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L'attimo e l'infinito

Comincerei da un quartiere famoso di Parigi; famoso non perché sinonimo di zona lussuosa, altolocata, anzi era un agglomerato di locali adibiti a dormitori per gente per lo più proveniente da fuori della Francia, che non si poteva permettere di pagare il fitto altrove. Montmartre era disomogenea, fatta di tante porte e porticine, finestre e balconi chiusi a verande alla meno peggio dove soggiornarono artisti italiani come il livornese Amedeo Modigliani; l’artista spagnolo Pablo Picasso; Max Jacob, Maurice Utrillo, etc. Un quartiere scomparso a causa di un incendio del 1970 e rimasto comunque immortalato nella storia dell’arte contemporanea, giacché ha fatto parte del periodo della prima metà del Novecento.

Il poeta saggista professore d’inglese di origine siciliana, nato ad Avola in provincia di Siracusa, Pietro Nigro, in questo suo ulteriore florilegio poetico ha inserito due bellissime liriche che rievocano le vestigia di quel quartiere, seppure povero, di Parigi. Chissà quante volte gli artisti sunnominati si sono parlati magari da una finestra all’altra, da un balcone all’altro, per strada davanti a quelle porte eterogenee fatte con materiali rimediati da qualche parte, giusto per dare l’idea di una porta di casa normale, che si aprivano e si chiudevano in continuazione per gente pronta ad uscire e a rientrare ad ogni ora del giorno per lavori provvisori. In fondo è stato un quartiere formato da un’unica grande famiglia dacché tutti si conoscevano e vivevano pressappoco allo stesso modo. «Che bisogno quella sera / che ansia di amarci. / Quante volte alla brezza / ne sentimmo il richiamo / come se il vento ci trascinasse / sui percorsi della memoria, / dove l’antico rifonda una vita / che vorresti tua, mia, / fantasmi di pensieri / ebbrezza di un cuore / che non vuole morire. / Che dolce sera quella sera / a Montmartre. / Giocava la luna nascente / tra i tuoi capelli / alla mia carezza / e nei tuoi occhi un sorriso / al mio bisogno di amarti. / Che dolce sera quella sera / a Montmartre. / Ma disfa il tempo storie d’amore / che lentamente si dissolvono / in tremule chiazze d’ombra e di luce / e non sarà più nostro il domani.» (A pag.36). Anche in un’altra sua poesia inserita nel volume, il poeta Nigro descrive il medesimo luogo aggiungendo che era in collina e che qui si svolgeva l’esistenza da bohémien, ovvero da zingaro sempre in condizioni precarie sotto tutti i punti di vista. Eppure, in questo luogo-mosaico di situazioni poco felici, ci sono state ispirazioni che hanno fatto grandi le menti di artisti stranieri, che lavorando da qualche parte hanno creato capolavori tramandati sino a noi, oltre alle loro storie sfortunate. Già nel titolo della raccolta poetica, l’autore siciliano evidenzia due domini opposti: l’attimo e l’infinito. Ciò che appartiene all’attimo fugge via subito senza che ce ne accorgiamo e la memoria non fa in tempo a catturarlo, e potrebbe ad esempio essere Questo instabile presente fatto di «(…) un cerchio senza ritorno / che ti rinnovi / inconsapevole sostanza / che rifai gli stessi spazi in ogni tempo / perché non sai liberarti delle catene / che un dio tiranno ti diede / e che millenni consumò / senza di noi. / O forse tu dio prigioniero / di un destino ignoto, / e noi a tua immagine / come te prigionieri?» (A pag.16). Ciò che, invece, appartiene all’infinito si espande a dismisura nell’aria, dal passato al futuro passando per il presente. L’infinito di Pietro Nigro è l’assenza di confini nella musica, nella geografia, nei sentimenti, nelle ricerche personali, nella natura, nel bisogno d’amare e d’amore, nella storia dell’umanità. «Ad ogni attentato ad ogni morte che porta / non certo moneta di riscatto / di un “peccato antico” / pianto e rabbia ripetono / riti d’impotenza. / Piange la storia crimini ignoti / solo a chi non sa o non vuole vedere. / (…) E ti ricorderai anche dei morti di Firenze. / E ti sarà coscienza quella bambina / donna spezzata/ che soffocò alla polvere degli Uffizi / ombra perenne / che accusa la tua indifferenza. / Ma non perdona il rimorso.» (Alle pagg.11-12).

Il libro è provvisto di tre CD, di cui il terzo oltre ad essere sonoro con la declamazione, da parte dell’autore, di alcune sue stupende poesie col sottofondo di varie musiche, presenta dei video di incommensurabile natura, fauna e mare; delle foto di Pietro Nigro negli anni in occasioni speciali, poi anche da giovane; foto a colori delle copertine dei suoi precedenti libri di poesie e dell’approfondito saggio del giornalista Fulvio Castellani edito nel 1999, dal titolo Il significante stupore dell’esserci – Indagine critica sul poeta Pietro Nigro; foto del compositore e pianista polacco, Fryderyk Chopin, a cui il poeta Nigro ha dedicato una melanconica lirica che sa indubbiamente d’autunno, il periodo in cui è morto il pianista precisamente nel mese di ottobre del 1849 a Parigi, sepolto accanto al compositore siciliano Vincenzo Bellini e al compositore fiorentino Luigi Cherubini; mentre il suo cuore fu portato in Polonia nella chiesa di S. Croce a Varsavia. «In quel sentiero umido d’ombra / del Père Lachaise / i miei passi verso la tua tomba / lenti accordi di pianto / strappato alla nostalgia di un tempo vissuto. / Gli alberi attorno / accompagnano la tua solitudine / e s’offrono alla tua mano / all’inebriante carezza d’amore / in un desiderio d’abbandono / foglia contro foglia / fra i muscosi avelli diffondendo un canto / che alla morte strappa il suo mistero.» (A pag.54).

Recensione
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