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Canti d'amore (1963-1995)

L’eleganza di un amore inizia con un guanto e il ritratto del calco in gesso dell’Apollo del Belvedere. È la Metafisica di Giorgio de Chirico ad aver ispirato il professore di inglese, poeta, critico letterario, nato e residente nella provincia di Siracusa, Pietro Nigro. Il teorema della Metafisica comprende situazioni indecifrabili, con accostamenti soggetto-oggetto apparentemente fuori dalla logica umana ed è facile il disorientamento se non si conoscono le prerogative iniziali volute dall’artista.

Le chant d’amour è un celebre dipinto ad olio su tela del 1914 del pittore nato a Volos in Grecia, Giorgio de Chirico appunto, e risulta riprodotto a colori in copertina del florilegio del poeta siciliano. Il guanto appeso al chiodo in qualche modo significa che sono finite le sfide, le lotte del correre e rincorrersi di due innamorati che non vogliono più sottostare al rinomato proverbio che dice: nella guerra d’amor vince chi fugge. E questa potrebbe essere una spiegazione dell’inserimento dell’oggetto-guanto appeso, da parte di de Chirico nel suo dipinto. Poi, c’è il calco bianco della testa di Apollo, il dio che incarnava la bellezza; non a caso si dice apollineo quando si vuole intendere qualcuno dalle proporzioni fisiche perfette e quindi bello a vedersi.

Per chi sono dunque questi Canti d’amore? L’autore, nella dedica al volume, specifica subito che si è rivolto alla consorte Giovanna mentre componeva i suoi versi, perlopiù suggeriti dai ricordi di un viaggio (o più viaggi?) a Parigi, la città per antonomasia dell’Amore. La capitale francese conserva diversi luoghi tramandati nella storia dell’arte, soprattutto dai pittori impressionisti che hanno lasciato opere nella cui epoca erano scenari urbani e paesaggistici di una freschezza superlativa. Anche il poeta Pietro Nigro ha saputo catturare la vividezza, ad esempio, del Bois de Boulogne. «(…) Increspature d’acqua / onde lievi della vita / che si susseguono / come i momenti dei nostri amori. / Dai più dolci ricordi / nasce la mia malinconia. / Il verde e il lago del Bois de Boulogne / strappano ai miei occhi / lacrime di nostalgia / e di felicità perdute.» (A pag.23). Parigi è stata testimone, complice e galeotta dell’amore di Nigro: una città raffinata, discreta, storica, con una notturnità forse superiore al giorno nel senso del fascino. Non a caso per svolgere meglio la professione in generale dell’artista la meta ambita resta tuttora, come in passato, Parigi. «Ti riportai a Parigi, / ai nostri luoghi/ cari, / a Montmartre. / Ti riportai dove la nostalgia/ chiamò i nostri ardori, / dove la giovinezza tua e la mia/ non si perderanno mai. / L’eternità non è chimera / per chi non fa dimenticare / gli ombrelloni rossi / della Place du Tertre, / a chi li vedrà / come li vedemmo noi. » (A pag.18).

Non c’è un vero e proprio ritratto in versi che spieghi almeno la fisionomia di Giovanna; ella è presente ovunque nelle liriche di questa raccolta, ma come musa, quindi in maniera aleggiante, al di sopra di qualsiasi concetto di materia che purtroppo riconduce sempre alla grossolanità, al comune edonismo. Il poeta suo marito ne parla come se l’avesse incontrata nell’odierno; amata da una vita forse prima ancora dell’innamoramento vero e proprio; e la ringrazia amandola illimitatamente senza spazio né tempo. «Da quando tu / nella mia vita sei / tutto m’appare / come se in ciel vivessi. / Gioia infinita / nel mio cuor io sento / quando lo sguardo mio / a te io rendo. / In te io ritrovai / la dolce sembianza / che della mente mia fu compagna, / la vaga nuvola / che del ciel ha la fragranza / e che dal sol baciata / sul monte il pastor rallegra, / la dolce ombra alata / che la mia vita / proteggerà per sempre.» (A pag.47). Alla fine della scelta di poesie ci sono Alcuni giudizi critici disposti non alla maniera di stralci, ma come un discorso continuato dove ogni tanto compare in grassetto il nome del critico letterario che si è interessato alle opere di Pietro Nigro. Sono ben diciotto pagine di scritto ininterrotto in cui leggiamo nomi noti e meno noti della critica contemporanea, come il compianto illustre poeta G. Bárberi Squarotti, il giornalista Fulvio Castellani, A.M. De Vito Scheible, Pasquale Francischetti, Antonia Izzi Rufo, F. Lepre, G. Luongo Bartolini, L. Nanni, Luigi Pumpo, Italo Rocco, R. Tani, P. Topa, altri ancora e me medesima, che a suo tempo, ho recensito l’opera poetica del 1999 dal titolo Alfa e Omega, Guido Miano Edizioni. «[Egli] fa sussistere contemporaneamente la contradditoria coppia delle lettere greche in ciò che versifica e comprende che il gioco della passione non è facile. Ma non vi è merito a seguirne la naturale tendenza frutto scontato dell’albero proibito. Riconosce benignamente che il fiume parte e termina nel parte e termina nel mare, per dire, allegoricamente, che percorrere l’istintiva strada della vita fino alla morte è già scontato, già stato fatto e così continua. Il vero merito sta nello sconvolgere tale cammino per creare ramificazioni non necessariamente dirette fino al mare, cioè in ogni dove oltre gli artifici mentali.» (A pag.49).

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