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"Se pasca manna": Pasqua nel nord della Sardegna

in: Paese che vai Pasqua che trovi. Le tradizioni pasquali in Italia
raccolte  epresentate da Giacomo Luzzagni

Venilia Editrice, Montemerlo 2002

Come si sa la Pasqua cade la domenica successiva al plenilunio dell'equinozio di Primavera. Nell'arco di un mese e precisamente tra il 22 di marzo e il 25 di aprile hanno luogo tutte le manifestazioni che tradizionalmente aprono e chiudono il ciclo pasquale. In Sardegna sa Pasca manna è la Pasqua grande, celebrazione considerata più importante dello stesso Natale chiamatoPaschiedda o Pasqua piccola. È nel periodo de sa Pasca manna che hanno vita le particolari tradizioni legate alla Quaresima e alla Resurrezione.

Nella Gallura dei nuraghi, che è un po' la mia terra d'origine, e alla quale sono legata sempre da grande affetto, affondano le radici lontane di questi suggestivi riti, forse più sentiti e partecipati che nel continente, ove per continente s'intende il territorio che sta al di là del mare. Luras (Ss) è l'unico centro nel cuore della Gallura dove ancora si parla la lingua logudorese e dove gli abitanti sono molto legati alle proprie tradizioni. Come sostiene lo storico lurese Antonio Murineddu, il loro idioma è affine per qualche aspetto al latino. Afferma che indagando sulle origini degli antichi padri di questo borgo, gli abitanti di Luras non debbono aver subito influenze culturali se non dagli etruschi e dai romani poiché il posto, lontano dal mare, non è stato toccato dagli influssi stranieri che invece hanno coinvolto molte altre genti della Sardegna.

Nei secoli qui a Luras, durante sa Pasca de aprile, gran parte degli abitanti si è raccolta attorno alla Confraternita della Santa Croce, il cui scopo era quello di dedicarsi alle opere di carità e di partecipazione attiva alla vita della Chiesa. Di questa confraternita (sa Cunfraria de Santa Rughe), non si hanno date sicure per quanto attiene la sua costituzione, ma certamente era attiva attorno al 1677. È caratteristico il saio bianco con il cappuccio e la mantellina rossa dei confratelli chiamati sas cunfradese.

Il momento focale della Settimana Santa è s'Iscravamentu, ovvero la cerimonia che simboleggia l'occasione in cui vengono tolti i chiodi dal corpo di Gesù. È una cerimonia molto suggestiva e non priva di coinvolgimento. Due confratelli, che già in passato indossavano calze e calzoncini di seta, una ricca fascia in vita, una lunga giacca a motivi floreali e calzari di cuoio, si pongono ai lati dell'altare, davanti al quale è già pronta la Croce con la statua lignea del Cristo che tra breve sarà deposto. Al Cristo è tolta la corona di spine, poi un lenzuolo gli viene passato sotto le braccia per trattenere la statua, in modo che non cada una volta levati i chiodi: prima quello della mano destra, poi quello della sinistra ed infine quello conficcato nei piedi. Ogni chiodo viene mostrato ai fedeli e quindi adagiato dal sacerdote su un cuscino. È questo il momento più significativo, al quale partecipano all'unisono i fedeli coinvolti nel dramma della morte del Figlio di Dio. Ora Gesù è tra le braccia de sas cunfradese che lo porteranno al sepolcro illuminato dalle candele e adornato da vasi di nènniri (sas sepulcros), i semi di grano fatti germogliare al buio durante la Quaresima. Si presume che l'uso dei nènniri abbia qualche attinenza con una religione della Mesopotamia, dove i Sumeri adoravano la dea In-Nin attribuendole il potere rinnovativo della natura e quindi della morte e della resurrezione. L'usanza dei nènniri, certamente molto antica, era già conosciuta dai Fenici che nei loro lunghi viaggi per mare la introdussero anche in Sardegna.

Ma torniamo al sepolcro. In attesa della Resurrezione, i fedeli fanno su giru de sas sette chegjas (il giro delle sette chiese), che rappresenta i sette spostamenti di Cristo dal momento dell'arresto fino alla morte in croce. Il periodo pasquale si conclude con s'Incontro, l'incontro di Maria con il Risorto, che si celebra in tutta la Sardegna. Questa cerimonia, che dopo gli anni settanta era caduta nell'oblio, è stata recentemente ripristinata, un modo lungimirante ed utile per mantenere vive le antiche tradizioni.

Il nostro secondo itinerario è Castelsardo (Ss), cittadina arroccata sul promontorio che domina il golfo dell'Asinara, fondata attorno al 1100 dai Doria con il nome di Castel Genovese. Qui si celebra una tra le più importanti manifestazioni della Settimana Santa: il Lunissànti, che è la processione dei Misteri e prende spunto dal Lunedì Santo, giorno in cui ha luogo. L'usanza risale all'undicesimo secolo, tempo in cui elemento predominante nella vita della gente era la fede. Qui i "misteri" non sono termine soltanto teologico, ma assumono anche una connotazione specificamente artistica. Si tratta soprattutto di una rappresentazione coreografica di massa e di grande effetto, frutto dell'influsso spagnolo, che mantiene tuttavia la propria matrice sarda. Tutto questo è evidente nei canti rituali della Sardegna settentrionale, chiamati gosos, che pare siano stati introdotti nell'isola nel periodo della dominazione ispanica. Si pensa che questi canti siano riconducibili ai bizantini e successivamente diffusi dai monaci greco-ortodossi in Spagna e quindi anche nella terra dei nuraghi. A sostegno di questa teoria vanno ricordate le làudas, l'origine delle quali risale a ben prima della dominazione aragonese. Con ogni probabilità furono introdotte nell'isola dai benedettini toscani che le inserirono nel loro laudario di tradizione sardo-bizantina la cui costruzione tecnica è diversa dai gosos spagnoli. Sul tema della Passione, dolenti e forti i versi di un anonimo autore:
 
