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Effetto giorno. Scritti diversi 1993-2012

Sono testi molto diversi, per contenuti e occasioni, quelli che Maria Lenti ha radunato nell’elegante Effetto giorno. Per chi crede che l’oggetto libro non scomparirà mai, intanto, è un piacere sfogliare un’opera stampata su un tipo di carta (“dalì neve” 100 grammi) di notevole rispondenza al tatto e impreziosita da un’acquaforte acquerellata di Anita Aureli (“Paesaggio”, 2009).

Quando si decide di radunare scritti e interventi sparsi lungo un decennio, il motivo non può essere solo quello di procurare un piacere ai bibliofili. Il motivo è che questi scritti sono attraversati da temi attualissimi e pure sempre meno di moda. Maria Lenti li sgrana come in un rosario laico: la solitudine cui la tarda modernità costringe proprio quelle generazioni che negli anni sessanta e settanta hanno cambiato il mondo, l’amore per l’arte, la musica e la cultura che trasforma anche l’insegnamento della letteratura in un’ora di educazione civica, un impegno in politica profondamente etico, lo sgomento per l’impoverimento generale e l’incertezza per il futuro, l’attaccamento tutto italiano per la bellezza (comprensiva di identità e diritti) delle nostre città.

Ma Maria Lenti non ha nessuna intenzione di gridare l’ennesimo strazio passatista. Il mondo e i suoi abitanti le piacciono ancora e la curiosità per le esistenze umane, pure quelle quasi trascorse, la spinge sempre in avanti fino a proporre una discesa in campo di artisti, scrittori, e anche delle poetesse della sua regione, le Marche, per una “regione solidale e partecipata”.

La questione al centro del libro, mi sembra, è allora quella del valore della cultura, valore che tutti gli italiani dovrebbero sentire come un primato. In vari contributi si dà conto di quanto sia difficile, anche in parlamento (la scrittrice è stata deputata alla Camera di rifondazione comunista dal 1994 al 2001), tradurre in atti concreti questo primato, ad esempio quando si tratta di sostenere la musica.

Ma in molti altri si racconta di quanto sia fortunata la provincia italiana, nel senso dei suoi mille territori, perché ognuna è ricca di storia, identità, esperimenti e politiche più o meno riuscite, e anche di grandi poeti.

Proprio in queste settimane si sta cercando, più con la bussola e meno sulla base di studi storici e politici (che l’autrice invece reclama e suggerisce agli eletti di compiere), la soluzione al problema di quale sia l’assetto ideale dello stato: senato sì o no, province sì o no. Decisioni che vanno prese, se non altro perché siamo fuori tempo massimo, ma che spero avvengono non per imposizioni ma tramite quelle relazioni che Maria Lenti chiede di salvare nella vita delle persone e della collettività.

Andrea Ambrogetti

Recensione
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