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Federico Borromeo e il misticismo «vero e falso» delle donne

Capitolo VI. L’estasi influisce sui nascituri. «Il tempo del parto e i momenti successivi favoriscono l’estasi. Così, può accadere che un bimbo nasca condizionato dall’estasi della madre. In un altro campo avviene qualcosa del genere. C’è chi ha futilmente paura di ragni, di topi o di altri animaletti; ebbene, se una gestante prova un simile turbamento, lo trasmette alla prole, anche se la madre, in seguito, non se ne ricorderà più. Hanno fatto questa ipotesi filosofi seri. Mi ricordo di una giovane che, da piccolina, aveva solitamente già le estasi; l’ho vista io stesso e penso che il fenomeno fosse davvero singolare. Crescendo, nella giovane aumentò, grazie alla consuetudine e alla pratica, quel naturale atteggiamento estatico».

Così si esprime in questo capitoletto il card. Federico Borromeo, esso fa parte dello scritto De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor, 272 pagine stampate nel 1616, pochissimo note, tanto più che l’opera appare tradotta in italiano per la prima volta. Il Manzoni aveva osservato, sia pure rapidamente, nel cap. XXII dei Promessi Sposi: «Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d’oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch’erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dall’esame particolare de’ fatti, può avere qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d’ordinario, non significa proprio nulla».

Una psicologia di tutte le classi

Ora con la fine sensibilità dello storico che il Manzoni possedeva, egli finiva con il denunciare i difetti di un personaggio, così importante per la storia della diocesi ambrosiana ma anche per la ricostruzione della mentalità e della psicologia collettiva di un’intera epoca: una psicologia che investiva la cosiddetta plebe come l’alta Autorità ecclesiastica. Ed è qui che il romanzo manzoniano rivela la gratuità della ricostruzione agiografia di una figura (il vescovo pio, il buon pastore) che nella realtà storica rivela gravi contraddizioni interiori. Così si oscilla tra l’azione culturale del fondatore di una biblioteca e di una pinacoteca di livello e fama mondiale, ancora oggi, e la nevrosi del demonologo, del morboso misticheggiante, tra il senso cattolico del vescovo post-tridentino e le asprezze, le durezze del fustigatore dei mali costumi. È un inquisitore da lui scelto che un sabato dell’autunno del 1608 e precisamente il 18 ottobre, notificava alla monaca Suor Virginia Maria de Leyva la condanna «alla pena e alla penitenza della carcerazione perpetua nel monastero di S. Valerla in Milano» perché rea confessa di «numerosi gravi enomi e atrocissimi delitti». L’edizione del processo completo della «monaca di Monza», avvenuta per i tipi di Garzanti nel 1985 come, del resto, quella recente del processo agli untori hanno rivelato tutte le défaillance, le storture, le deviazioni di una società laica e clericale su cui da un po’ di tempo più attente ricerche d’archivio e rivisitazioni di manuali stanno gettando nuova luce. Fu proprio il Manzoni a denunciarlo in prima istanza in quel coraggioso saggio che è la Storia della colonna infame: lo aveva preceduto il Verri, ma il Verri più prudente e più timoroso non se l’era sentita di affrontare un ceto complice e vile, di cui aveva fatto parte.

L’edizione italiana di questo manuale borromeano è – a mio modesto avviso – un avvenimento che non va visto come una ristampa curiosa o antiquaria: essa dovrebbe aprire la rilettura di centinaia di scritti federiciani che stanno polverosi e negletti sugli scaffali delle nostre più antiche biblioteche. La finalità poi di questa rivisitazione non è certo né di tipo folclorico, né di spirito sensazionalistico, bensì quella di riconsiderare quegli aspetti dell’Occidente misterioso (è il titolo di un fortunato recente libro del politologo Giorgio Galli) che nelle sue latebre ha celato efferatezze e realtà politico-sociali che dalla caccia alle streghe (secoli XIV-XVIII) arrivano all’Olocausto programmato. E che dire poi del presente revival di pratiche occultistiche, di messe nere, di correnti pseudo-spiritualitiche, di tendenze più o meno autentiche orientaleggianti. Ieri come oggi la società occidentale rivela gravi insicurezze e ripropone esiti sconcertanti. Ovviamente al lettore curioso e amante di demonismi e occultismi lo scritto sul misticismo vero e falso delle donne del cardinale Federico offre ampio spazio di fantasie.

L’indice stesso delle tematiche è eloquente: si va dagli odori ai digiuni miracolosi, dai sogni visionari alle voci, dal «fanatismo», ossia l’inflazione del dono delle lingue» al pianto. Si arriva così a La fuoriuscita di latte nelle donne vergini, dove peraltro, come qua e là nella sua esposizione, il Borromeo (che pur era umanista, esteta, storico dell’arte, bibliofilo) esterna la propria incredulità e un maggiore equilibrio («Questo argomento – scrive –, l’ultimo del nostro libro, mi dà un senso di dispiacere [...]. Una donna vergine affermava che le usciva dalle mammelle il latte. So che non aveva avuto figli, non metto in dubbio che le uscisse il latte, ma penso che non fosse per niente un miracolo. Gli esperti sostengono che le donne, prima ancora di partorire, se soffrono di disturbi fisici per malattie di umori, possono dare del latte [...]. Si smetta dunque di parlare di miracoli»).

