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Cartografie neodialettali, poeti di Romagna e d'altri luoghi

A leggere i lavori pubblicati recentemente che provano a fare un consuntivo sulla poesia cosiddetta neodialettale, è evidente l'urgenza di una riflessione sull'utilizzo, sempre più marcato, da parte dei poeti, delle cosiddette lingue madri, e cioè quelle parlate vicinissime all'esperienza neonatale dell'ascolto, in contatto con gli elementi di un mondo minimo, ristretto, ma incapaci di dire tutto — lingua colta, diceva Annamaria De Pietro a proposito del dialetto, ricostruito nel suo libro Si vuo' u ciardino: lingua che non ha tutte le parole per dire, e quindi limitata da un'esperienza che allontana le parole dal pensiero e, piuttosto, le lascia vicinissime alle cose, alla loro sostanza realissima e bruta.

E bisogna fare almeno i nomi e citare le opere più recenti: Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi, con la loro antologia Un altro Veneto; l'utilissimo studio di Marco Scalabrino, in mancanza di strumenti più recenti, a proposito della poesia dialettale siciliana, Parleremo dell'arte che è più buona degli uomini; l'appena edito L'Italia a pezzi un corposo monitoraggio sui dialetti e sulle lingue minoritarie praticate in Italia, a cura di Cohen, Cuccaroni, Nava, Renzi, Sinicco; molti titoli pubblicati da due case editrici specializzate: le edizioni Cofine e il catalogo di Pier Giorgio Pazzini in cui troviamo questo testo critico di Maria Lenti. Pur essendo uno studio che raccoglie soprattutto materiali intorno alla poesia romagnola, è questo un libro che certamente si pone come consuntivo più ampio sulla poesia neodialettale, con varianti di pensiero che ben sintetizza Gualtiero De Santi nella premessa: un'indicazione di percorso probabilmente più aggiornata rispetto al pensiero di un neodialetto da considerare solamente come reazione alle correnti neoermetiche e sperimentali degli anni sessanta e settanta, in realtà più vicine al potere delle ideologie di quanto non si creda. De Santi, dunque, fa riferimento a una lingua neovolgare, da considerare come un contenitore entro cui si sono esercitati i linguaggi poetici neo dialettali, con una forte connotazione fonica, «tra oralità e segno, tra una memoria condivisa e le capacità evocative del singolo».

Il testo di Maria Lenti, allora, non si addentra nella costruzione di un pensiero critico astratto ma sceglie la forma della parola critica che soffia sul collo del testo senza giungere a eccessive conclusioni ma rimanendo nel campo sempre vivo di esperienze di scrittura venute su senza poetiche precostituite o elaborate a tavolino.

L'autrice non si pone neppure un problema di periodizzazione, come nota De Santi, né, tantomeno, di eccessiva allocazione territoriale e geografica. Mi sembra, piuttosto, si possa giungere, a lettura conclusa, all'idea di una ricorrenza antropologica comune, seppur in scritture di diversa provenienza: la perdita delle possibilità di un epos, di un cantare per racconti; la pratica di una lingua experimentata, in parte coincidente con un parlato documentabile, anche se frammentato, in parte con un espressionismo impegnato nell'arduo compito di mettere in contatto biografia, appartenenza/dispersione e territorio.

Non esistono, dunque, tratti comuni in queste esperienze poetiche di confine e resistenza, se non la consapevolezza di una verità da ricercare fuori dalle sperimentazioni salottiere dell'urbe, più a contatto con una lingua spogliata ed espoliante, sincera e fragile di fronte alle furbizie aberrazioni della perdita di senso di un intero mondo, perdita che, come si sa, passa prima di tutto dalla cartina di tornasole del suo tessuto linguistico.

Recensione
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