In un vènnari di malzu
piddesì Cristu la molti,
ficchèndeli ciòdi folti,
pa dalli di più turmèntu.
Nostra Signòra ha pièntu
tutta la notti a siccùtu...
In un venerdì di marzo
ricevette Cristo la morte,
gli ficcarono chiodi forti,
per dargli maggior tormento.
Nostra Signora ha pianto
tutta la notte a singulti...

Castelsardo ha una scuola di canto religioso famosa in tutta l'isola per la preparazione dei cantori. A li cantori, scelti dal priore tra quelli che nella scuola hanno partecipato attivamente e con impegno al corso di preparazione, spetta l'esecuzione dei tre cori: lu miserère, lu stabat e lu Jesus. Nella processione, seguono li apòltuli (gli apostoli) che portano gli strumenti che rappresentano i Misteri e cioè lu càligiu (il calice), la caddèna (la catena), li disciplini (la frusta) e così via. Tutto inizia la mattina presto con la messa celebrata nell'altare del Criltu Nièddu (Cristo Nero) che risulta essere la più antica statua lignea in Sardegna. Questa statua si trova nella chiesa di Santa Maria, che ha origini medioevali e la cui campana porta incisa la data 1404. Tutto il corteo si sposta quindi a Tergu, non lontano da Castelsardo, nella chiesa di Santa Maria, piccola meraviglia architettonica pisana dell'XI secolo che testimonia la presenza dei benedettini di Montecassino. Qui comincia 1 'Attìtu (il pianto funebre) sul crocifisso. Quando cala la notte i partecipanti ritornano addentrandosi nelle viuzze di Castelsardo illuminate da fiammelle, lumini e accompagnate dai canti. Questa tradizione antica, ancora così radicata e viva, crea una notevole suggestione. Ma altre due sono le processioni che si tengono durante lu Lunissànti, il Giovedì notte ed il Venerdì pomeriggio. La prima si chiama prucessiòni del Criltu Nieddu e l'altra Maria di lu piàntu (Addolorata) che, con l'accompagnamento dello struggente Miserere, reca l'effige del Cristo deposto alla cattedrale di Sant'Antonio Abate. La chiesa, ricostruita su un antico tempio romanico-benedettino del XVI secolo, è ad un'unica navata a croce latina, e nel presbiterio ha la caratteristica di avere la stessa inclinazione del capo di Gesù sulla croce.

Alghero (Ss), dove ora ci spostiamo, ha origini incerte. Sicuramente appartenne alla famiglia dei Doria e più tardi passò nelle mani dei re d'Aragona che vi inserirono una colonia di catalani dai quali discende la parlata attuale e non solo, visto che anche la cucina conserva piatti di origine spagnola. Si racconta che nel 1542 l'aragonese Carlo V, salutando dalla finestra del Palazzo d'Albis i cittadini di Alghero, abbia esclamato: "Estode todos caballeros" (siete tutti cavalieri), testimonianza di quanta stima godessero gli algheresi nella considerazione del re. Tornando alla Settimana Santa, il rito della deposizione viene ricondotto alla seconda metà del Trecento, con la processione dei Misteri che i confratelli della Misericordia iniziano il Martedì. La processione, partendo dalla chiesa gotica di San Francesco, il cui presbiterio conserva una bellissima volta stellata, attraversa il centro cittadino e giunge al duomo di Santa Maria. La notte seguente si fa invece la Via Crucis, nella cui ricorrenza viene portata una statua del Cristo che la credenza popolare attribuisce ad una leggenda. Sembra infatti che una furiosa tempesta abbia lasciato in prossimità della costa algherese l'effigie lignea poi ripescata da un confratello che, nel difficoltoso recupero, dopo aver invocato Cristo, ebbe subito facilitato il compito. Una ventina d'anni fa è stata ripristinata l'antica processione notturna del Giovedì Santo chiamata delle felcas, durante la quale una piccola statua dell'Addolorata, addobbata a lutto, è portata nelle chiese di Alghero per "aiutarla a ricongiungersi" con il Figlio Morto.

I rituali religiosi popolari sono in certa parte rivisitazioni in chiave moderna, e a volte fantasiosa, dei fatti narrati negli Evangeli e altrove. Quindi non sono sempre fedeli alla verità riconosciuta dalla Chiesa, sono filtrati attraverso gli usi e i costumi locali legati alla pietà popolare e assumono, nella ricostruzione storica che ne fanno i fedeli, connotazioni simboliche molto particolari. Tutto ciò appare evidente soprattutto nei riti pasquali che nella Sardegna di cui abbiamo parlato sono molto sentiti e suggestivi. Un particolare patrimonio culturale che non deve e non può andare perduto, perché rappresenta la parte più intima delle nostre radici. Qualcosa da conservare e lasciare come eredità spirituale ai nostri figli.

Gabriella Villani di origine sarda,
residente a Padova

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