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A ritroso

Nel passato-futuro della poesia

La lettura della raccolta di “versi e prose” che Danilo Mandolini propone in A ritroso rivela un’assidua e inverante ricerca, sottesa alla parola, figlia del fondamento. L’azione di scandaglio è condotta tramite ‘reticenze’ di pura qualità espressiva, non di rado queste sono punteggiate da accostamenti di lessico singolari che veicolano improvvise aperture. Quanto ai messaggi, si nota che ibridano affabilmente il fluire stringente della logica con la tensione verso l’alterità e quella parte di numinoso che è, a suo modo, correlata all’esistenza.

Attraverso la misura dei testi, assai curati nella loro esemplarità, il poeta orienta poi la sua attitudine meditativa verso la composizione di una sorta di moderno florilegio sapienziale. Si può dire pertanto, con una sorta di metafora, che oro e luce della parola, né minimale, né, per converso, ridondante, trovano spazio per comporre una partitura poetica intensa ed a più livelli di significazione.

Qualche analisi deve essere ‘in primis’ dedicata al titolo, per l’implicita forza del procedimento “al contrario” che qualifica la singolarità dell’esperienza, radicale dunque, come un moderno REDE IN TE IPSUM, ma senza specifiche allusioni alla tradizione estetizzante di Huysmans. Il lettore, che perciò si addentra, viene accolto subito dall’espressione di un’istanza metafisica, al primo verso, sul filo di quella parola «notte», iterata per spingere ad interrogarsi sull’analoga «fine», a chiusura dei successivi due versi. È una vaga presenza di oscurità, ma fortemente evocativa. Essa ci ricorda le parole del prefatore, Fabio Franzin, che, in chiusura, definisce Mandolini: «…un poeta puro, misurato, consapevole di disseminare la pagina di sguardi e ferite, di squarci di luce e baratri bui». L’autore di ferma plasticamente il lato oscuro, anche nel suo divenire, per esempio quando - si riconosca l’ossimoro - suggerisce: «Lascia che il buio sia un po’ luce». Il percorso poetico dunque è radicato nell’esserci dell’uomo, tanto da avvertire, nei testi poetici, liberi echi heideggeriani, ma c’è l’esigenza di cambiare struttura ed esiti dell’itinerario di ricerca esistenziale. Heidegger appare dunque come un’autorevole presenza, ma da affrontare dialetticamente per proseguire oltre. La direzione, per certi aspetti, è segnata dalle due “scansioni del qui”, nella sezione uno di A ritroso, che sono assai stimolanti. Sul filo delle riflessioni si comprende che il ‘qui’ ed ‘ora’, non esclude forzosamente un ‘altrove’ spazio-temporale, anzi, lo delimita concettualmente, rappresentando tutti i tempi ed i luoghi come portatori di una prossimità virtuale feconda e umanizzata.

L’avventura di vivere e/o morire senza certezze ne esce dunque confermata, quanto al suo fondamento, poggiante sulla precarietà che ci contraddistingue. La poesia esprime tale istanza, come una sorta di travagliato equilibrio fra composto rigore ed attesa della rivelazione determinante. Essa potrebbe assumere la forma dello «schermo sospeso d’un nuovo respiro», qualora fossimo in grado di uniformarci al suo
divenire, ma la palingenesi non è affatto scontata.

Numerando i suoi “nodi poetici essenziali” dall’uno al nove, il poeta ci rivela i momenti del suo percorso che, del ‘qui’, già menzionato, conserva le ambiguità dolorose. Le contraddizioni esistenziali non sono assorbibili, nel loro impatto sulla vita di ciascuno e di quel ‘noi’ così fragile e vero. Dice emblematicamente Mandolini: «Altri come noi respirano l’assenza; / come te: morti e vivi dentro un corpo». Scorrendo poi altri testi, si arriva di nuovo all’argomento, senza l’esibizione dogmatica di giustificazioni riferite all’indicibile, ma accompagnando il lettore nella scoperta, come in questi versi importanti: «Quella passione non detta per la morte / che della prima origine dei sogni / è il seme unico e necessario, / che per ogni umano sortilegio / bramato dall’abitudine e dall’uso / è la sola ragione d’essere oggi / e di non esser più, un domani». È interessante notare come “quella” passione, deitticamente indicata dall’aggettivo dimostrativo, sia frutto dell’analisi di chi scrive poesie. Questi infatti riesce a “dire” ciò che avrebbe affermato, in sostanza, di non poter dire, ma con quale misura assoluta! È un’eloquenza silenziosa che lascia il segno.

