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Prefazione a
Un dove, un altrove

Stefano Mecenate

Così tripartita, questa silloge di Gianfranco Vinante mostra le molteplici "anime" dell'artista che trova, per ogni emozione, il giusto linguaggio per esprimerla.

Un dove, un altrove costituisce un intrigante cosmo di emozioni che graduano la loro intensità in funzione del messaggio che contengono: dall'essenzialità del Haiku, alla incisività complessa delle Rielaborazioni fino alla libertà dell'ultima parte nella quale la parola si fa più generosa e indugia verso quel dialogo interno ed esterno al cuore dell'autore.

La capacità di Vinante sta molto in questo equilibrio che egli cerca di fronte ad ogni sollecitazione e che trova frequentemente regalandoci poesie che sanno lasciare un'impronta significativa nel cuore e nella mente.

Proprio a partire dalla prima parte, con "Vita segno", l'autore incide con chiarezza il proprio impegno "...Impegno ingegno sfida | non fuorviare in altro il proprio segno | né forzarne guida | che si cancelli o meno | nel ghirigoro universale..." per poi fluire verso una dimensione del racconto-metafora che abbraccia universi che si incontrano e che trovano armoniche corrispondenze come in Alberi "...potervi emulare forza di crescere | da radice più fonda radice | da fioritura più alta fioritura... | Sempre più terra | sempre più luce".

Un panorama sul quale Vinante indugia con piacere, conscio della sua corrispondenza interiore, giacché in lui è presente quell'anelito verso l'Uno che genera il "tutto" in un dinamico e ciclico alternarsi, come diritto di appartenenza e di consunstanz metà. "Felicità sentire le radici | sviluppi incogniti nell'humus | e in alto gemme e vertici | che si flettono alla luce.." (di: "Felicità arborea") che ha come straordinaria conclusione due versi che segnano il penso di una Tradizione nella quale vivono i valori immutabili ".. Felicità questa forza di esistere | che più scava più sale" (dì: Ibidem).

La capacità affabulatoria dell'Autore emerge dai piccoli schizzi di luoghi della memoria che portano in sé il fascino del tempo passato e di ciò che esso ha prodotto ed allo stesso tempo interrotto: "...Oltre i binari del Campo di Marte | che non si finiva d'attraversare | ogni tanto il sole | mai tramontato d'una vita fa | la fascinazione senza gioia | dei treni senza ritorno..." (dì: "Campo di Marte"). La sua immediatezza denota una profonda capacità di sintesi che certamente ha fatto precedere da una lunga maturazione: il verso scivola piano senza intoppi, giunge a colpire il lettore senza trucchi, senza sofismi, forte solo della propria potenza evocativa che dirompe e coinvolge il destinatario.

Così è, ad esempio, per la poesia "Amanti", nella quale i pochissimi versi che la costituiscono offrono senza rnezzi termini il senso della immensità del momento condiviso "Tra la folla vanno soli | uno dell'altro abbagliati | – tutto il resto è buio – ...": c'è, in quelle poche righe, una forza indicibile che amplifica il significato di ogni singola parola e lo rende gigantesco senza tuttavia perdere il quasi dimesso tono che è stato scelto per loro.

Il gioco si fa appena appena più sofisticato, perché così si addice a questo genere poetico, nella seconda parte, con le sequenze Haiku dedicate rispettivamente alla poesia, all'eros, al verbo, a voce e silenzio e alle cupole di Padova. Ascoltiamo il ritmo suggestivo, quasi mantrico, degli ultimi versi dedicati alla poesia "... poesia, voce- | silenzio a danza |  mimo d'indicibile." (dì: "Sequenza di haiku" - 9), o di quelli dedicati all'eros ".. Bel Maggio ed Eros | l'uno in altro fiorisce | e ingemma il sangue." (cfr. "Sequenza di haiku" - 10). E come non restare colpiti dalla solarità degli ultimi versi di "Sequenza di haiku" - 27 dedicata alle cupole di Padova "... L'angelo d'oro | non chiama apocalissi | squilla di festa?".

