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I Preludi VI - Noi studenti

Non è una classica commedia di genere realistico questa dello scrittore, poeta, saggista Pietro Nigro; la si legge con gusto pur essendo intessuta d’asciutta drammaticità, dovuta alla morte d’una madre già affetta da sofferenza cardiaca, alla notizia dell’espulsione del figlio dalla collettività scolastica. È una trama fatta di circostanze essenziali, anche se i nomi dei personaggi sono tanti e taluni altisonanti a testimonianza del diritto interno al collegio dei docenti, anzi si può dire che la storia verta su un’unica congiuntura infausta per la quale l’alunno Alberto verrà espulso dall’Istituto Magistrale che frequentava e, di conseguenza, la madre morirà di dolore, dopo aver saputo la vicenda da un amico del figlio, poco riguardoso.

I nomi dei professori, creati per l’occasione dall’autore Nigro, rifulgono d’autorità fin sopra le righe, perché lo stesso ex-professore di Lingue straniere, Pietro Nigro, ha voluto sottolineare proprio la padronanza professionale a volte troppo eccessiva (almeno un tempo era così) esercitata, con la didattica, dagli insegnanti ai loro studenti. Un tipo d’insegnamento austerity che spesso generava e genera malcontenti, rancori, persino abbandoni scolastici precoci e questo argomento rappresenta un’ennesima battaglia sociale che il professor Nigro ha intrapreso, soprattutto per difendere quegli studenti vittime d’inasprimenti e ingiustizie nell’ambito scolastico.

«[…] Il rapporto con i miei alunni è stato sempre un rapporto fatto di rispetto reciproco con appropriati interventi da parte mia sul loro comportamento. Mai prevaricazioni, ma stimoli costruttivi. E i risultati si sono visti. […] Ho proposto ai miei alunni di cimentarsi nella composizione di opere poetiche o racconti, e molti di loro raccolsero l’appello consegnandomi dopo un po’ di tempo i loro lavori. […] Questo mi portò a proporre la creazione di un giornalino di classe, direi più di corso, e così nacque una piccola rivista a cui fu dato il nome di “L’Istrice” che veniva stampato in decine e decine di copie dagli stessi alunni in ciclostile e che conteneva anche dei disegni e delle foto. Veniva distribuito nelle varie classi e venne stampato per alcuni mesi.» (Dalla risposta n°9 dell’intervista inserita nel saggio letterario, Le componenti nostalgiche e musicali dell’Ars Poetica di Pietro Nigro, redatto dalla medesima a fine anno 2018).

Dicevamo dei nomi dei professori presenti nella commedia nigriana: Iosotutto, Quattroperquattro, Superlatinus, Scoproverità, riadducibili alle materie da loro impartite forse con troppa veemenza e a rimetterci, in questo caso teatrale, è Alberto, studente studioso ma insofferente, forse perché troppo vessato, alla ferrea disciplina degli insegnanti che hanno dimenticato di essere stati anche loro alunni, con le loro debolezze e distrazioni della loro età. Lo screzio tra il professore d’Italiano e Alberto verrà causato da una ruggine già presente negli animi d’ambedue e un giorno si presenterà l’occasione per dimostrarla apertamente davanti alla classe, quando, dopo un’interrogazione-punizione del professore inflitta ad Alberto, gli verrà detto a quest’ultimo di non aver saputo commentare degnamente un passo della Divina Commedia di Dante, a causa del libro adottato dal ragazzo ritenuto dal prof privo di valore, scadente dal punto di vista letterario delle spiegazioni. Alberto, purtroppo, reagirà con foga difendendo sia il libro, anche se diverso da quello richiesto dal programma scolastico, sia il suo commento orale ad alcuni versi danteschi, impersonando l’avvocato delle cosiddette cause perse, così, dopo il consiglio dei professori presieduto dal preside, Alberto verrà respinto fuori dell’Istituto Magistrale. Da qui sono scaturite delle importanti considerazioni che l’autore Nigro ha voluto riportare negli stessi dialoghi dei personaggi della sua commedia, quasi il voler palesare quella vena leopardiana di cui Pietro Nigro è permeato fin da quando era adolescente e questa sua opera risale proprio a quegli anni.

«[…] Ci lamentiamo che il mondo vada a ritroso perché ingiusto. Ma dove risiede l’ingiustizia? Forse fa parte della nostra natura egoistica che non ammette obiezioni. Non è facile relazionarsi con i propri simili, specialmente se subalterni. […] Oh destino crudele! Perché a me assegnata hai una vita d’affanni e dolori, e lieto non mi hai fatto di uno spiraglio di luce. Perché per gli altri hai approntato verdi prati odoranti e indorati dal sole, accarezzati dalle diafane ali di farfalle, e per me una nuda zolla ove nessun filo d’erba s’affaccia per tema che debba soffrire durante la sua vita, così come io soffro e dove abominevoli animali strisciano volgendo verso il derelitto per straziare le sue carni… e più in là l’abisso… l’infinito abisso.» (Pagg.31-34).

Sono considerazioni dove traspare quello che fu il singolare nichilismo, la melanconia, l’animo ultrasensibile del poeta Giacomo Leopardi, che fece della sua disperazione il motivo trainante per la composizione di versi fino alla fine della sua breve vita, non arrivò infatti ai quarant’anni.

L’epilogo della commedia, nonostante la dipartita della madre di Alberto venuta a conoscenza indirettamente dell’espulsione dalla scuola dell’unico suo figlio e unico pilastro maschile della famiglia giacché vedova, è positivo in quanto Alberto chiederà scusa al proprio professore d’Italiano chiedendogli la riammissione nell’Istituto e, dopo un successivo consiglio dei docenti, Alberto tornerà tra i banchi di scuola insieme ai compagni di prima. Ecco le conclusive parole edificanti del professore d’Italiano Iosotutto nei confronti di Alberto pentito: «[…] L’uomo è un essere abbastanza complicato. Egli possiede due qualità contrastanti: l’amore e l’odio. Bisogna premettere che l’amore è il frutto della coscienza che è sempre pura; mentre l’odio è il frutto della materia. Talvolta l’uomo è dominato dall’amore, talvolta dall’odio. Perciò non è raro incontrare una persona che subisca un radicale cambiamento spirituale. Come possiamo giudicare un simile essere? E se lo puniamo, non puniamo forse un essere che non è più? Comprendi?» (Pag.59).

Recensione
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