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Leo Borghi
il Medioevo tra noi

Ha uno studio talmente ordinato che si fatica a credere possa essere gestito da un pittore, ma parlare poi con Leo Borghi della sua creatività, è come rendersi conto che l'ordine è una delle sue peculiarità. Ininterrottamente affumica il suo interlocutore che subisce affascinato, pur tra nuvole di fumo, il racconto della sua vita d'artista. Parla in dialetto e questo è un fatto che lo caratterizza. Per chi scrive, che il dialetto non lo ha mai parlato nemmeno nella "mitica" Scuola d'arte Pietro Selvatico durante i corsi frequentati da entrambi sia pure in tempi diversi, è come fare un tuffo nei passato. Ricordare Gaudenzio, Sartori, Lepski e Nardo, alcuni dei nostri maestri, è stata la conferma che quel passato non lo abbiamo dimenticato, anche perché Leo Borghi di quel passato e degli insegnamenti ricevuti ne ha fatto tesoro. Un tesoro che si è coltivato a tal punto da rendersi cosi autonomo che quello che fa, lo fa solo lui.

Per scelta è rimasto fuori dal giro dei maestri d'accademia, per non essere influenzato, per non essere costretto dalla forte personalità altrui ad essere un ennesimo duplicato di .. e non facciamo nomi. Se n'era reso conto con tanta amarezza ad una collettiva alla quale aveva partecipato. Quei pittori che esponevano con lui erano tutte copie. Dice: "Ti possono insegnare a dipingere, a lavare i pennelli, ma se non hai idee... Non farai nulla perché tua deve essere la personalità. Noi abbiamo avuto dei maestri che ci hanno insegnato il mestiere, che ci spiegavano con la loro innata modestia che impastando una certa polvere con un'altra ne veniva fuori una di un colore diverso ma particolare. Però l'idea quando dipingevi dovevi averla tu".

Si esprime con chiarezza spiegando la sua pittura, che non è complicata a prima vista, ma nemmeno tanto semplice come sembrerebbe e lo dimostra raccontando che è frutto di una ricerca costante spesso riferita anche alla sua città che ama visceralmente. E diventato un esperto di storia antica, che descrive meticolosamente nei suoi dipinti. Il suo è un modo di approfittare della storia per inventare delle cose che poi diventano solo sue. Ed allora ecco riaffiorare nei suoi lavori tracce di pavimentazioni pompeiane scoperte dopo l'eruzione, frammenti di campi dai dettagli puntuali e minute proposti su piani diversi, piccole ciliege rosse beccate da un impertinente uccellino, fiori quasi bianchi in un cielo cilestrino dove in alto esplode un fiore appena rosato.

Mi mostra un'Annunciazione. La Vergine quasi sdraiata, e appoggiata ad un albero esile e leggero con grandi foglie verde-grigio a ggruppi di tre che costringono lo sguardo a salire in alto verso un cielo blu dove un angelo, quasi un danzatore trasparente con pochi riccioli, addita una colomba dalle ali dentellate che scende in picchiata. Chi mai ha pensato di disegnare la Madonna in un prato verde con piccoli fiori chiari che le accarezzano un manto che non è azzurro cielo? Borghi ci ha pensato, ed il risultato è per lo meno sorprendente oltre che piacevole. E' lo stesso motivo per cui dipinge Guidoriccio cavaliere conquistatore, col mantello a losanghe su di un cavallo a dondolo, per non conquistare nulla. Così per il "Salone" ch'è il primo palazzo di giustizia a Padova, e quindi si colloca in una coreografia cittadina fatta di torri, di cupole, di chiese, di rosoni e di simboli legati ai Carraresi. Le ruote del carro, il sole, la bandiera che sventola e le dolci linee dei colli. E come non parlare del suo Prato senza alberi, nuovo paesaggio non più fine a se stesso, ma nei quale s'inserisce quasi silenziosamente con garbo e sensibilità, una visione o uno scorcio di città non unicamente figurativa, ma essenzialmente poetica.

Ed ora eccoci a dire degli abbracci, mai uguali. Dell'Abbraccio nato durante una gita scolastica a Pompei, quindi Abbraccio in jeans, in tenuta da viaggio, Abbraccio di giovani, ma anche Abbraccio maturo. Colorati di rosso o in una soffusa atmosfera verdeazzurra, oppure blu. Abbracci dunque. Maestro nella composizione, nella ricerca della sfumatura, nei colore pulito anche quand'è scuro, anche quando i particolari sembrano ossessivamente descritti. La rielaborazione dei propri lavori è come la riscoperta di un album dei ricordi, delle atmosfere rarefatte grigio-rosa risolte con un colore lavorato a lungo. Colori, quelli di oggi, un po' più scuri, ma non molto diversi rispetto ai soliti che lo distinguono.

Guardiamo un quadro dove un uccello dal colore chiaro su di un ramo, con la testa china, sembra dialogare con un cornpagno che sta di sotto. Solo da vicino si può notare questo particolare e tutto è risolto con una variazione cromatica vibrante. Fantasticare, volare alto, descrivere la solitudine, questo è Leo Borghi, che racconta a colori le proprie idee e le difende senza scendere a compromessi, senza voler creare polemiche, ma pretendendo rispetto. E' lo stesso che contesta con forza la presunzione di alcune persone che difendono opere anche quando queste non possono essere considerate d'arte.

In un momento di confusione e incertezza qual è il nostro, trovare un artista che ha dei punti fermi e non dimentica la illustre tradizione veneta che ha alle spalle e va avanti secondo una volontà e vocazione vere e serene, è una particolarità. I motivi prediletti sono legati proprio a questa terra ed egli riesce a farli suoi con intelligente e personale interpretazione. Ha saputo condensare intelligenza e sensibilità con una specifica coscienza delle sue intenzioni. I suoi dipinti sono il pretesto per una partecipazione sentita e profonda che egli ha inteso intraprendere e nella quale s'identificano fantasia, linismo e dove la luce e il colore producono sogni.

Dando un ultimo sguardo ai suoi quadri ci rendiamo conto che la sua pittura, così fresca e pulita, denuncia in qualche modo un'anima ancora giovane, colma di stimoli e di gioia di vivere. Possono anche trasmettere una velata malinconica tristezza, che ci piace perle interpretare come un fantastico viaggio in un mondo di tanti secoli fa.

(da: Padova e il suo territorio, nr. 89, 2001)

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