Servizi
Contatti

Eventi


Claudia Manuela Turco e la primavera della poesia

Scoprire la bellezza in L’età dell’oro e della ruggine è percorrere un cammino di luce, si procede per visioni rapide e, a volte, segnate da un intimo dolore che risuona nella dolce musica di un verso, non meno bello, se amaro nei contenuti. La parole è tepore di viva appartenenza all’umano. Amore, quiete, tristezza e slancio vitale attraversano le pagine, regalando spunti, emozioni che commuovono, nell’apparente semplicità del dettato poetico, costruito con perizia intorno ad una serena coscienza d’esistere, perno delle meditazioni e mirabile obiettivo spirituale del fare poesia.

La delicata trama dei versi sottolinea ancor di più, per contrasto, la profonda e forte vocazione ad interrogarsi, la poetessa si pone infatti quelle domande scomode che riguardano il femminile e che troppo spesso vengono trascurate dai cantori ufficiali.

Non c’è soffio di alisei, né urlo che non trovi la via della sua sensibilità, così accade, in chiusura, che una foglia esprima tutta la dedizione della natura ai suoi principi cosmici, oscuri ed assoluti: “Libera o imprigionata | una foglia morbidamente sospinta dal vento | o trascinata dalla corrente?” Gli aneliti sepolti nel mistero delle cose, le vertigini che toccano le corde segrete del cuore o la pura meraviglia ci appartengono ancora? Se leggiamo questa poesia sarà dunque per essere più autenticamente noi stessi, per non fuggire inutilmente, cadendo in tautologiche condizioni di conformismo.

La testualità della Turco risveglia perciò, prima di tutto, i sentimenti calpestati, compone, gentile, la ferita nel corpo della donna, denunciando le violenze taciute con voce vibrante, guadagna all’ascolto più di una coscienza: “…Allo specchio | i seni nudi | divengono occhi spietati…”. E’ la libertà, inerme e pura, delle parole che scaturiscono da un profondo convincimento, rivestito di bellezza, e noi “…Viviamo nel deserto, | nell’emozione della rosa scolpita, | nella religione del sentimento immortale…” tiranneggiati dalle vicissitudini personali. A tale proposito in prefazione Domenico Cara osserva: “Claudia Manuela Turco conosce ormai i suoi solchi di riflessione e non li rende spontaneamente contemplativi; se mai scova un posto per il cuore (che sanguina a dispetto del nemico, non poi tanto ameno e ineffabile).

Come difendersi da questa nemesi moderna che ci minaccia? La poesia è il farmaco, nel senso antico della parola; l’essenzialità formale dei testi, il loro scorrere nella direzione temporale di un presente che non cessa di esistere rappresentano un tentativo di proiettarsi oltre il problema insoluto della ricerca di un perché. Ne è ben consapevole Domenico Cara che sceglie la forma dell’aforisma per comporre in una sorta di testo critico-espressivo le sue note di presentazione. Egli riesce a elaborare un discorso coerente e flessibile, è questo il caso di due diverse creatività (epigramma, frammento da una parte e aforisma dall’altra) che si fondono in armonia, la prefazione, poi, s’inscrive all’interno di un progetto di studio globale, intrapreso sulla scia dei grandi filosofi del genere aforismatico (Nietzsche, Krauss, Kruger, per citare solo alcuni nomi).

A risolvere le contraddizioni comunque pensa la finitudine umana, il poeta, dal canto suo, vola alto, in tal senso, l’autrice affida alla natura il compito di umanizzare le creature alienate da se stesse, riportando la sacralità della componente naturale sulla pagina bianca, essa è fattore di maturazione e spunto di raccoglimento interiore.

Compaiono allora “…un vortice di funghi gioiosi…e gigli sparsi sulla neve…” oppure sopraggiunge la delicata immagine di “…Un vortice di cristalli nel calmo etere…”. L’arcano è parte integrante del nostro esistere, come pure del mondo naturale, quest’ultimo può essere offeso dalle disavventure della specie Homo, però i legami sono così saldi che la partitura delle note, presentate in calce al testo, è quasi una glossa per interpretare, oltre ai versi, persino gli eventi reali ad essi collegati. Assistiamo ad un percorso che è un pellegrinaggio in cerca della bellezza, ovunque nascosta, pure fra il dolore e tra il male, che divide buoni e cattivi in modo spesso tragico.

L’età dell’oro forse non è da inquadrarsi come una nostalgia del passato, è un progetto parallelo di perfezione spirituale cui corrisponde, specularmente, e per certi versi in maniera platonica, l’imperfetta età della ruggine: “…Graffio di ruggine | dalle vie impervie | salendo sulle ali degli angeli…” – dice Claudia Manuela – invitando all’elevazione dello spirito, non disgiunta dal senso della favola che contiene vivaci allegorie, si veda a tal uopo “il racconto della fanciulla di neve” che ricorre nel testo.

La lettura appare agevolata dalla pulizia del dettato, non una parola che allontani piuttosto una tensione, comunicativa e libera, da trasmettere, nel gioco della complicità, stretto fra autrice e lettori. E’ un senso di responsabile cura del bello che è di ciascuno, a suo modo, fedele alla poesia ed al rispetto della viva dignità umana senza la quale, per la Turco, non vi sarebbe la bellezza e il suo verbo interiore.

Chiudiamo con i versi di “Epistola d’amore”: “Il vento | agita ancora la posta | dentro le cassette tintinnanti | e sorridenti. | Un fuoco segreto | attraversa queste strade, | una luce impercettibile | illumina queste vie.”… e siamo di colpo trasportati in un’atmosfera di magico abbandono, complice la scrittura della nostra poetessa.

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza