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Ricordando Tomizza

Tomizza creatore di sogni, i cui scritti sono a volte racconti fiabeschi. Spesso tratta una realtà che coinvolge emotivamente il lettore. Questo è il ritratto scopertamente chiaro dello scrittore triestino da poco scomparso, che il prof. Elvio Guagnini ha tracciato nella conferenza del 16 novembre 1999. Perché parlare di Tomizza? Perché un lungo ed affettuoso rapporto di amicizia e stima ha legato questi due scrittori che hanno cose in comune.

Elvio Guagnini, nato a Trieste, è ordinario di letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università della sua città. Fare una panoramica sulle molte cose che ha scritto ci porterebbe lontano. Notevoli i suoi interventi su riviste e i saggi su autori diversi. Figura poliedrica, Guagnini oltre ad occuparsi di un ampio ventaglio di argomenti diversi, come per esempio i saggi sulla letteratura italiana di viaggio dal '700 al '900 e del cosiddetto "giallo italiano", non tralascia di occuparsi della letteratura di frontiera. Quindi di Tomizza, che sicuramente è scrittore di frontiera. Nasce infatti a Materada nel 1935 e per la particolare situazione familiare e geografica (vivrà l'adolescenza tra Gorizia, Capodistria e zone limitrofe), la sua formazione culturale si sviluppa in modo complesso. Più tardi entrerà come giornalista nella sede radiofonica della Rai di Trieste e quindi a Roma. Abbandonerà poi la professione per dedicarsi interamente alla letteratura. Nel 1960 esordirà con il libro Materada, edito da Mondadori, dove racconta dei luoghi e dei personaggi dell'adolescenza. Privo di facili moralismi e non sentimentalista, Tomizza parlerà in più occasioni della cultura contadina, ma non scadendo mai nei soliti luoghi comuni. Un punto di vista costante nei suoi scritti è il riferimento preciso e puntiglioso alla lenta ma continua trasformazione della società, conseguente all'esodo spesso forzoso delle genti di frontiera. Questo aspetto ci pare evidente nella Trilogia istriana dove l'autore evidenzia difficoltà d'ambientazione, problematiche e sofferenze delle genti legate all'Istria contadina.

Ma c'è anche un altro Tomizza: fantasioso, quello delle storie e delle belle tradizioni popolari, raccontatore di favole della natura e di animali della sua terra. Nel romanzo La miglior vita troviamo una narrazione più triste, quasi cupa, racconti di gente dimenticata, di esclusi, che paradossalmente vengono ricordati solo nei registri parrocchiali e nei necrologi. Martin Crusich, il sacrestano che racconta il dramma di questa gente estirpata dalla propria terra, dice:" continuavamo a trovarci in piena guerra per l'eterna questione dell'essere italiani e dell'essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi". Gente che in buona sostanza ha perduto la propria identità.

C'è un Tomizza mediatore di cultura, soprattutto di cultura croata e slovena, ma persino di culture extraeuropee. Percorsi diversi, che forse non s'incontreranno mai. La sfaccettatura di questo scrittore è notevole poichè è autore di pièces teatrali, traduttore e divulgatore di testi. E' ricercatore di carteggi e documenti sconosciuti e inediti, e quindi storico e documentarista. Ciò si evidenzia nel saggio di grande forza e vigore Il male viene dal Nord, che tratta delle vicende legate al Vescovo Vergerio.

Pur fondamentalmente uomo indipendente e apolitico, si occuperà di eventi politici e di tematiche ecologiche come in occasione del disastro nucleare di Cernobyl. Uomo proiettato verso il futuro non ha mai raccontato la stessa storia, anche se nelle sue opere, o almeno in alcune di queste, si avverte un filo logico costante.

Dedicato alla nipotina Elisabetta, il romanzo Franziska, storia di una giovane nata all'inizio del secolo, così chiamata in omaggio all'Imperatore Francesco Giuseppe del quale diventerà simbolicamente figlioccia, si svolge ancora una volta in quei territori tra il Carso e Trieste tanto cari all'autore. C'è qui una partecipazione più immediata, forse più sentita, perché si parla di un rapporto d'amore, però tra persone ancora una volta di diversa cultura ed etnia. Dolce Franziska, tenera e sfortunata.

E siamo all'epilogo. Ossia, per dir così, Nel chiaro della notte.
Un libro completamente diverso dagli altri, talmente assurdo che il lettore si sente in pericolo, come sulla cima di una rupe, senza agganci, quasi sospeso nel vuoto, tanto da lasciare spiazzato chi legge e che ha forse nella memoria la tenera vicenda di Franziska. La serie di racconti brevi, suggeriti oniricamente, parlano di paure latenti, d'immaginario spinto all'estremo, su eventi drammatici ed estremamente concreti. In questo modo si muovono anche le trame de La torre capovolta, storie concise, dove realtà e fantasia si avviluppano alternandosi, riproponendo gli archetipi tipici della realtà. La torre capovolta è un'anomala costruzione rovesciata, forse più conica che cilindrica, costruzione che diffonde inquietudine; non slanciata verso il cielo, ma rovesciata, calata idealmente in quella roccia carsica, amara e dolorosa come un inferno dantesco, giù, giù, profondamente.

E Nel chiaro della notte, Tomizza riprende la filigrana dei racconti, ora diventati crudi, qualcuno forse troppo, qualche altro, per fortuna del lettore più sensibile, semplicemente fantastico. Come la storia di quella nave che, inspiegabilmente, da Trieste deve arrivare a Milano. Per quale via non è dato sapere.

Tomizza creatore di sogni? Forse sì. Impressioni intense ed emozione è quanto ci è rimasto dentro del partecipato racconto di Guagnini. Ma non solo questo.

In: Padova e il suo territorio
nr. 83/2000

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