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L’uomo, Dio e l’infinito

Un’equazione che rappresenti il divino non esiste, non può esistere, ma col dono altissimo della Poesia si può tentare d’illustrarlo nella sconfinatezza dell’ispirazione.

La nuova scelta poetica di Pietro Nigro è un’uguaglianza fra due espressioni, il terrestre e l’assoluto, verificata da valori assegnati dal poeta alle incognite presenti nell’ambedue manifestazioni.

L’ordito nigriano dove sono rimaste rapprese tali rivelazioni trae origine dalla filatura o sfilacciatura del cielo notturno di Vincent Van Gogh, la cui riproduzione a colori della sua famosa Notte stellata del 1889 (anno della sua tragica morte) è stata posta in copertina della silloge in questione e il quale cielo antelucano, chioma smossa di Berenice tra i toni delle molteplici gradazioni d’azzurro arrotolati da sembrare cavalloni marini, non rasserena affatto, anzi trasmette tutt’ora un’oscurità in agitazione come del resto lo è sempre stato l’animo del pittore olandese, incompreso purtroppo da tutti.

Che Van Gogh avesse voluto trasmettere il proprio didentro in tumulto attraverso l’immagine della volta notturna pervasa dal forte dinamismo è indiscusso e che, partendo da questa situazione di scuotimento, Pietro Nigro abbia voluto ‘scrivere’ la sua equazione sul divino è evidente anche questo.

«[…] “M” fratto zero = infinito / “M” = infinito x zero // E non fu solo, Iddio. // O Egli stesso, fonte d’energia / di cui si servì per la nascita di questo mondo. / La forza s’introdusse nel cosmo, / e nacque l’uomo che divenne / quel che Lui volle. / Da Lui nacque il suo dominio / e Lui poté quel che non potemmo noi. // Lui, Potenza Infinita, / materia generata dall’infinito / e dal nulla. […] Un coro di voci / risveglierà un remoto passato / da cui riprendere un nuovo cammino. // Esistenza, Vita, / Principio che non avrà mai fine. / Miliardi di sguardi e di suoni, / a recuperare la memoria antica. » (Pagg.16-17).

Scopriamo una zona inedita dell’animo di Pietro Nigro perché l’abbiamo apprezzato negli anni, è vero, per le sue argomentazioni filosofiche e alquanto metafisiche, ma stavolta s’è dischiuso uno scenario più vasto sulla spiritualità da lui vagliata, decantata a cominciare dall’omaggio del florilegio rivolta a due distinti Pontefici « Dedico questo libro a due Papi / che per me rappresentano i capisaldi di un / Cristianesimo che ci riporta agli anni / della sua origine: / Papa Luciani (Giovanni Paolo I), che / rinnovò i riti della Chiesa / impregnandoli della sua umiltà, e / Papa Ratzinger (Benedetto XVI), per / avere con la sua profonda cultura resa / più accessibile la dottrina di / Cristo e di Dio. ».

Se, poi, detta crestomazia vuol essere anche un poematico monologo all’Onnipotente è in assoluto vero anche questo, considerando le liriche l’una successiva all’altra pur essendo a sé stanti provviste di titolo, per un racconto del proprio cammino interiore verso l’inconoscibile da cui siamo venuti e a cui torneremo, dopo il passaggio su questa Terra. Ma tra i versi scorrono venati quesiti esistenziali, senza punti interrogativi, che il poeta Nigro ha rivolto all’infinito, al fato, alla casualità, alle variabili impreviste sia in campo algebrico che nella vita, a quello ‘strappo’ avvenuto oramai anni fa che ha portato via per sempre Gabriella, la figlia dell’autore.

Lui, Pietro Nigro, che s’è posto fin dall’adolescenza domande più grandi di lui, d’altissimo spessore di pensiero per compensare la sua sete smisurata per lo scibile, chissà quante volte ha elucubrato sul suo dolore per la scomparsa prematura della figlia in cerca di un perché giustificabile e giustificativo, ma non l’ha trovato se non attraverso i suoi stessi versi, la sua stessa performante e vaticinante poesia.

«[…] Se il tempo si fosse fermato / avrei goduto di giorni sereni, / ma ti inganna la vita / che spesso percorre impervi sentieri / su baratri ignoti / dove si consumano le nostre speranze. / Se nascere è nutrire illusioni, / aprire parentesi di gioia / per ripiombare poi su roveti strazianti; / se nascere è esaltare la nostra esistenza / come sacro e benevolo dono di Dio, / è utopistico ossimoro della volontà dell’uomo / dei suoi momenti felici / quando la mente non è offuscata / e avvolta dalle tenebre. // Ma quel dono mi fu strappato. / Se ne andò mia figlia Gabriella, / senza un saluto. // Splendeva ancora il sole d’agosto. // Assieme al suo limpido sorriso / una brezza leggera / sollevò il suo sogno / e lo portò via lontano / perdendosi all’orizzonte. » (Pagg.32-33).

Bisognerebbe chiedere, senza farlo davvero, all’autore Nigro se alla fine della realizzazione di questa particolare silloge sia riuscito a risolvere in qualche modo la sua ‘equazione’ sul soprannaturale, sull’inspiegabile e, chissà, la risposta già ce l’ha fornita sottesa laddove Egli ha riconosciuto il valore inestimabile del dono divino della Poesia, capace di dissolvere le nebbie del regno ultraterreno e qualsiasi altra nebbiosità ostacolante il tragitto umano. Grazie a questo dono Nigro ha saputo tenere bene la rotta per giungere ai fiordi dell’Assoluto, al Nord della vastità dello spirito, a superare i ghiacciai del cinismo e grettezza umani, a portare alla luce questa silloge che di molto supera le altre da lui composte per la straordinaria trascendenza tematica trattata.

«[…] Solo tu mi sei stata conforto, poesia, / solo tu hai lenito il mio pianto / che oppresso i miei giorni, / solo tu hai dischiuso smarriti orizzonti di speranza. / Mi sei stata consolante compagna / nei giorni infelici, / mi hai preso per mano / e mi hai condotto / dove non esiste la notte / ma soltanto luce perenne e vita. » (Pag.25).

Recensione
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