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Architectures Three-dimensional Poems

La poesia di Brina Maurer (Claudia Manuela Turco) si pone come obiettivo la preziosa ricerca della verità e in Architectures Three-dimensional Poems viene intesa come architettura universale, secondo una particolare visione: «Nell’esplosione / del cranio di una cupola // pensieri e immagini in movimento, / in rapida discesa, // raggiano / entusiasmo e turbamento» («In the explosion / of a dome’s skull // thoughts and images in motion, / in rapid descent, // radiate / enthusiasm and turmoil»).

Soprattutto essa rappresenta un’incessante azione di verifica dei propri traguardi interiori e in modo naturale comprende il senso del prendersi cura della bellezza, mai soddisfacente per se stessa, bensì meraviglioso strumento di una conoscenza superiore e inesauribile.

In questi poemi di raffinata grazia però, ciò che più colpisce è il superamento della questione metafisica fine a se stessa, nell’ottica di una visione olistica che s’invera di per sé e non implica eccessive mediazioni concettuali algide e macchinose. Infatti si può convenire con l’autrice che: «Stelle sotterranee / abbagliano // di luce d’avvenire, / ponendo // interrogativi / privi di risposte» («Subterrenean stars / dazzle // with a light of the future / posing // questions / without answers»).

La poesia rivela e narra nell’attimo stesso in cui innalza il suo canto, senza compiacersi di questo suo privilegio, del vedere oltre e lontano in modo immediato e spontaneo. Rimane unita alle sue aeree architetture e le osserva attraversandole virtualmente. In tale contesto la costruzione del testo poetico pare imitare la creatività universale e accogliere con garbo celesti indicazioni.

Costruire un universo ideale può voler dire crearlo dal nulla, ma la poetessa riconosce il valore ineliminabile della cultura, quale processo e motivo d’ispirazione, abile e con disinvoltura, senza quella letteralità che caratterizza gli imitatori, non i poeti autentici.

La motivazione di una scrittura tuttavia non sempre è riducibile a una questione di poetica, l’opera della Turco, volutamente, apre a una stupenda deriva che si sottrae a illecite generalizzazioni o riduzioni. A fronte di tante e profonde implicazioni esistenziali i testi infatti denotano, senza alcuna enfasi retorica, non tentando di conseguire un’esaustività che sarebbe solamente apparente. Il filo della scrittura, del resto, può sempre essere ripreso con amore, modulato con puntuale attenzione alla suasività, rielaborato, in una parola, accolto per gradi (fanno fede le varie operazioni di lima).

Pertanto per poter apprezzare appieno questa atmosfera poetica occorre comprendere il significato profondo del riferimento all’architettura, privilegiato dall’autrice, affrancandolo da tutti gli orpelli e senza infingimento alcuno, per riuscire a raggiungere il cuore del suo discorso che allude a «essenze e umori architettonici» («architectural essences and humors»).

L’edificio costruito – si accetti la metafora – toccherà in tal modo le stelle, che costituiscono il traguardo spirituale, gioco di bellezza e luce da contemplare, in completa linearità di forme. Basti leggere: «Soffitti a capriate / disegnano // festanti triangoli / in un cratere lunare, // liberando / gioiosi corpi sonori» («Trussed ceilings / draw // festive triangles / in a lunar crater, // freeing / joyful resonant bodies»).

Il lettore irriverente di oggi a questo punto potrebbe domandarsi, a mo’ di provocazione, per quale scopo ciò debba avvenire. Prima di rispondere, dobbiamo a nostra volta ricordare che non ci sono giustificazioni per l’esistenza del creato e riguardo al dato ineliminabile che la bellezza rappresenta, senza chiedere il nostro permesso, ogni giorno. La poesia in ogni caso detiene tutte le risposte e chiede di essere compiutamente assaporata.

La tridimensionalità costituisce un altro aspetto intrigante e innovativo di questo libro. Non di rado immaginiamo la scrittura come bidimensionale, ovvero legata alla pagina bianca che la ospita, tuttavia questa forse non è la sua natura più intima. Brina Maurer, attraverso i suoi componimenti, ci aiuta a riconsiderare tale superficiale visione con modalità diverse, veicolando il suggerimento di affrancare il testo da impedimenti ed eccessive semplificazioni.

Insieme a un’idea di poesia, che guardi alle stelle, come proprio suo luogo naturale, troviamo rappresentata la dimensione per così dire, naturalistica, di quella stessa sapienza poetica. Sovente un canto sottotraccia si rivela, relativamente all’ultimo aspetto menzionato, quello del mondo della natura, che viene posto in risalto in una costante trasfigurazione mai scissa da una certa levità. In questa citazione, ad esempio, la poetessa vi allude con un’efficace sintesi che presenta pure una consonanza assai garbata: «Contando le stelle, / cantando di libellule» («Counting the stars, / singing of dragonflies»).

Più avanti nella lettura più intensamente compare in quelle che non sono solo sequenze descrittive, la dimensione naturale, protagonista sempre l’ambiente: «Sporadici ciuffi di verde, // in zolle di cemento, / imprigionano fiori dai petali imperlati di gelo» («Sporadic tufts of green, // in concrete clods, / imprison flowers with frost-beaded petals»). Inoltre, «Aiuole si frantumano / come specchi // e tessere di mosaici incompleti» («Flower beds shatter / like mirrors // and tesserae of incomplete mosaics»).

