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I Preludi (dagli "Scritti giovanili") Pensieri – Racconti – Canti dell’adolescenza

Fin dalle prime righe degli Scritti presenti in questo I° volume de I Preludi, del poeta scrittore saggista docente siciliano Pietro Nigro, si avverte una piacevole corrente leopardiana di sapore moderno, proiettata negli anni ’50 del secolo scorso, allorquando l’autore aveva diciassette anni e poco più, ed il suo ritratto di quel periodo è visibilissimo nella foto in bianco-nero sistemata ad immagine di copertina di questo I° volume, appunto. Guardandola più attentamente, si tratta di un giovane indubbiamente studioso, fin troppo ricercato nell’abbigliamento persino con la cravatta in doppio-petto, probabilmente la brillantina sui capelli per tenerli in ordine e farli vibrare di una luce particolarmente viva e hollywoodiana, come andava di moda allora nell’Italia del dopoguerra che guardava estasiata ai costumi d’oltreoceano, laggiù in America (tanto per citare una canzone dedicata al grande tenore partenopeo che sbarcò in America, Enrico Caruso).

Aria leopardiana, quindi, che ingloba indiscutibilmente l’incomprensione, la solitudine, l’irrequietezza interiore, la constatazione che anche soprattutto le rose nascondono inganni che sarebbero le sue spine, con cui è inevitabile pungersi. Sono discorsi interiori gettati su carta in momenti in cui si faceva sentire di più la difficoltà di andare avanti e Pietro Nigro adolescente trovava riparo e sfogo nella musica, suonando il suo strumento preferito. «[…] Quando eseguo un brano al pianoforte – la sonata "Al chiaro di luna" di Beethoven, La preghiera di una vergine, Prima carezza – svanisce questo mondo di dolore e mi addentro in un mondo di chimere.

Poi la melodia finisce e con essa finisce quel mondo meraviglioso. E gli affanni ritornano più intensi. Riempio di nuovo la stanza di dolci melodie e scompaiono gli affanni, risorge in me la gioia. […] Una splendida e profumatissima rosa è stata a me assegnata, fra le più belle, le più adorabili, le più invidiabili. Una rosa che inebria e il cui nome è Arte.» (A pag.7).

Era il 1957 e poco più oltre, e l’autore già per certo sapeva d’appartenere ai destinatari dei doni delle Muse e correva dietro ad immaginazioni incoraggianti, sulla scia di bellezze che superavano la materia, che appagano lo spirito delle anime ultrasensibili e innocenti. Alle volte, si sentiva pervaso da un’aurea senilità precoce che lo faceva essere fin troppo saggio e ‘invecchiato’ dentro, ma erano solo convinzioni forse troppo grandi per la sua età – come una corona troppo pesante sulla testa di un re – e continuava a scrivere per tenersi aggrappato ad un qualcosa di solido, pur di non essere trascinato via dalle onde alte che ogni tanto l’assalivano nei pensieri.

Ad un certo punto, dopo una decina di pagine del volumetto in questione, ecco che l’autore ha proposto una sua dissertazione sul poeta recanatese, Giacomo Leopardi, quasi una proiezione di sé stesso nelle opere di colui che in vita conobbe il disincanto, la lotta estenuante con la propria indole malinconica e schiva, la freddezza dei genitori, la trappola della natura bugiarda, «[…] O natura, o natura, / Perché non rendi poi / Quel che prometti allor? perché di tanto / Inganni i figli tuoi?» (Dalla poesia A Silvia di G. Leopardi, a pag.12).

Un calzante parallelismo che non poteva non esserci, dacché il poeta Nigro più degli altri scrittori, critici letterari, ha visto in Leopardi altre opportunità di profonde riflessioni, dal momento che è stata la relazione dei corrispondenti temperamenti a suggerirgli tale esamina. «[…] in ogni scrittore, in ogni poeta, in ogni musicista, in ogni artista è possibile individuare al suo esordio quale sarà la direzione che prenderà la sua arte, quale sarà lo spirito che l’animerà, quali saranno i temi che lo coinvolgeranno. Quindi anche le prime composizioni del Leopardi hanno un valore estremo per seguire il decorso della sua vita spirituale e per meglio comprendere le posizioni assunte in seguito, intimamente legate alle precedenti. Sono componimenti in cui il suo sentimento fa le prime prove, non forzate da un semplice tirocinio, ma volute dal suo cuore.» (A pag.11).

Andando avanti nella lettura del volumetto, ci sono quattro particolari brevi Racconti e quindici poesie che iniziano con la scenografia invernale completamente innevata, sinonimo d’incontaminatezza e rigenerazione non soltanto della natura. Sono liriche con molte similitudini, metafore, funzioni referenziali, funzioni emotive, dove il poeta Nigro percepisce e riconosce la presenza del Padre Creatore di tutte le cose e lui con umiltà si sente «[…] Un piccolo essere / che tende / a illimitati confini / irraggiungibili. / Mi affanno; / ma a che serve… / un fine che si è prefissa / la mente. / Desideri appagare… / vorrei conoscere la verità / che esiste, / ma non so. / Perché tormentarmi / ancora; / perché continuamente / piangere / su desideri inappagati, / per ciò che vorrei / fosse a me/ per rendermi felice. / Perché mi affanno / se un giorno tutto / svanirà. Giovane bramo / ciò che i giovani / vogliono.» (Da "Futilità").

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