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Storia di un'azienda familiare
La Bedeschi S.p.A.
Un pezzo di storia padovana

Ci siamo incontrati con Guglielmo Bedeschi, della storica azienda, a casa dell’ingegner de’ Stefani, suo buon amico. Era chiaro che eravamo lì per parlare della sua azienda, anche con il supporto affettuoso di una persona, Vincenzo de’ Stefani, che sapeva molto. Bedeschi mi guarda perplesso alla domanda “cosa mi racconta”, ma poi parte a briglia sciolta, preoccupato, come se potesse dimenticare di raccontarmi qualche cosa. “La nostra azienda il prossimo anno compie cento anni. Stiamo preparando una storia scritta, e la prepara chi è competente. Poi, però, io mi intrometto perché so come sono andate esattamente le cose e mi ritrovo con un impegno in più!”. E’ un lavoro che non è abituato a fare questo e, modestamente, dice di non saper scrivere, né correggere, ma spesso deve aggiungere.

L’azienda ora si chiama Bedeschi S.P.A., ma è stata fondata il 14 novembre del 1908 dal Nonno Guglielmo, con il nome di Officina Meccanica Guglielmo Bedeschi macchine per impianti per l’industria dei laterizi, come risulta dai documenti d’archivio della Camera di Commercio. Aveva fatto l’operaio in una fornace che si trovava dalle parti di Ponte Vigodarzere. Esiste ancora oggi, in quel luogo, una fornace, la fornace Morandi, il cui recupero architettonico ora è in atto. Forse era lì che il Nonno Bedeschi aveva iniziato a lavorare, o forse no. Ma non possiamo dimenticare che da giovane egli si era anche imbarcato come mozzo su di una nave che andava in Oriente.

Una volta, i mattoni si facevano a mano, mi spiega l’ingegner Bedeschi, e il Nonno è stato il primo a costruire, in Italia, una “mattoniera”, cioè una macchina che estrude il mattone. Come si faceva, allora, quello che oggi si chiama laterizio, cioè il mattone? L’argilla veniva impastata, una macchina ricavava dall’impasto uno “spaghettone” che poi era tagliato nella misura desiderata. Semplice a dirlo ora! Per contro, sempre restando alla similitudine dello spaghettone, per fare i mattoni forati si usava uno “spaghettone” con i buchi.

Con molta probabilità, questo artigiano così versatile, aveva iniziato a pensare alla costruzione di quella macchina anche prima del 1908, perché già nel 1909 la esponeva alla Fiera Internazionale di Torino ricevendo la medaglia d’oro. Andare da Padova a Torino a quell’epoca non era cosa così semplice, e quindi doveva aver cominciato molto tempo prima a impegnarsi e pensare come fare a costruirla.

Intanto l’azienda cresceva; vi sono diversi atti costitutivi che lo confermano. Nel 1919 diventò l’Officina Meccanica e Fonderia Guglielmo Bedeschi. Perché fonderia? Cento anni fa il metallo non era saldabile, perché era un metallo impuro e quindi facilmente soggetto alle fratture. Un esempio sono i ponti delle ferrovie, o le vecchie navi, tenuti insieme con lunghe file di chiodi proprio per questa ragione. Allora il Nonno Guglielmo si attrezzò con una fonderia proprio per poter costruire i componenti delle macchine in ghisa, cosa allora indispensabile. Si anticipava quindi rispetto agli altri artigiani, potendo in questo modo anche fondere i pezzi per “conto terzi”.

Come si usava una volta, le famiglie erano molto numerose: nella sua c’erano dieci figli, sei maschi e quattro femmine. Girava per casa, a quell’epoca, il motto “o tutti asini o tutti professori”. Sei figli maschi erano tanti, e tutti prima o poi dovevano lavorare. Poiché non voleva fare distinzioni o preferenze, dopo aver fatto loro frequentare studi brevi, il padre li spedì tutti in fabbrica, tranne le femmine che si erano sposate e avevano messo su famiglia. Il primo dei figli era Giovanbattista, morto giovanissimo, il secondo, Rino, (papà dell’attuale Guglielmo) che si sposò nel 1933, e poi Palmiro, Antonio, Mario, Luigi.

Nel periodo fascista l’attività era più limitata, quindi per continuare a lavorare il Nonno costruì una “strigliatrice” per cardava la canapa, che in quel periodo era piuttosto rivalutata. Nel 1938 il figlio maggiore Rino era andato per alcuni mesi ad Adis Abeba per installare le macchine della Bedeschi, vendute per una nuova piccola fornace. A ridosso della seconda guerra mondiale tutti i figli erano sposati, lavoravano e decisero di ampliare l’azienda; ma essendo tutti piuttosto energici, avevano bisogno di non stare a stretto contatto per non discutere creando dissapori fra di loro, e allora aprirono due filiali: una a Rimini dove andò Antonio, e una a Gorizia, nel 1941, dove si trasferì Palmiro con la famiglia. Durante la guerra, l’azienda di Rimini subiva gravi danni, mentre quella di Padova, per un certo tempo, non ha risentì del periodo bellico. Solo nell’ultimo bombardamento dell’Arcella, azienda e casa vennero distrutte dalle bombe.

Nella sede di Padova, durante la guerra, con il Nonno erano rimasti, Rino, Mario e Luigi. Erano sfollati in campagna, ma l’azienda continuava a funzionare, e il giovane Guglielmo ricorda che la sera i familiari aspettavano il loro ritorno a casa. Tornavano a bordo di una Augusta, con le bombole di metano sopra il tetto. I due fratelli, Rino e Luigi, abitavano vicini, e durante i bombardamenti non andavano più in macchina al lavoro, ma in bicicletta da Reschigliano a Padova e ritorno. Nella casa padronale dove c’erano gli uffici e l’azienda, avevano costruito un rifugio dove si riparavano quando suonava l’allarme.