Un gioco sottile di parole limate e rettificate, perché possano essere quanto più possibile capaci di portare degnamente il loro contenuto, un paziente lavoro di incastri per consentire un bilanciamento di ciò che si è provato e di quello che ne deve restare.

L'autore, ahneno in queste due parti, sembra domare la tentazione del "troppo", del prolisso, del meramente estetizzante: asciuga e condensa le infinite possibilità di esprimere quelle emozioni e quei pensieri, in succinte pennellate fermale immediatamente con il fissativo per evitare la tentazione di tornarci sopra, di abbandonarsi al piacere del "più bello" per se stesso.

Diversa, ma solo in apparenza, la terza parte, "Scelta di poesie" (2003-2006) dove ogni freno sembra tolto e la pagina si riempie di parole che sembrano vogliose di raccontare dettagli e particolari. In realtà tinche in questa sezione, l'autore rispetta la regola del rigore e della essenzialità, offrendo solo modo di apprezzare come la parola possa essere anche piacevole all'ascolto, non meno portatrice di significati ma cal contempo capace di regalare sensazioni appaganti: "... raggio d'angeli vampa di annunciazione | eclissa rossore a Maria | quel tremore già fermo... | Così sia l'arte luce d'uomo | a colorare la Speranza." (cfr. "Fra' Angelico"). E poco più oltre, in una squisita "Pensando Padova" (già in quel "pensando" del titolo, l'Autore ci regala un ottica d'osservazione privilegiato, dandoci la possibilità di vedere non solo 1a realtà ma di essa quella parte che ci appartiene, vestendola di colori, suoni, luci che ci sono più consoni): "Illese fantasie per le contrade | di sempre e morgane non labili | tra i venerandi spazi dell'allora | salvi da geometrie voraci...".

Gustarsi questa poesia lasciando che la mente spazi e vaghi al di là di quella città di cui parla l'Autore, oltre la pur rigorosa descrizione di ciò che essa offre, per raggiungere la "nostra" città, reale o ideale che sia ".. avido amore – non geloso – spinge | a prestare i suoi occhi al foresto | per altro stupore alle cupole | quel gravitare all'alto – sogno e luce." (cfr. "Pensando Padova").

E quand'anche ciò che ci narra è, apparentemente, solo un "fiato di cronaca " personale, come in "L'incontro", Ciò che ci viene dato sfilino i contorni della storia personale per raggiungere senza ostacoli il ruolo di esperienza collettiva che egli propone solo con il garbo e la sensibilità dell'artista: "avremmo dovuto capire | che esausta la passione tra due Sé | l'incontro di due Io rischia lotta | anche mortale, l'avversione | che spinge a due opposti dietrofront...".

E per concludere queste brevi note che nulla del conimento vogliono avere ma solo, semmai, di incipit per un approssimarsi verso un "luogo magico" che merita attenzione, rispetto e un totale abbandono alle sensazioni che può dare, come non citare quella "Lauda di Natale" che pone perentoriamente l'accento su un evento cosmico che natura in un tempo storico ma, come nel caso dell'Ostia consacrata, si ripete ogni giorno di ogni anno in ogni secolo per tutti gli uomini della terra: "Quel vagire atteso dai Profeti | voce, luce altissima alla notte | folgora eclissando ogni altra | a svegliare silenzi | illuminare visioni..." In questa poesia, come del resto nella contigua La spada di Paolo" nella quale la potenza della parole si fa davvero dranuanatica "Già 1a fede di Abramo prima giustizia | è anche il primo segno della pietà del Padre | tale che – per essa – non si può | amaramente orgogliosi disperare.:" possiamo percepire per intero ciò che nell'Autore si è. fatto sostanza interiore e confrontarlo, quasi in un flash back con quello che abbiamo letto in precedenza. Con piacere scopriremo la grande coerenza e perfetta sincronia tra i linguaggi e i temi trattati e con altrettanto piacere potremo confrontare il mastro col suo sentire per trovare quelle alchemiche affinità che fanno di ogni lettura una incredibile "avventura dell'anima" che si abbevera a fonti impensabili e trae da esse forza e consapevolezza per andare ancora oltre verso nuove possibili conoscenze...

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