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Prefazione a
Poesie per una conversazione
di Francesca Simonetti

la Scheda del libro

Franca Alaimo

Francesca Simonetti, voce poetica ormai ampiamente riconosciuta – hanno parlato di lei personalità autorevoli come quelle di Mario Luzi e di Massimo Cacciari – ripresenta per i lettori della rivista LaRecherche.it, con qualche leggera variazione, la sua prima silloge, edita nel 1993.

Può sembrare una scelta discutibile, se si considera come ormai anche i libri siano diventati degli oggetti di consumo che invecchiano troppo presto, e probabilmente lo è, ma nel senso che l’aggettivo può avere di “degna di discussione”, in quanto adatta a condannare un atteggiamento assurdo, se è vero, com’è vero, che la poesia, quella vera, non ha tempo ed è sempre attuale. E il pregio dell’attualità non fa certo difetto a Poesie per una conversazione, caratterizzate da uno stile semplice, quasi parlato, perché, come chiarisce il racconto dell’autrice, e che fa da premessa alla silloge, sono nate come una sorta di risposta in versi ad una conversazione tra amici intorno all’arte poetica.

Vorrei aggiungere che queste poesie sono “purtroppo” attuali, poiché tracciano, mentre mettono a nudo corruzione, sperpero, diseguaglianze, la violenza della guerra, un percorso di speranza nel futuro, che va ancora rimandato, visto che nulla, o quasi, è cambiato nel corso degli ultimi anni.

Avendo letto tutte le sillogi pubblicate dalla Poetessa palermitana, sono senz’altro in grado di cogliere l’evoluzione della sua scrittura, ma anche le sue costanti, che riguardano soprattutto i contenuti, in altre parole il mondo spirituale e mentale, gli umori e le reazioni di fronte ai mali cittadini, come a quelli dell’umanità in toto. Dunque, anche in questa silloge d’esordio riconosco la tempra sentimentale e fiera, il tono moralmente risentito, la carica umana ed etica dell’amica e poetessa Francesca Simonetti.

Ciò che la diversifica, rispetto all’ultima produzione, è, invece l’uso degli strumenti linguistici, che si sono fatti, nel tempo, più esperti e complessi, più raffinati e lessicalmente ricercati. Manca in questa silloge, giusto per fare un esempio, quella che è diventata, nelle successive, una caratteristica riconoscibile e tipicamente sua: l’uso della digressione che determina una serie di fioriture d’idee e d immagini dal tema portante, come novelli rami da un fusto arboreo in primavera, a testimoniare la vivacità e la sovrabbondanza dell’immaginazione e una sorta di abitudine a creare legami temporali e spaziali fra cose, ricordi, ambienti, che si riflettono sulla costruzione sintattica sovente complessa.

Come dicevo inizialmente, queste poesie hanno, invece, uno sviluppo sintattico lineare, sono limpide e generalmente brevi, ma non per questo meno risonanti, ricche come sono di profonda umanità e riflessioni sgorgate da un approccio sempre intenso e vivo con le persone e gli eventi quotidiani.

In questi testi, inoltre, più che in quelle mature, sono visibili le tracce delle letture preferite dall’autrice. Vi riecheggiano Ungaretti, il Pascoli, certi scabri paesaggi montaliani e l’emozione tutta fulgida dell’incontro con il grande poeta De Quental, a cui la Simonetti ha dedicato attenzione e tempo e gratitudine, riversate in alcuni testi della silloge, e, più tardi, in un bel saggio molto apprezzato e premiato.

Tanta dedizione rivela almeno due tratti della personalità dell’autrice: uno relativo all’approccio, fondamentale, con la fede, che le dona sempre la resistenza e le speranze necessarie all’urto con la parte malefica degli uomini; l’altro, a mio parere, molto interessante, relativo al suo modo di approcciarsi agli autori, viventi e no, come maestri di vita e di poesia; infatti, quando la Simonetti trova in essi degli interlocutori ideali, li coltiva e li considera dei punti di riferimento essenziali. E questa sua sete di valori e di profondità mette a nudo un suo disagio intimo, quello, di leopardiana memoria, di non trovare nell’ambiente che la circonda, dei validi interlocutori, delle menti aperte ad un dialogo autentico, capace di scavalcare luoghi comuni e asfissie provinciali per proiettarsi genialmente in una diversa dimensione. Così la Simonetti cerca sempre il luogo, l’amico/a, il poeta, il sentire ideali. È quest’ansia a muovere il suo gesto scrittorio, mentre si isola nel suo luogo-fucina e nello stesso tempo fa un balzo oltre la realtà, per attingere altre emozioni, altri sogni, altri segni di se stessa.

Materiale
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