Ricorda anche che quando furono ridisegnati i confini con la Jugoslavia, la fabbrica di Gorizia si era venuta a trovare al di là del nuovo confine, e pertanto fu abbandonata alla sua sorte. In quel periodo il mercato dell’Argentina, ricca per le forniture alimentari fatte durante la guerra, era in grande ripresa economica, e costituiva un richiamo per l’Europa. Approfittando della disponibilità di Palmiro, rmasto senza la sua fabbrica, Rino e i fratelli decisero di potenziare la loro presenza nel Sud America. Palmiro andò a Buenos Aires iniziando a importare le macchine prodotte dalla Bedeschi, per il mercato locale. Costituì a Merlo, località alla periferia di Buenos Aires, un’officina per l’assistenza e i ricambi per i clienti. Anche Mario e Luigi fecero molti viaggi nella città sudamericana per affiancare il fratello nel lavoro, stabilendosi poi a Caracas per seguire il mercato del Venezuela e dei paesi confinanti, nella vendita delle macchine prodotte dalla Bedeschi. Nel 1952 venne a mancare il fondatore della ditta il Cavaliere Gugliemo. I figli, pur sempre uniti nell’attività industriale, avevano ormai tutti le loro famiglie che crescevano in paesi lontani, con esigenze diverse. Si accordarono così per dividere la loro proprietà d’impresa, pur mantenendo la collaborazione. Palmiro tenne per sé lo stabilimento che nel frattempo aveva iniziato a costruire le macchine, Mario e Luigi proseguirono l’attività a Caracas, con un conguaglio da scalare con i futuri acquisti di macchine della Bedeschi per i mercati del Sud America. Furono anni di sviluppo e proficuo lavoro fino al 1956, quando la crisi sopravvenuta in Argentina e nel resto del Sud America, bloccò le importazioni. Ne derivò un periodo di difficoltà anche per la Bedeschi in Italia, privata dei proventi derivanti dalle esportazioni. Nel frattempo Guglielmo Bedeschi, (l’attuale), ancora studente universitario, cominciava a lavorare per dare una mano in fabbrica.

La sana incoscienza e la forza della giovinezza, gli fecero intraprendere nuove iniziative, che risolsero via via i problemi e fecero sviluppare l’azienda. Fu un’esperienza molto importante per la sua formazione; ciò non ostante, si laureò ancor giovanissimo in ingegneria meccanica nel nostro Ateneo, il 14 novembre (nel 1960), lo stesso giorno della fondazione della prima ditta nel 1908!

L’ingegnere, che ora chiameremo solo Guglielmo, sposato nel 1965 con la signora Elena, figlia del Cavaliere del Lavoro Cesare Rizzato, che gli è sempre molto vicina, ha due figli: Rino laureato in ingegneria elettronica, e Roberto. Il primo lavora in azienda, l’altro ha scelto una strada diversa, sempre nell’ambito delle attività familiari. Ci sono anche due splendidi nipoti, Federico e Leonardo di cui il nonno é molto orgoglioso.

Nella storia dell’azienda si sono alternate, accanto ai membri della famiglia, quelle che vengono chiamate le “figure storiche”: un esempio per tutti à il signor Antonio Faggian “capo officina”, che aveva iniziato a lavorare con il Nonno a circa dieci anni. Fu sempre presente e attivo in azienda, anche dopo il pensionamento. La figlia di Antonio Faggian, la signorina Franca, aveva cominciato a lavorare in fabbrica a 14 anni, e ancora oggi vi lavora. Personaggio importante, perché sapeva tutto, di tutti. Se gli operai andavano d’accordo, se il bambino del tale era malato; faceva da paciere nelle discussioni, sempre brava, attenta, indispensabile.

Questa è stata una delle prime aziende padovane che aveva formato operai. Uno di questi è stato David Monteverde, grande amico. C’è una lettera, del 1923, che attesta l’impegno e la diligenza con cui il signor Monteverde, ha lavorato nell’azienda di Bedeschi. Con il signor Monteverde e i suoi familiari, il rapporto è rimasto nel tempo fraterno e sincero. Al giovane Guglielmo egli ricordava il nonno, suo primo maestro.

Ora, nell’azienda è entrato anche il figlio Rino, che ha una preparazione adeguata alle più avanzate tecnologie, con idee attuali, insomma una forza giovane capace di condurre con criteri moderni, anche delegando: una notevole garanzia per far crescere e aggiornare l’azienda alle esigenze dei mutamenti.

Il Presidente Gugliemo, che l’amico de’ Stefani chiama affettuosamente, Mino, racconta con tranquilla serenità la vita dell’azienda, come se avesse davanti un libro e ne stesse sfogliando le pagine leggendo la storia della sua vita, dei suoi avi, dei suoi figli e di sua moglie che è bravissima, che si preoccupa tanto di tutto, e che è molto generosa.

Ha sempre tanto lavorato Guglielmo Bedeschi, e altrettanto studiato, con costanza e regolarità, passione e, come diceva il suo professore: Lo studio è ingrato, ma galantuomo. Così lui dice sia anche per il lavoro.
Presidente, hobby?
Nessuno, o meglio, il lavoro.

(da: Padova e il suo territorio, nr. 131, 2008)

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