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La poesia italiana

 

Giovanni Titta Rosa

estratto da: Almanacco Letterario Bompiani 1960, pp. 171-174.

È diventato un luogo comune della critica spicciola o militante (e l’uomo della strada che finge d’occuparsi di poesia lo ha fatto proprio) il lamento, o la constatazione, che i poeti siano troppi, o che non ce ne sia punti (per dirlo alla toscana ch’è poi sempre meglio che dirlo in romanesco spurio…). Non è il nostro parere. Antichi lettori di libri di versi (non diciamo sempre di poesia) come può dimostrare se non altro questo almanacco, esperienza e senso comune ci dicono o confermano concordemente che se la poesia autentica è rara, com’è stato in ogni tempo, anche il tempo nostro non ne manca; sebbene oggi sia meno agevole riconoscerla, in un paesaggio senza vette, in una orografia collinare. Molti anni fa assomigliammo, proprio su questo almanacco, la poesia italiana del nostro tempo a una Brianza; la metafora rimane valida. Ma è anche da dire che la Brianza ha in comune con la sua metafora la caratteristica anzi la qualità d’essere piacevole; al punto da invitare il cronista a un amabile discorso, e breve. Che è appunto quello che stiamo per fare, sulla trama dei libri di poesia (pochi) usciti quest’anno, dal novembre 1958 a questo novembre, e dei libri di versi (molti). Dei quali ci siam fatti uno scrupoloso elenco che abbiamo controllato con quello d’un amico, buon critico di poesia: l’identità è parsa quasi mirabile. Dunque, al di là della bibliografia, c’è accordo anche su preferenze di gusto: il che può denotare che il “poiein”, il fare poetico attraversa un tempo, una stagione, un clima tranquilli. È un bene, è un male? (sempre per la poesia). Se amassimo i paralleli schiaccianti, fra gli “Inni sacri” e i “Canti” leopardiani non passano molti anni e sono dello stesso anno i “Canti di Castelvecchio” e “Alcyone”. Quindi i tempi quieti (diciamo in senso del tutto interno al fare poetico) forse non giovano alla poesia. Il costituirsi di un gusto dominante porta al petrarchismo, all’Arcadia, al Parnasse, al Simbolismo. È vero, siamo da più di un decennio fuori dell’ermetismo; il neorealismo che gli è succeduto ha proposto contenuti etico-civili cercando di rinsanguare la parola, resa esangue ed esalata in musica dall’ermetismo, con apporti di realtà immediate che, in principio del loro irrompere nell’hortus conclusus et pretiosus della poetica ermetica, parvero tanto più legittime quanto più rozze e prive di mediazione nell’osmosi di contenuto-forma. Il successivo sperimentalismo, magari sulla scorta di una malintesa poetica eliotiana, ha cercato d’introdurre non senza un atteggiamento alla pioniera, teso alla conquista di un ovest poetico ritenuto del tutto inedito, elementi raziocinanti, intellettualistici, socialmente polemici. Questo per somme linee, può essere il grafico astratto della poesia italiana dell’ultimo quindicennio.

Ora assistiamo, dopo cotesta tempesta (in un bicchier d’acqua?), a una fase di calma, che ci pare innaturale ed equivoca nella stessa misura in cui fu artificioso e scarsamente risolutivo e autentico quello “sturm”. Sicché il clima e l’aria di Brianza, sia pure mossi da incrociati venticelli, data la varietà orografica, tra montagnole, poggetti e vallette, di quel caro paesaggio (s’intende che metaforizziamo…) costituiranno la temperie e le risultanze di annuale bollettino.

