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A ritroso

Se si legge a ritroso A Ritroso, l'ultimo lavoro antologico di Danilo Mandolini, si concepisce un inizio temporale sigillato in una domanda che ha in nuoce un presagio di morte: "Cosa farai quando non ci sarò più?", la risposta la si ritrova nella citazione iniziale del libro, che temporalmente è la più recente, tratta dal Don Carlos, una risposta necessariamente istintiva e illuminante: "La morte in questa man ha un avvenir fecondo". L'incipit ribaltato nella fine e viceversa, tutto il racconto/raccolto di Mandolini si muove in questo basculante gioco di doppi, dove l'equilibrio tra i vari contrappunti è il punto in cui si staglia la frase che resiste, quella "breve dell'inverno", quella che si usa quando si vuol "parlare a un bambino"; è la frase affilata e lucente, la frase che resiste ed è, per sua stessa natura, asessuata, decisiva, sospesa; essa risulta non catalogabile e nella sua stessa ambiguità porta in seno un assoluto e conduce a un luogo che non può non essere che un non luogo: tregua, sosta, crepa, intercapedine …

A leggere la poesia di Mandolini viene in mente una parola cara a un altro poeta marchigiano, Remo Pagnanelli, alla sua "vacanza". I non luoghi, i non tempi, dilatati e sottilissimi, son l'argomento di ricerca ed esplorazione del poeta osimano. Una ricerca che si è "innervata", (bello l'esempio del rizoma utilizzato da Franzin nella prefazione), nel tempo della scrittura e che non ha mai smesso di agire in Mandolini come un'ossessione (e ogni atto di scrittura è per sua natura un atto di fiducia verso un'ossessione).

Sondare quel che si cela tra l'inizio e la fine, tra la vita e la morte, tra ombra e luce, tra materia e immateriale, quelle parti che esistono dove non combacia il doppio, è quello che interessa maggiormente a Mandolini. Prima ancora di ritrovarla espressa a chiare lettere a pag 199 viene in mente l'immagine delle mani congiunte, oranti, che nella loro pienezza lasciano intimamente un sottile strato d'aria, un vuoto (o forse un pieno?) insondabile:

… il sottile confine / tra la mano che stringe e non stringe; come per l'occhio del ciclone, ecco, la poesia di Mandolini si sostanzia nell'esaminare e cantare le zone franche dell'esistenza umana, quelle parti in cui accade ciò che nello stesso momento è e non potrà mai essere: vuoto e totalità insieme. L'hic et nunc è, infatti, nel mezzo, nella piega, nell' equilibrio (parola chiave di tutta la poetica del Nostro), che Mandolini cerca insistentemente e non solo nella metrica, nel ritmo, ma nel suo ontologico respiro, nel suo poetico pensiero.

Come due asintoti puntati all'infinito e in direzione contraria, Mandolini si muove alla ricerca dell'alto/altissimo percorrendo il basso/bassissimo, la galassia tocca tangenzialmente all'infinito il microcosmico, sempre in perpetuo equilibrio, appunto, tra il terreno e lo spirituale, tra le radici innestate a terra e i rami protesi al cielo.

Questo gioco degli opposti lo si ritrova in tutte le sezioni della raccolta A ritroso, come boe a segnalare il lettore del giusto cammino. Alcuni esempi:

Cantare d'ogni inverno il dolore, / del morire raccontare lo stupore, / gemere e sorridere del tempo /che colando sfiora ogni presenza (pag. 32);

… l'apparenza che crolla rimanendo sospesa tra materia e parola (pag. 53)

Termina nel nome di un oggetto o di un uomo, / quella via, s'incastra tra il rumore della pioggia / ed il vetro che l'accoglie e la osserva con due volti / essere fiume interminabile di lacrime e sospetti / ed umida tempeste di carezza al tempo stesso (pag. 64)

Che sei vivo per scoprire che la fine / ha l'odore duro e denso dell'inizio: / l'odore che ti porti sulla pelle (pag. 78)

… a soppesare, a misurare a spanne / la distanza calcolata in sguardi / tra lo stupore del prossimo passo / e la lucida amnesia del successivo (pag. 105)

Tra solitudini, stasi ripetute, / tra il rovescio del nulla ed il tutto / s'apre una finestra senza tende (pag. 108)

… di un qualsiasi barlume di rimpianto / in odor di dolente iniziazione (pag. 141)

In Mandolini, dunque, si nasconde come un latente desiderio di riuscire a sondare i luoghi interstiziali dove il tutto e il suo contrario si annidano e si appagano reciprocamente. Si diceva, appunto, di non luoghi, utopie che non sono, però, assenze, illusioni ma, più che altro, avvistamenti, palpitazioni, spettri, apparizioni che ci mostrano ciò che è oltre l'orizzonte degli eventi.