La parola inverante passa attraverso lo scoglio di quel silenzio che suggerisce versi, invita a soffermarsi metaforicamente presso il «…fango, la siepe che non si vede, / il limite che ancora non vive». Tutto appare come una sorta di rovesciamento della tensione verso l’infinito, legata alla siepe di leopardiana memoria, c’è il sostare nel fango che ci riguarda dappresso, nostro malgrado, in quanto siamo creta e cenere, non esseri eterni. Il lettore ha già appreso, leggendo precedentemente, ogni delicato risvolto, in una nuova versione, certo metafisica ma allineata empaticamente al dramma di sperimentare «la nuova morte di un’attesa muta / nell’attesa scontata della morte». Le due ripetizioni, speculari nel testo, «morte» e «attesa», rivelano quanto sia partecipata la scrittura di Mandolini rispetto alla finitudine umana.

A ben vedere, acquista senso, proprio gradualmente, il concetto di “ritorno”. Esso è collegato al nostro divenire perituri, a dispetto dell’ansia di eternarci, e ha come conseguenza ciò che l’autore chiama “disciplina dell’usura”. Tale non invidiabile stato per l’uomo è così arduo che «sembra scheggia di futuro ed invece / è immagine riflessa del passato».

Gli umani sortilegi, l’usura e lo scandire, in più occasioni, di termini come attesa, morte e silenzio, impegnano Mandolini nella difesa appassionata, eppure antiretorica, della fragilità umana. Un aspetto del problema è avvertibile specialmente nella sezione La linea del fronte, che di guerra e diritti umani calpestati si occupa. Si noti il richiamo ad Ungaretti, molto più che un tributo alla tradizione! L’attitudine prevalente è dunque cogliere il «riprogettato ricordo» un’idea di memoria “in fieri”, da costruire sempre, puntando sulla testimonianza, con sobrietà e forza ad un tempo, rammentando le violenze patite dall’umanità.

La sezione La linea del fronte non ha bisogno di ulteriori commenti, ma di essere interiorizzata da tutti, nel senso di una lettura non estemporanea e improvvisata. Aggiungerei che, ricordare, per Mandolini, vuol dire soprattutto guardare da una prospettiva rinnovata dai passi condotti “a ritroso”. Essa veicola le grandi domande esistenziali e le propone con naturalezza, magari, nel futuro, «lasciando un sottile spiraglio / per i ricordi perduti di domani», oppure informa di sé «lo stesso nostro guardare di sempre - / quello già andato e quello futuro - / e le immagini accese di oggi».

I dilemmi sono posti oltre, in una dimensione differente e parallela. Come esseri umani vi accediamo, con la nostra dignità e la poesia, in altre parole, per dirla come il poeta: «Ci dipingiamo addosso il mare / per cercare un orizzonte in noi». È l’atto di una coralità, espressa pure dai verbi al plurale che l’autore usa spesse volte nei suoi testi, come in questo caso: «Tutte le risposte che non abbiamo, / così come le cose che possediamo, / cingono quest’aria che è fragore, […] E ci sono barriere ai sensi, certo, / foglie adagiate sopra il viso, / mattoni consumati nei colori
/ e mani ancora tese nelle mani».

Passato e futuro, per tacere del presente, agostinianamente sfuggenti, s’incontrano nelle relazioni umane. Lasciano impalpabili indizi nelle singole vite che solo la poesia, questa specialmente che leggiamo in A ritroso, può interpretare, senza la seriosità del dogma intellettualistico, della rigidità normativa e assiologica, puntando ad una letteratura davvero per l’uomo di oggi.

Recensione
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