 

M. Vellani Marchi, L'osteria dei poeti e dei pittori: "da Romano" a Burano, disegno, 1959.

E poiché le assegnazioni, anche quest’anno numerose, dei premi di poesia (ne è morto uno, il premio senese di “Ausonia”, ma ne vivono ancora molti) possono o dovrebbero essere il termometro di un gusto, cominciamo coll’indicare i libri che, per così dire, ne sono stati insigniti. Se non altro, à tout seigneur… E per rifarci ad un autorevole e collegiale responso, quello della giuria del premio Viareggio, alla quale l’annata poetica è apparsa più favorevole di quella della prosa narrativa, i buoni frutti dell’annata saranno stati spiccati sia, appunto, a Viareggio che a Taormina, a Valdagno che a Chianciano. A Viareggio, Giorgio Caproni e Giuseppe Villaroel hanno condiviso un unanime riconoscimento: la raccolta “Il seme del piangere” (edit. Garzanti del primo e “La bellezza intravista” (edit. Vallecchi), scelta antologica, dell’altro, con prefazione di Francesco Flora, potrebbero quindi essere assunte quasi come paradigma dello stato attuale della nostra poesia: una amorosa stagione dei sensi che si conclude e finisce in un’ansiosa ricerca del soprannaturale in Villaroel, e una dolce-dolente stagione nella memoria, familiare e nostalgica (secondo l’ètimo) in Caproni, nella quale accampano la figura della madre giovinetta e quella di due città: Livorno e Genova, natale e ideale paesaggio di questo gentile quanto fragile poeta ligure, succeduto alla generazione di Sbarbaro, Barile e Montale. Ma, è da aggiungere, si tratta di due poeti più o meno estranei alle istanze e tendenze della poesia ultima, o più recente. Egualmente estraneo, e solo intento a una melodica variazione del pathos (amore-sentimento e paesaggio-colore) della sua poesia precedente è apparso Diego Valeri in “Flauto a due canne” (edit. Mondadori) cui è stato conferito il premio Taormina. Nel “Canto del destino” (edit. Neri Pozza) di Giorgio Vigolo (premio di poesia Valdagno), ove questo poeta della Roma barocca ha riunito una scelta da sue raccolte anteriori, con aggiunte nuove, è facile reperire una tematica poetica che ha le sue radici nel “frammento” lirico vociano e i suoi spesso autonomi sviluppi durante la stagione che si stende dall’avanguardismo all’ermetismo, né il suo linguaggio è esente da soluzioni eloquenti non di rado ritmate su un tono di verbale polifonia. Un serrato impegno di discorso critico-lirico su temi di un’esperienza morale che s’indovina complessa, anche se ancora impigliata in un linguaggio più discorsivo che lirico si avverte nella raccolta “La cantica” (edit. Mondadori, “Lo Specchio”) di Francesco Leonetti, cui è andato un “Valdagno” minore. Infine, a non parlar d’altri premi, anche la giuria del Chianciano, riconoscendo una spontanea evidenza lirica alle nitide e nervose modulazioni della poesia di Raffaele Carrieri, che nel “Canzoniere amoroso” (edit. Mondadori, “Lo Specchio”) ha raccolto una antologia da precedenti sue plaquettes, e alcune introvabili, ha confermato l’adesione a un gusto letterario ch’è ormai di larga se non comune preferenza; non senza tuttavia avvertire che si tratta di un gusto non privo di sottili incroci culturali. Di suo a cotesto gusto il Carrieri reca, in un clima che si potrebbe definire di alessandrinismo parigino, tra Anacreonte e Apollinaire, una sua ilare malinconia d’amore e una mitica nostalgia mediterranea. Con due premi minori la stessa giuria di Chianciano ha riconosciuto qualità di poeta dall’elegante ritmo strofico teso a significare liricamente una moderna e patetica solitudine a Luigi Capelli “Perché alla vita”, (edit. Cappelli) e a Ugo Reale dall’esile e nitido timbro lirico “Una piccola storia”, (edit. Rebellato). Infine, il piccolo e valido premio Lerici, quest’anno intitolato a Enrico Pea che ne fu l’animatore, è stato diviso fra Antonio Seccareccia, Amelia B. Siliotti, Gianmario Sgattoni e Clara Domenici.

