, da un’isola del Quarnaro donde originava la sua famiglia. E non si sente padovano, come tutti gli esuli. Eppure non è sempre così severo, riesce ad essere spiritoso e pronto alla battuta anche un po’ fiorita. Si lamenta quando suona il telefono, ma se è la figlia ne è felice e su questo abbiamo discusso trovandoci poi d’accordo che in fondo ci fa piacere se i figli ci cercano ancora.

E’ una casa la sua, con molte cose, di tutti i tipi, dai dipinti alle fotografie, ai libri che scrive in continuazione. Riesco a farmene regalare uno con una dedica. Dice con un sorriso sornione che non me lo merito. Chissà cosa scriverò di lui. E’ Rotta liburna fresco di stampa Poesie che scoprirò dopo di una bellezza, di una semplicità e di una solarità impensabili, quando racconta del nonno di cui porta il nome (ma che non gli va!), o quando parla di Trieste “chiara e luminosa”. Insomma un viaggio che inizia ad Arbe, isola del Quarnaro, passa per Gorizia, il Veneto, la Francia fino all’Inghilterra.

Ma vorrei parlare anche della pittura verso la quale sente il problema di organizzare lo spazio e il tempo, per riempire gli spazi vuoti, non solo del tempo, ma anche delle pareti. Del resto a casa propria ognuno fa quello che vuole, gli manca il pudore verso gli altri e quindi attacca quadri ovunque. Un amico gli ha suggerito di appenderli al soffitto!

Dice che dipingere copie è un gioco (in effetti un copia del Cristo morto di Mantenga mi si para di fronte entrando nella stanza dove poi ci siamo trattenuti tutta la mattina, lasciandomi piuttosto interdetta). I moderni sono difficili, perché non resta loro più nulla, più niente da fare. Dipingere è un’autoterapia silenziosa, cessa il dialogo con se stesso, termina il momento, solo se dimentichi. Resto perplessa di fronte al suo Suonatore di liuto, alla Fanciulla con turbante, alla Vocazione di San Matteo, al Canestro di frutta. Copie di Caravaggio, di Vermeer belle, perché interpretate. Galzigna usa il colore con una facilità, una sensibilità coloristica da artista consumato. Predilige i colori accesi, i verdi squillanti, gli arancioni e i gialli splendenti come frutta vera. Sente la ricerca del particolare, si sofferma sulle mani, i riccioli, gli occhi. Ha un modo personale di trattare coloristicamente il paesaggio e la figura, ma in ogni caso con notevole sicurezza e padronanza.

Le icone, che egli esegue con raffinata capacità, sono un legame con il mondo slavo, e un modo per riaffermare la religiosità della vita. Ciò lo ha spinto anche a studiare la lingua russa.

Nato da un’antica famiglia dalmata all’estremo confine orientale, in effetti la famiglia Galzigna è “di confine”, ma questo viene inteso con diversi significati da Lauro Galzigna, come confine prima di tutto tra due culture purtroppo nemiche, quella italiana e quella slava. Nel doppio significato di Croazia e Slovenia. Croazia per le origini della famiglia proveniente dall’isola di Arbe e Slovenia per il seguente insediamento a Gorizia.

“Il rapporto con il mondo slavo per gli italiani è una specie di buco nero”, dice. “Quelli che noi chiamavamo “i regnicoli”, gli abitanti del regno, di fronte al mondo slavo calano una saracinesca, ed è viceversa. Con la differenza che gli slavi sono aiutati da una maggior facilità con le lingue e solo apparentemente aperti. Gli italiani e gli slavi sono come due liquidi di diversa polarità, non si mescolano, c’è sempre una superficie di separazione e questo vale per la frontiera orientale, una specie di posto situato tra due faglie tettoniche molto soggette ai terremoti”. Anche della storia.

“Tutta la mia vita-non vita”, scrive in Diario poetico, commistione di poesia in versi e brevi meditazioni, dove si racconta “anche di un cavallo riluttante al carro e di barche cilestrine”, si è svolta sotto il segno dell’esilio. Un doppio esilio, da Dalmazia a Venezia Giulia (ma anche potremmo aggiungere, dalla Terra promessa), terre, etnie, lingue, che si è perfezionato con un “esilio irrimediabile dalla stessa condizione umana”.

“Noi, la mia generazione di italiani del confine orientale, ci è andata di mezzo, perché abbiamo avuto una certa eredità dal fascismo che ci ha usati come pedine per una stupida politica espansionista che l’Italia, in certo senso, sta continuando ancora adesso. Abbiamo già tanti problemi cosa andiamo a cercare…”

Nel 1961 ha un gravissimo incidente sulle Dolomiti che lo segnerà per tutta la vita. Nel 1962 nasce la figlia Michela, un dono del cielo, che lo aiuta a continuare la vita. “Vita nella quale una sola cosa c’è per tutti in abbondanza: dolore e sofferenza.” Questa frase è ripresa da una delle pagine dell’interessantissimo libro La ragione impura.al quale Andrea Zanzotto , suo caro amico, ha scritto una nota introduttiva. Ma sono altri i libri scritti da Lauro Galzigna, per esempio: Cristiani Agiografie critiche, un testo che illustra con il massimo rispetto un punto di vista laico su alcune importanti figure, soprattutto di cristiani, ma non solo, che hanno segnato il cammino della storia europea. Da S.Agostino, a San Gregorio Magno, dai Monaci Ortodossi a San Francesco, a Tommaso D’Aquino, a Jeanne d’Arc: la Pulzella delle “voci”, da Durer pittore ed umanista, a Pascal, matematico e mistico. A Robespierre, a Manzoni, per arrivare, dopo altri, a Edith Stein vittima della Shoah. A questo punto non posso non citare I Sonetti di William Shakespeare in traduzione metrica. Ed ecco Il Rotolo di Qumran e altre storie. La storia di un immaginario vangelo apocrifo del Mar Morto, opera di un certo Simone Zelota e comprato da un misterioso giovane arabo dal protagonista, Tito Cordona. Diviso in tre parti, vi sono le storie passate, le storie presenti e quelle future. Ci sono Giotto, Dante, Santa Giustina, l’Arena; ma soprattutto l’identificazione con l’autore stesso e Tito Cordona. Cosa che egli ci ripropone anche con altri personaggi.

Vorrei concludere con Paesaggi della mente. Idee, immagini e narrazioni, scritto assieme alla figlia Michela. Un saggio letterario-scientifico. Insomma, bisogna leggerli questi libri. Mi piace citare una riflessione che compare nell’introduzione del libro Barlumi da mondi lontani: ”Accanto alla scienza, l’arte e in particolare la pittura, come processo di costruzioni di immagini astratte allo stesso modo delle idee scientifiche da un misterioso scrigno di cui nessuno possiede la chiave. E nello scrigno accanto a idee pure e incorruttibili, luce, bellezza e verità.

La moglie Marisa, simpaticissima signora che “non ama le dediche” come dice il marito, ma fa un caffè che sembra “budino”, e che parla veneto a Gerusalemme e in Kenia facendosi capire dai nativi, mi ha protetto dalle simpatiche angherie del Professore che non mi voleva dare altri libri. “Quello bastava”(intendeva il primo, Rotta liburna).

Sono uscita da casa Galzigna con otto libri tra le braccia ed un profondo senso di felicità. Un’altra lezione di vita.

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