La dimensione celeste e la dimensione naturale non sono in contrasto fra di loro, viceversa appaiono correlate armoniosamente, con uguale dignità e valenza espressiva. Inoltre la tridimensionalità, attraverso una nuova e attuale interpretazione di alcune esperienze del passato, propone la cultura quale suo terzo elemento costitutivo. Ricorderei a tale proposito l’affezione dell’autrice verso i poeti del Romanticismo che è modulata, però, nella testualità, respingendo il ricorso a una soggettività ridondante e priva del giusto distacco. L’io dell’eroe romantico, per esempio, non è presente in queste poesie di Claudia Manuela Turco. Le stelle pulsano di vita propria, la vegetazione diviene luogo di mistero e in talune occasioni si rivela inquietante presenza protagonista. Un sentimento corale di stupore, lontano dalle miserie quotidiane, aleggia tra un verso e l’altro, tra un frammento e l’altro.

Per gli aspetti strutturali, nel percorrere i testi dell’autrice, visivamente convergenti al centro della pagina, si nota la sapiente opera di limatura da lei prodotta. L’obiettivo era elaborare i frammenti di sei versi raggruppati in tre coppie, mantenendo saldamente la coesione dell’opera, ed è stato raggiunto con eleganza. Le scelte lessicali poi si notano per l’assenza di quella leziosità alla rovescia che, per alcuni, è rappresentata dall’ostentazione della sciatteria. Non compaiono infatti luoghi comuni, nessun termine è fuori posto, o sopra le righe, né, per converso, rappresenta solo una voce dotta o un virtuosismo da ostentare. I singoli frammenti abitano le stanze dei cieli e la loro musica, lambiscono le cime degli alberi e delle foreste vergini, si imbattono nel mistero della spina che ferisce e lacera (uno dei temi qui metabolizzato dall’autrice e che forse condurrà a Metastasi di rosa) e sconvolge l’ordine delle cose. A tale proposito si legga: «Una spina non vista / squarciò una palma di mano. // Un velo nero oscura / gli anni dedicati a un domani inesistente. // Solo il dono di una rosa / riuscì a scalfire // la corazza / di un segreto» («An unseen thorn / tore the palm of a hand. // A black veil darkens / the years devoted to a nonexistent tomorrow. // Only the gift of a rose / was able to cut into // the armor / of a secret»).

L’esperienza di Architectures Three-dimensional Poems ha svolto un ruolo strategico per l’autrice e la sua ricerca poetica. Infatti la silloge di poesia precedentemente pubblicata, Metastasi di rosa, la cui stesura risulta però successiva al libro edito da Gradiva Publications (egregiamente tradotto da Luigi Bonaffini), pare sviluppare proprio alcuni spunti già presenti nelle Architetture Poesie Tridimensionali. La conferma è in questi versi tratti dal testo in versione bilingue: «La mano ancora bruciava / per una rosa // divenuta stele di fuoco, / per una rosa dal morso avvelenato, // che aveva lasciato / chiare stigmate» («The hand still burned / for a rose // that had become a stele of fire, / for a rose with a poisoned bite, // that had left / clear stigmata»).

Il significato ricavabile, dalle buone letture di entrambi i libri, in ultima analisi è come tutto sia suscettibile di contemplazione, siamo coinvolti dalla meraviglia persino nel meditare sul dolore.

Tutto si svolge per mezzo di riferimenti, sottintesi, serrate connessioni e densi legami intertestuali, delicati da un punto di vista qualitativo, eppur molto solidi sul piano formale, tanto da conquistare chi s’avventura a leggere. Pertanto esiste nella sua totalità l’universo (o forse gli universi) della parola, i sentimenti lo riconoscono e, per via della sua incommensurabilità, ne sono vulnerati.

L’abisso oscuro e l’illuminazione, derivanti da tale ricerca vertiginosa, si presuppongono a vicenda, individuando ciascuno la ragion d’essere dell’altro, catturato grazie a quell’alterità che è rappresentata dalla cultura mediatrice di idee tra i secoli. Una tridimensionalità dunque che edifica architetture, poggiando su solide radici, metonimicamente significative per la poetessa.

Gli strumenti della scrittura non si limitano però solo a un’attenzione particolare riservata ai vocaboli, emerge ben altro. Per esempio c’è spesso l’uso dei verbi al plurale, al presente e all’imperfetto indicativo in prevalenza, come espressioni di una dilatazione del momento, dell’attimo, colto e inverato dalla poetessa. Come in questa citazione possiamo osservare: «L’eternità / estende // la bellezza incomprensibile / di un attimo, // per ognuno, / oltre ogni ostacolo» («Eternity / extends // the incomprehensible beauty / of a moment, // for each of us, / beyond every obstacle»).

Un altro modo verbale ricorrente è il gerundio, in molti casi usato per sottolineare invece la pura metatemporalità della contemplazione, rarefatta, indefinita, eppure sempre viva.

Se la sorte di essere consumato avvelena d’altronde il destino del mondo, lo scacco patito non prevale sulla sua vocazione alla bellezza che tenta di resistere impavida alla finitudine incombente.

Il sentimento, però, che c’è in alcuni testi della Turco, svela al tempo stesso un certo pathos trattenuto, da riservare agli esseri viventi senza limitazioni di genere oppure di specie.

Non riscontriamo cadute di tono, ma la partitura scorre seguendo una visione polifonica, un disegno narrativo-riflessivo fluido e originale, di compiuta maturità stilistica. La lotta che ogni attimo di bellezza sostiene infatti vanamente, per eternarsi, è acutamente interiorizzata, ma l’autrice non se ne lascia dominare, preferendo dare spazio al moltiplicarsi delle istanze meditative, con equanimità.

Recensione
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