Se è evidente che una classificazione per generazioni, come qualsiasi classificazione, ha soltanto carattere empirico, non è meno chiaro però che, a distinguerle non è solo il linguaggio, ma una particolare disposizione verso gli stessi mezzi espressivi. E va al di là della ricerca di nuovi contenuti. Fino a qualche anno fa pareva “impoetico” un linguaggio di origine raziocinante o riflessa; la raccolta di Franco Fortini, “Poesia ed errore” (edit. Feltrinelli) è valsa a dimostrare che non solo la vecchia distinzione tra poesia e non poesia, ma quella stessa tra parola astratta e parola concreta, o meglio tra ragione e fantasia, hanno confuso i loro confini e territori. E che in questa osmosi siamo ben lontani dai simbolistici reami della “poesia pura” e da ogni ermetismo. Nella poesia di Fortini una limpida, talora spietata luce di ragione investe idee e immagini, ragionamenti e figure. E se è giusto esigere che le idee e i ragionamenti si facciano pur sempre immagini e figure, per diventar poesia, cioè forma, non appare meno legittimo proporre una disposizione verso il linguaggio che consenta la più ampia annessione di contenuti, che inizialmente astratti, possano atteggiarsi in figure sotto l’impulso e il calore di un’intensa eticità.

È questo anche uno dei tratti distintivi, se non il maggiore della poesia “giovane”: quella che va sotto il nome di “quarta generazione”. Non ci è possibile una individuazione critica di ciascuno dei poeti che militano, per così dire, sotto tale bandiera; sicché, dopo aver fatto il nome di Fortini e di Leonetti, che ci sembrano, fra loro, tra i più significativi, ecco, rapidamente, altri nomi di poeti che contribuiscono a configurare, più o meno, la zona più viva e ancora inquieta della nuova poesia. Fra i primi, Bartolo Cattafi: “Le mosche del meriggio” (edit. Mondadori, “Lo Specchio”), dotato di ampio e caldo respiro strofico, Elio Filippo Accrocca che, aggiungendo alle sue prime liriche (“Portonaccio”) altre composizioni più recenti, ha dato di sé, con “Ritorno a Portonaccio” (edit. Mondadori, “Lo Specchio”) una figura di chiaro rilievo, nella folta schiera della generazione di mezzo (tra i ventenni e i quarantenni, per intenderci). Evidenza di voce poetica, in una sua concisa ma non contratta espressività strofica, mostra Massimo Grillandi in “Atto di presenza” (edit. Rebellato), pur mantenendo la naturalistica freschezza di tono del