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Il titolo contiene un’ipotesi interpretativa della «peste» manzoniana, sia ne I Promessi Sposi, sia ne La colonna infame. La stessa impostazione è assunta per i temi della carestia e dell’amore. L’interpretazione proposta intende riscontrare le due tendenze, contraddittorie tra loro, che il Manzoni fa emergere nella storia, sia privata, sia pubblica: lo spirito di servizio e lo spirito egoistico. La «parola» corrisponde dunque alla «verità» che opera efficacemente il bene (con allusione ad un chiaro semantema biblico); il «silenzio» corrisponde all’«inganno». Il critico esamina analiticamente il testo, seguendo l’una e l’altra tendenza, e mostra la fenomenologia del loro atteggiamento. Figura emblematica del silenzio è, narrativamente, il Griso; politicamente, lo sono i Governatori vari, che a parole fanno molto per gli altri e di fatto pensano a vincere le proprie guerre.

Il dramma del Manzoni si consuma nell’indagine sulla «colonna infame»: nella storia documentata il Manzoni ha scorto l’assenza della «parola» benefica (nel romanzo, essa passa attraverso padre Cristoforo, padre Felice Casati, la vedova del Lazzaretto, ecc.). A dominare, nei processi agli untori, è l’intenzione di chi difende il potere anche a costo di creare prove contro innocenti che, per i loro precedenti censurabili, possono diventare credibili untori. Il critico riconosce che la passione morale dell’indagine storico-giudiziaria del Manzoni conferisce all’opera un pathos poetico, ma ne difende i principi ispiratori e le conclusioni dedotte.

L’amore, esaminato a partire dalle poesie giovanili del Manzoni e analizzato con fine critica testuale, è dimostrato nella sua interessante continuità di atteggiamento psicologico: un «innamoramento» che parla senza chiasso. Con riserbo. Il critico ne scandaglia i recessi, concludendo che esso è ben più reale di quanto appaia.
Recensione
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