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I Preludi vol. V

Al di là dello spazio di tempo che un determinato esercizio epistolare possa occupare, l’importanza delle lettere scritte per una persona - e in questo caso un autore – viene percepita più tardi negli anni. In questo V volume della collana personale dal titolo I Preludi, del poeta saggista scrittore professore di lingue siciliano Pietro Nigro, a differenza dei precedenti contiene un fascio di missive redatte da Nigro durante il suo periodo universitario a Catania, dal 1957 al 1961. Periodo assortito anche da viaggi all’estero per integrare la lingua francese soprattutto, compiuti da lui in Svizzera e in Francia. Ci sono tanti aggettivi possibili capaci di descrivere la maniera con cui ha redatto le sue numerosissime lettere, da cui si ricostruisce il vissuto giovanile di quel ‘felice’ momento, persino (se si fanno bene i calcoli in lire delle cifre riportate ogni volta, rappresentando un vero e proprio ossequio alle doti paterne del ragioniere, professore di matematica, Salvatore Nigro) la spesa complessiva per il materiale di studio, per le spese d’alloggio, quelle per lo svago, le tasse universitarie, i regali da portare ai familiari e via dicendo.

Stupisce, innanzitutto, l’originale freschezza con cui viene affrontata ogni cosa, ogni problematica, ritardi, intemperie varie come quella volta di fine novembre ’57 “[…] Uscito da casa, con una pioggia torrenziale, sono sfuggito appena ad un temporale mai finora visto, rifugiandomi in un filobus. Alla pescheria, alla Porta Uzeda, a quanto mi è stato detto l’acqua è arrivata ad un livello incredibile. Personalmente ho visto dal filobus tutte le strade che percorrevamo completamente allagate compresa la via Etnea. Per mia fortuna il filobus si è fermato dinanzi al Palazzo delle Scienze per cui in due salti, (figurati: essere costretto a fare di corsa 20 metri, saltando come un grillo) vi sono entrato. […] “Ci voleva questa giornata per conoscere coloro che intendono frequentare seriamente le lezioni. Avete affrontato un nubifragio pur di venire”. (Alle pagg. 19-20).

L’intera raccolta epistolare costituisce un paradigma da imitare per chiunque si trovi fuori casa e desidera comunicare coi parenti, familiari per metterli al corrente del proprio quotidiano. Lui, Pietro Nigro, nel 1957 aveva diciotto anni ma non era maggiorenne perché mancavano ancora tre anni, secondo la legge precedente, eppure aveva una padronanza delle situazioni comunque gli si presentavano, da sbalordire noi di questo terzo millennio.

Sapeva dove andare, quali discorsi fare, come risolvere nel tempo libero, come risparmiare per l’alloggio qui in Italia e una volta trovatosi al di là delle Alpi, come comportarsi in caso di precaria salute, come riempire pagine e pagine di scritti personali che inviava regolarmente a casa dove c’erano i suoi genitori, le sue due sorelle, Ada e Giovanna, e la carissima nonna, alla quale non mancava mai di inviare baci e abbracci a bizzeffe, con affetto Pietro.

Metteva al corrente tutti loro per filo e per segno senza badare al tempo da impiegare per redigere il prezioso ‘dono’ da trasmettere ai suoi cari, perché lui voleva essere sincero prima con sé stesso e poi con loro, non nascondere nulla della sua vita all’università svoltasi nella provincia catanese.

“[…] Rispondendo alle tue domande posso dirti che mangio da re. Due etti di pasta … duecento di carne o di tonno o altro pesce pregiato (ho raddoppiato la dose: ma se i soldi bastano impieghiamoli bene). Come frutta mangio un po’ di tutto: pomi, pere, fichi secchi, noci, banane. Quest’oggi eccezionalmente per il pranzo vi ha pensato la signora Milanese. Come primo un piattone di ceci che lei ha ricevuto da suoi antichi clienti. Come secondo tonno (lo ha comprato lei, in quanto il suo gatto ieri ha voluto farmi compagnia; cioè, mentre la signora era assente, il gatto s’era divorato metà del tonno che avevo comprato). Comunque la signora molto gentilmente ha voluto riparare al danno … mio e suo.” (A pag. 21)

Anche se si tratta di un’epoca molto distante da quella attuale, più o meno la vita di uno studente universitario è fatta proprio così, come lui l’ha descritta: un andirivieni tra la sede degli studi e l’alloggio, frammisto da altre faccende utili da svolgere e poi la sera qualche intrattenimento serio che, a quei tempi, consisteva nell’andare a vedere il piccolo schermo presso qualche bar munito di questo innovativo elettrodomestico, dove mandavano in onda il Musichiere, o il Festival di Sanremo, Canzonissima, o gli sceneggiati tratti dai romanzi di scrittori famosi. Oppure andava al cinema, e al teatro per assistere alle opere liriche come l’Iris di Mascagni, la Francesca da Rimini di Zandonai, la Sonnambula di Bellini.

Ma la cosa più strabiliante di tutta la collezione epistolare è il passaggio in cui c’è la relazione al quadro della Gioconda di Leonardo, osservata durante la sua visita al museo del Louvre di Parigi, dove giunse nel settembre 1961 dopo un viaggio in treno in cui conobbe anche una ragazza del tutto rassomigliante a Giovanna Moriella, colei che diventerà poi sua moglie nell’agosto del 1964.

“[…] Quanto riguarda “Monna Lisa” di Leonardo non ci sono parole per descriverla. Le guide francesi non finivano di descriverne il sorriso enigmatico, ma a mio parere è poco enigmatico; con un esame attento del quadro ho notato che visto da diverse posizioni mutava atteggiamento. Ora sembrava piangere, ora sembrava allegra, ora seria, ora enigmatica, sì, ma di un enigma spiegabile se ci rivolgiamo alla filosofia. Esprimeva il mistero che ci circonda l’indefinibile e incomprensibile possibilità di un mondo creato da Dio e ricreato dall’uomo, ma di cui la donna “Monna Lisa” è la portatrice” (A pag. 84).
Recensione
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