suo precedente volumetto: “La comune speranza” (edit. Rebellato). Non è più della schiera dei giovani, ma un felice “ritorno” è quello di Antonio Barolini con “Elegie di Croton” (edit. Feltrinelli) che ci ricordano l’esile ma fresca vena della poesia della “Gaia gioventù” (1938, ristampate con altre nel ’53). Un’affabile discorsività, ma non effusiva è il pregio più evidente di queste “elegie”. Anche Lino Curci con “Un fuoco nella notte” (edit. Vallecchi) riconferma, tramite un suo discorsivo ed evocativo monologo, le sue qualità di poeta essenzialmente riflessivo. Una calda discorsività è anche nei polimetri di “Anno mille” di Alberto Mario Moriconi (edit. Rebellato), e addirittura un disteso ritmo esametrico trabocca nelle evocazioni di contenuto classicistico di Ernesto Ragusa “Poema mediterraneo”, (Amicucci edit.). Nelle “Edizioni di Camaiore” è uscito il “Canto d’ira e d’amore per l’Ungheria” di Alberto Mondadori: ritorno a una poesia di caldo spirito civile, ma non negli schemi della segreta eloquenza; nelle “Edizioni dello Zibaldone” di Trieste Giani Stuparich ha raccolto le sue “Poesie”, d’una fresca, ventilata chiarità paesistica, e in un volumetto “All’insegna del pesce d’oro” Quasimodo ha riuniti alcuni brani delle Metamorfosi, da lui tradotti nella felice imitazione dell’esametro ovidiano, liberamente ritmato. Nuovo è il nome del triestino Sergio Miniussi che in “La gioia è dura” (Edizioni dello Zibaldone) ci dà un’immagine della città di Trieste e del Carso d’una risaltante e nuda evidenza visiva e sensuale, entro l’agile ritmo, ma non sabiano, della canzonetta. “Le sequenze d’autunno” (edit. Mondadori, “Lo Specchio”) e “La sagra delle nuvole” (edit. Rebellato) di Attilio Antonino suggeriscono un’immagine di poesia immersa in un fresco clima naturalistico, ma senza effusività descrittive, e una pensosità grave, animata da una contemplatività religiosa vibra nel “Concerto grosso” (edit. Vallecchi) di Giovanni Cristini; un sentimento religioso, con più ferma incisività di timbro morale, s’avverte anche nelle liriche “Il mantello di sabbia” (edit. Rebellato) di Enzo Maizza e una nitida e sobria eleganza strofica, entro un linguaggio di “parlato” moderno, è nella raccolta “Il vento ti ha sfiorato” (edit. Rebellato). Coro molteplice di voci, la poesia “giovane” non presenta tuttavia il solista mirabile, l’Armstrong della stagione (forse il paragone è vecchio).

