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"Invaghirsi d’una graziosa Bella Arte, portarsela ben calda nella vita (....) imparare la magia del segreto gentile, il sortilegio che ci dà la chiave della bellezza delle cose, delle piccole, delle brutte, delle misere, delle grandi, delle splendide, delle malriuscite, e l’oblio di tutte le schifezze.": così scrive Céline, e mi piace citarlo perché mi faccia compagnia nell’asserire che la poesia esiste in tutto ciò che ha a che fare con l’uomo e con quello che fa. I "non luoghi" cessano, infatti, di essere tali, se lo sguardo si pone di fronte al manifestarsi molteplice dei più minuti eventi che incessantemente li animano e, abbandonata la distanza dell’estraneità, riesce a vedere nella massa le singolarità: il sorriso di un bambino in un aereo, i baci di una ragazza al suo innamorato in ospedale, la tenerezza di una barbona, la conversazione affettuosa di una ragazza al telefonino. Piccoli segnali di un’umanità che soffre, gioisce, ama, dispera, spera.

Anche gli oggetti in sé hanno una loro poesia; ed ecco allora aprirsi qualche squarcio lirico: un treno che sfreccia nella notte, sotto un chiaro di luna, un paesaggio di nuvole e cime montuose intravvisto dall’oblò di un aereo, un viso di ragazza tra la folla in una sala d’attesa. A volte gli oggetti sono soltanto elencati e tuttavia la sonorità dei versi fa sì che essi ed il loro starsene come muti testimoni di tante vite si carichino di suggestioni misteriose.

Insomma, come dice Céline, non c’è cosa che, una volta toccata dalla poesia, non subisca il suo magnifico sortilegio.
Roberto Mosi ci accompagna nei luoghi che ormai appartengono a tutti noi rubando immagini di bellezza ovunque e velocemente così come fa l’obiettivo della sua macchina fotografica.

E però non mancano anche le poesie attraversate da un risentimento morale, da un accumularsi di suoni tra l’ironico e l’irriverente, che avvertono che l’autore non prende sottogamba il ruolo dell’intellettuale. Né tanta novità di invenzione dimentica la classicità, ché, di tanto in tanto, echeggia qualche verso novecentesco. Un libro più solido, infine, di quel che appaia al primo sguardo e che soprattutto dimostra come l’esercizio della scrittura debba sempre tentare nuove vie espressive, trovare nuovi temi da cantare, se vuole essere intesa dalle nuove generazioni.

Recensione
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