Ma il discorso sul miracolo e sulla mistica di un personaggio così di rilievo come il nostro Federico merita una comparazione non solo rispetto al tempo passato, ma anche alla nostra presente realtà.

Osservazioni non marginali

In questo senso è utile l’intervento del curatore del volume, che non solo ha tradotto dal latino con la sua usuale competenza, ma che lo ha anche accompagnato con 59 pagine dotte e informate, con qualche compiacente riferimento alla psicologia e al paranormale: un discorso certamente rischioso ma comunque stimolante per il lettore.

Se si affronta, ad esempio, il problema dell’apparizione (che sia di Lourdes o di Medjugorje non fa in sostanza differenza) non possono non venire a galla discorsi sulla levitazione. Non siamo più qui sul terreno della licantropia o della più banale credenza (sia pur tragica) nel volo sabbatico, ma ci rapportiamo a fenomeni oggi attentamente considerati. Basterebbe citare il caso di Padre Pio, a cui testimoni attribuiscono doni di bilocazione o levitazione. Nel corso del processo di beatificazione a Roma c’è una équipe che se ne occupa con garanzie indubbie di serietà.

Con un certo senso di humour il curatore di Ciaccia (che è anche teologo) riporta la testimonianza di santa Teresa d’Avila a proposito dei propri «rapimenti mistici», il più alto grado dell’estasi. Scriveva la santa nella Vita (cap. XX, passim): «Spesso, specialmente quando ero in pubblico e qualche volta anche in privato cercavo di resistere con tutte le mie forze. Talvolta un poco ci riuscivo, perché a volte mi era affatto impossibile, perché l’anima se n’andava, e con l’anima molte volte la testa senza potermela trattenere. Qualche volta s’innalzava anche il corpo, ma di rado».

Con estasi e miracoli ieri come oggi c’è poco da scherzare: a Medjugorje (in area comunista!) sono arrivati da tutto il mondo circa 12 milioni di pellegrini. E di Ciaccia osserva che il re del volo, per acclamazione unanime, è san Giuseppe da Copertino, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali (1603-1663) che era famoso per volare da Osimo a Loreto, sede di un santuario mariano distante alcuni chilometri in linea d’aria. Ma a Loreto in spirituale e commovente pellegrinaggio si sono recati in questi ultimi decenni i Pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II: anche questo è un discorso che apre ampi spazi per una valutazione articolata e non pedissequamente positivistica dell’attuale spiritualità cattolica. Mi preme però, nel chiudere, di osservare come anche lo storico, il critico, lo studioso di storia ecclesiastica possano ricavare da una lettura più attenta di scritti, come questo federiciano, osservazioni non marginali.

Segnalo il capitolo XIX (Un caso di visione falsa). Il cardinal Federico, corrispondente di numerose monache estatiche, denuncia quello che, secondo lui, è un imbroglio demoniaco nei riguardi di una monaca di santa vita che aveva in monastero la visione del Cristo risorto che le appariva «come lo si suole dipingere mentre risorge dalla tomba, con un mantello ceruleo sulle spalle, il vessillo in mano e i segni di splendore sul volto. In questa forgia, la consolava e la rianimava benignamente. Al contempo però la donna, sia stando ferma, sia camminando, vedeva una piccola bestia accucciata ai suoi piedi, dall’aspetto di una scimmia o di un gatto, che le dava un piccolo senso di fastidio e di paura...».

Ebbene. Per il cardinale Federico la visione è – a causa delle bestie – frutto di interventi demoniaci ed egli impone, con la forza della sua autorità, alla monaca, di vincere la «superbia dei demoni», ricorrendo al riferimento del suo vescovo.

Si pone così qui, in maniera icastica, secondo me, tutto quanto il problema del culto dei santi con la relativa iconografia (superstiziosa idolatria per i protestanti) in un controversismo confessionale che dura da quasi mezzo millennio. Secondo un principio indicativo che è del Concilio di Trento è l’autorità vescovile che deve decidere del vero o del falso culto, del vero o del falso miracolo, pertanto Federico Borromeo, arcivescovo di Milano, decide anche qui della vera o falsa visione. Rimane pur tuttavia il fatto che la santa Veronica Giuliani, morta nel 1727, autrice di un affascinante diario mistico (Un tesoro nascosto) e protagonista di un’intera vita monacale che fu «un tormento di morte», circondata come fu per decenni da orripilanti visioni demoniache alternate alla visione del Cristo Crocefisso, è proposta oggi dal card. Palazzini come «Dottore della Chiesa». Anche il capitoletto XIX è qui a indicarci che nella storia della spiritualità c’è un discorso ancora aperto.
 

Anonimo, Ritratto di Federico Borromeo.

Anonimo lombardo (sec. XVII), Ritratto di Federico Borromeo.

Antonio Brusca (m. 1680), Federico Borromeo porta il viatico a San Filippo Neri.

Luigi Scaramuzza, detto il Perugino (m. 1680), Federico Borromeo visita gli appestati.


Recensione
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