 

Orio Vergani consegna il Premio Bagutta a Italo Calvino, marzo 1959.

In attesa di vedere da quale gruppo esso uscirà, registriamo, anche se un po’ alla rinfusa, altri nomi di giovani, senza frettolose qualifiche, da affidare magari a un aggettivo che ogni “interessato” potrà rifiutare come improprio. Ma è certo che una voce schietta è ne “Gli isolani terrestri” (Edit. Quadrivio, Lanciano) di Ottaviano Giannangeli, ed è voce più sensibile dove si fa evocatrice d’una vita antica, patriarcale della sua terra (il Giannangeli, abruzzese, è fondatore della rivista “Dimensioni” che svolge, anche fuor della regione, un’opera di richiamo culturale e di approfondita indagine dei motivi regionali e poetici dell’Abruzzo). Un’aria affine ci sembra che spiri in “Provincia del reame” (edit. Rebellato) di Giulio Stolfi, e nei “Paesi del cuore” (edit. Cappelli) di Raffaele Andreassi. Ma un’intensità religiosa di tono agostiniano è dato cogliere nei poemetti “L’anima in fiamme” (All’insegna del Pesce d’Oro) di Enzo Fabiani, i quali meritano ampio discorso; come lo richiederebbero le non facili per non dire raffinate composizioni lirico-riflessive: “La pazienza” (edit. Rebellato) di Giuliano Gramigna, romanziere sottile di umbratili stati d’animo, e qui poeta “essenziale”. Ed ecco i gentili “Appunti di notte” (edit. Rebellato) di Aurelio Mattaliano, presentato da Giorgio Caproni, le intime “Arie senza flauto” (ediz. La crisalide) di Domenico Cara, il poemetto di deciso tono prosastico “La capitale del nord” (edit. Schwarz) di Giancarlo Majorino, e “Le quotidiane abitudini” (edit. Rebellato) di Basilio Reale, d’una nitida, quieta e scarna vibrazione lirica. Potremmo concludere questa parte un po’ terremotata della rassegna con altri nomi; ma i distesi, discorsivi componimento a un tempo venati di calda liricità di Inísero Cremaschi (“Il giudizio, edit. Leonardi), le brevi poesie liriche di “Oro di paglia” di Gino Nogara (edit. Rebellato), quelle che Gian Pietro Bona intitola “Olimpiadi 1956” (All’insegna del Pesce d’Oro), d’un bel nitore espressivo nel loro largo ritmo narrativo, le acri e brevi liriche di Giorgio Soavi “L’America tutta d’un fiato” (edit. Rebellato) e “L’alba alla Batteria” (Tip. Scotti), le poesie di Luciano Erba “Il prete di Ratanà” (All’insegna del Pesce d’Oro); “Il porto lucente” di Marco Pola, “Dietro i muri di cinta” di Carlo Marchetti, “Un grido, un canto” di Ugo Gervasi, le nitide strofe di Adriano Guerrini, “Età di ferro”, “Amore fedele” di Brunello Rondi e “Nel regno del cuore” di Andrea Carli, tutti e sei di edizione Rebellato (che, come si vede, ricorre più che frequente nella nostra rubrica, e quest’anno si presenta anche come poeta in proprio, con le musicali e colloquiali cadenze di “Il tempo finito”, e testimonianze di Betocchi, Ungaretti, Fallacara, Caproni, Grande e altri “amici”); poesie tutte di buona fattura, nei metri e nel linguaggio ma specialmente quelle del Carli di così scabra evidenza, possono chiudere, pur senza fare da fanalino di coda, questa già lunga carovana di poeti trentenni (più o meno). Tuttavia, un discorso a parte non meriterebbero di meno Angelo Romanò per “La città ed altre poesie”, d’una limpida e agiata vena lombarda; Guido Ballo per “Poemetto del fiume”, d’una bella inventività ritmica e Roberto Sanesi, le cui “Poesie ad Athikte” mostrano un’intensa, essenziale e sapientemente elaborata niellatura formale; i quali si presentano sotto l’insegna di una neoclassica eleganza editoriale: quella d’un nuovo editore milanese, il Maestri. Né vanno trascurate le nervose e nitide poesie di Mario Cicognani (“Anna a Milano”, edit. Rebellato), né le libere lasse lirico-narrative dell’ “Inventario privato, di Elio Pagliarani (edit. Veronelli); due poeti di più sicuro spicco nel panorama della poesia giovane. Tuttavia, chi su di essa vorrà informarsi di più, con maggiore o minor profitto, potrà ricorrere al secondo volume antologico dei “Nuovi poeti” (edit. Vallecchi), raccolti e presentati da Ugo Fasolo, poeta in proprio tra i più riconoscibili, alla raccolta “Poesia e poeti del dopoguerra 1945-1955” (ediz. Faro) di Luigi Vita, alla silloge di “Poesie sui poveri” (ediz. La Locusta), con testi di Carrieri, Gatto, Govoni, Quasimodo, Saba, Sbarbaro, ecc., e al saggio “I moderni in crisi” (ediz. ERS) di Niccolò Sigillino, un po’ troppo popolato e diffuso “ragguaglio sulla poesia contemporanea”.