Voci, presenze, luci, affollano e accumulano queste intercapedini, queste sottili cartilagini, e, leopardianamente (perché di un poeta leopardiamo parliamo) costituiscono il confine tra l'attesa e lo spettro del fallimento, dell'abbandono. Tutta la poesia di Mandolini si sostanzia del binomio stupore/angoscia, e l'un elemento non esclude il successivo, e rimanda a un poeta contemporaneo quale Mario Luzi, alla sua consapevolezza lacerante che le cose si "devono amare e perdere".

Ogni perdita in Mandolini è, però, una conquista, un ritrovamento e ogni ritrovamento nasconde in seno una perdita, ma l'agone del trattenere e del ricercare è proprio della poesia, quella vera che nasce da "le parole che tornano improvvise / nella sera che scopre mentre vai".

Trattenere queste parole è il compito più arduo di chi scrive, ecco perché la poetica di Mandolini si concretizza in innumerevoli sfumature, varianti, o per meglio dire, variazioni; dettagli infinitesimali, che sono quelli che perturbano l'orizzonte di chi guarda, scruta, osserva e non lascia niente di intentato. Chi fa così è deliberatamente onesto, e se guarda "a ritroso", si accorge che nel "qui" e nell' "ora" si è assottigliata quella speranza di domani che è, poi, il futuro rimpianto di ieri.

Non a caso ritengo che il verbo più caro a Mandolini sia "Indugiare", che è propriamente il verbo della sosta, appunto, dello scrupolo e della cura, della carezza. Tutto questo non significa affatto incantamento, estasi, chi crede di ritrovare in queste poesie un'aura consolatrice e riparatrice sbaglia. C'è tutto nelle crepe osservate da Mandolini (assomigliano più a rughe, a pieghe), c'è spazio per il ricordo ma anche per il monito, c'è persino uno spazio tutto civile (nella bellissima e declamatoria sezione: La disciplina dell'usura, dedicata alla guerra come emblema che ossessivamente ritorna nell'essere umano anche in "tempi di pace").

C'è spazio soprattutto per la morte, parola che Mandolini non teme mai di pronunciare e che costituisce la sezione più intensa e palpitante, quella che lascia spazio all'emozione, al pianto e che è davvero radice e seme dell'intera meditazione di Mandolini.

D'altronde Mandolini ha dovuto avere confidenza con la morte fin da giovanissimo, scendervi a patti è stata l'opera più lunga e logorante della sua vita, eppure non c'è nulla di facilmente autobiografico in A ritroso, anche se tutto può sembrare rimandare a una data, a un luogo, un momento ben preciso, al personale big bang da dove tutto è scaturito e scaturisce (ndr: la malattia invalidante del padre). Ma si sa la poesia più riuscita è quella che sa conchiudere il NOI nel più sfrontato "IO".

Mandolini da dietro la finestra, (di qua dalla siepe - di nuovo Leopardi), non smette mai di sondare il terreno e non lo fa da lì perché essa segna un riparo, una corazza, non può cadere nella facile sensazione che sia così perché è conscio che le battaglie più gravi si combattono all'interno e sono, per forza di cose, guerre intestine, e se aveste qualche dubbio in proposito basta leggere integralmente la bellissima poesia di pag. 127.

Poesia raffinata quella di Mandolini, non colta, se per colta intendiamo qualcosa di stilizzato, di barocco. No, assolutamente lontano da tutto ciò è Mandolini, poeta del sussurro e del canto sottile, del sovrassenso e della sconfinatezza.

Poeta dello sguardo, inteso alla Robbe Grillet, come sonda dell'impercettibile, ma soprattutto poeta dalla voce limpida e suadente. E leggere A ritroso è un'esperienza straordinaria e stupefacente, per intensità di dettato lirico e forza delle suggestioni poetiche; per Mandolini valgono questi bei versi del poeta Sondergaard: In nostra assenza la casa apre il suo libro / e legge da sola ad alta voce. // Si è davvero fatta sera e le cose risaltano / ciascuna per sé sobrie, sacre e intangibili //, come sono i versi bellissimi del Nostro.

Recensione
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