Arrivati a riva (e diciamo pure sull’Adda, fiume brianzolo e bergamasco), non esclameremo come Renzo: “Viva San Marco!”, anche se nessuno ci ha finora inseguiti. Ma c’insegue la Dea dell’Equità, e insomma la Voce della Coscienza. La quale ci impone di non trascurare, in una rassegna che vuole come questa aspirare a una certa panoramicità, poeti di ben individuata fisionomia, sia che appartengano a una generazione precedente all’ultima che così balda incalza, o a una stagione quasi remota, rispetto al frondoso clima odierno. E perciò sono da ricordare: la piccola antologia di poeti futuristi, a cura di Vanni Scheiwiller (All’insegna del Pesce d’Oro), le “Poesie d’amore” di Arturo Onofri, a cura di Vittorio Vettori (edit. Ceschina) e dello stesso Onofri la ristampa di “Orchestrine” e “Arioso” (edit. Neri Pozza); le “Transumanze” di Giulio Arcangioli, spentosi immaturamente alcuni anni fa, che sono uscite da Guanda a cura di G. Spagnoletti e fissano senz’altro una non dimenticabile fisionomia di poeta. Tra quelli che non hanno più di trent’anni, ma un chiaro titolo di fedeltà alla poesia, ecco Luigi Fallacara che ha riunito le sue ultime liriche in “Così parla l’estate” (edit. Rebellato); ecco Beniamino Dal Fabbro che, forse più noto come critico musicale e studioso di musica, è, con un timbro tutto suo, che si direbbe modulato nel clima segreto di una musicale provincia romantico-decadente, poeta di mirabile misura ritmica, come si può scorgere in questi “Orologi del Cremlino” (edit. Neri Pozza), ove egli ha riunito una scelta di poesie antiche e recenti, fra cui la bella ode in morte di Valéry, del quale Dal Fabbro è stato sensibilissimo traduttore. Ed ecco Adriano Grande che in “Stagioni a Roma”, e “Su sponde amiche” (edit. Rebellato) riconferma, oltre che la sua fedeltà alla poesia, le sue qualità di poeta ispirato e nitidissimi, e Eurialo De Michelis che ha niellato con formale eleganza “16 sonetti” (Quaderni di “Marsia”). Una “corona” di nitidi sonetti sui mesi ha riunito in “Autunno” (edit. Rebellato) Cesare Angelini, e sonetti di sciolta misura ritmica prevalgono nella raccolta “Cose lontane” (edit. Mursia-Corticelli) di Natale Visentini. Le “Poesie” (edit. Neri Pozza) di Guglielmo Petroni fermano con autorità e sapienza di ritmi e linguaggio un mondo interiore ricco di intensa vibrazione lirico-gnomica, senza indulgere a moduli ermetici. Ed ecco infine le umanissime poesie liguri di Ettore Serra, “La casa del mare” (edit. Ceschina), così vive di casti e familiari affetti, precedute da uno scritto di Ungaretti e le limpide prose e poesie che Carlo Betocchi ha riunito ne “Il vetturale di Cosenza” (Quaderni del “Critone”) e in “Cuore di primavera” (edit. Rebellato).

Siamo dunque alla fine. Ma non ci sono le donne, le poetesse? Non volendo subire la sorte di Orfeo, è ovvio che almeno alcune son da ricordare. Donata Doni che in “Neve e mare” (edit. Rebellato) ci ha dato un intenso e nitido poemetto d’amore, esprimendo umbratili e quasi indicibili sentimenti con musicale grecità di ritmi e forme; Maria Luisa Spaziani che in “Luna lombarda” (edit. Neri Pozza), ha trovato accenti inediti della propria intimità morale; Elena Clementelli che in “Ore mute” (edit. Rebellato) ha articolato con maggiore misura il proprio impeto naturalistico. Ed ecco le fresche e limpidamente discorsive liriche di Giovanna Peroni: “Lunga notte d’inverno”, le poesie di “Ultima estate” (ediz. C.S.C.) in cui Vittoria Zannini Palazzo condensa una sua casta sensualità in un linguaggio di sobrio nitore, le descrittive immagini che Maria Bonuzzi Gottarelli raccoglie in “Erba amara”, le spirituali liriche raccolte da Gilda Musa nel volumetto “Le armi”, tutti e tre di edizioni Rebellato, e le poesie dedotte con musicale cadenza da un vissuto sentimento di Emilia Villoresi (”Già declina il mio giorno”, ediz. Della Flora) e le brevi e intense liriche di Luciana Guatelli, “La noia della verità” (edit. Rebellato). Altre poetesse figurano nei nostri elenchi, e molti altri poeti. Ma le carte sono consumate e un po’ anche la nostra resistenza. E poi l’editore ci prega, e insiste, di far punto. “Via, non passeranno tutti alla storia…”, e ci strappa di sotto alla penna l’ultima cartella senza poterci nemmeno scusare d’aver fatto qua e là abuso, o spreco, di qualche aggettivo.

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