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La poesia di Claudia Manuela Turco è legata ad un continuo approfondimento delle esperienze inerenti la letteratura, formate sui contemporanei, in compagnia dei classici, in una parola sempre aperte. L’amore per la testualità, dimostrato dall’autrice, è ben espresso nel controllo e nell’accurata meditazione sulla scrittura, oggetto di rimandi, citazioni e note, utili a immedesimarsi nell’opera, possederla in un abbraccio che sa di bellezza. Il libro Metastasi di rosa conferma perciò l’impressione di una pulizia e di un rigore, non esclusivamente formali, piuttosto frutto dell’impegno incessante ad amare la poesia, leggerla e riconoscerla nelle sue varie situazioni, nel confronto con gli altri che scrivono e attraverso l’analisi di generi differenti.

Ecco spiegata l’attitudine a “proliferare”, del testo attuale, la sua “Metastasi”. Esso è vissuto, ideato, in primis, dalla Turco, come un’avventura della parola nell’universo del bello, della poesia, avvelenato dalla necessità di misurarsi, nelle prospettive di poetica, con l’inesorabile finitudine. Il mondo della poetessa è segnato dalla perdita di potenziale che l’essere precari su questa terra comporta, in una visione saggia, persino solare e contemplante che però non esclude il negativo dai suoi motivi ispiratori.

La negatività d’esistere nel testo è rappresentata dal cancro, un esiziale nemico che sembra pervadere, anche metafisicamente, la realtà. C.M. Turco sa dunque rimeditare il senso del tragico con acuta percezione del rapporto vitamorte.

Non teme la poetessa di misurarsi con la grandezza, riconoscerla vuol dire farla propria e con ciò restituirle, centuplicato, il valore, lasciando il segno di un dialogo rinnovato con la tradizione ed i contemporanei. L’affinità con l’ispiratrice per eccellenza, Maria Grazia Lenisa, è in tal senso evidente, le unisce la fede nella ‘Poesia’, il coraggio di osare, anche di frangere le abituali simmetrie della tradizione, pur di conseguire l’ambito premio. A riprova è possibile direttamente notare la fedeltà della Turco alla Rosa indigesta (Bastogi; marzo 2006) lenisiana, dal richiamo in apertura alle numerose allusioni e poi, direttamente, nella citazione in calce alla poesia “Il cancro nella rosa”: «la rosa indigesta / che non ti aspetti d’inverno / tra il fogliame assente» (pag. 23, op. cit.).

I topoi felicemente ricreati da Claudia sono però assai più connaturati nei versi, leggiamo, a tal uopo, in “Ruvido rosso-erre”: Nella poesia cerco / le tre erre: / la prima è contenuta nel vetro, / la seconda marchia la ruvidezza, / la terza accentua il rosso. Il testo, per giunta, è preceduto da un’eloquente citazione di Arrigo Boito che afferma con proprietà: E sogno un’Arte eterea / che forse in cielo ha norma, / franca dai rudi vincoli / del metro e della forma, / piena dell’Ideale / che mi fa batter l’ale / e che seguir non so. È una sorta di succinta dichiarazione, per la poetica di Claudia Manuela, che risulta assai indicativa, per altro, dell’amore per la libertà, ma anche della tensione ineguagliabile che la pervade.

Un brivido che consiste in quel senso dell’indicibile, nello splendido scacco dell’aver tentato, forzato, la bellezza ad essere catturata, nella sua fuga inevitabile verso piani di-versi. Si tratta di un’attitudine ‘scapigliata’ di pensiero che Maria Grazia Lenisa avrebbe, senza alcuno sforzo, fatta propria, oggi testimoniata dal prezioso lavoro di Claudia che rimarrà sempre come la prima opera dedicata alla grande scrittrice dopo la sua scomparsa. Non stupisce perciò che nel gioco dei rimandi si trovino alcuni motivi ed echi lenisiani; analizziamo intanto questi versi davvero notevoli della Turco: Sarà la poesia a tenermi in vita, / fintanto che la vita non riporterà / il fuoco nelle mie mani, / fintanto che il mio corpo / non avrà di nuovo vent’anni.

Ed ora proviamo a consultare Maria Grazia Lenisa che, nel suo ultimo libro, Amorose strategie, recita: Io vivo nelle pagine: pensa / che la poesia è vita come / se bevi o mangi: Sarà così / Vivrai / nell’icore delle tue vene / immortali. [dal testo: “L’amicizia di una donna”, pag.22; Ed. Rhegium Julii 2008]. Si osserva subito la comune attenzione fermata sulla ‘vita’ delle due proposte poetiche, ma è chiaro che procedono autonomamente (la libertà di Boito!) quanto a motivo ispiratore centrale. Per la sensibile vena poetica di Claudia, la Poesia è un balsamo, una spinta in avanti, che non esclude l’esigenza interiore di una rinascita, per assurdo, del corpo, minacciato dal sottile male che prolifera parole, sogni infranti e memorie inquiete.

C’è dunque ‘l’aver di nuovo vent’anni’ che, sebbene speranza disperata, rimane, con dignità, un traguardo umanissimo.

Forse Brina e Alex, in futuro, s’incroceranno, soggiunge Claudia nei suoi versi. Nel mondo parallelo, ma differente, di Maria Grazia Lenisa, si riscontra un preciso e totale rovesciamento: Occorre fingere la vita, ‘come sé bevi o mangi, per risolverla e riscattarla, in toto, nella Poesia, unica prospettiva divergente, che resiste alla precarietà di tutto.

Solo allora sarà concesso al poeta avere «icore» che scorre nelle «vene immortali ». Il superamento dei limiti umani è splendido, ma c’è un duro prezzo da pagare, con quel distacco, ironico per giunta, che non contempla un orizzonte immanente alla vita reale. Il corpo non avrà mai più vent’anni, neppure nei desideri, vivisezionati dal tono ironico, ma… la Poesia, ipostatizzata, in compenso sarà sempre ventenne, in un mondo alternativo e metarealistico di pura bellezza, avulso da rigidi moralismi! Da qui la sensazione di vertice che il tentativo della Lenisa determina con il suo ‘far grande’: la quotidianità è schiacciata, proiettata per-versamente, con uno sforzo d’invenzione che sa di un dolore assoluto eppure ridente. La posizione lenisiana, per la sua unicità, non esclude in ogni caso le altre sfumature del poetare, verso le quali, occorre dirlo, la direttrice della Collana Bastogiana “Il Capricorno” ha sempre avuto interesse e rispetto.

Una stima contraccambiata dalla splendida dedica che l’intera opera di Claudia Manuela rappresenta con le sue citazioni, con i versi che richiamano temi e parole condivise, per lettera e nell’intertestualità.

Tornando al testo che presentiamo, nell’ispirazione di Turco si nota l’anamnesi di una sofferenza che, filtrata compostamente, permane, aleggia nelle parole, a tratti intense e persino graffianti, ora invece sostenute nel ritmo e solenni. Il male, che aggredisce quindi le cose e la natura, è rappresentato da quella specie di ruggine che colpisce il bocciolo. Lo troviamo in una certa lontananza spazio-temporale che regala un tono di urgenza emotiva alla voce di Alex, ‘persona’ evocata nei versi, cioè maschera, affine al Max Bender di Lenisa. Entrambi sono memoria e nostalgia di una condivisione stimolante, ma sempre ‘in fieri’, proiezioni di un rapporto virtuale che appaga in quanto irraggiungibile (Lenisa), o differibile nel futuro, come è più calzante per Metastasi di rosa.

Il negativo assume poi anche la forma della saggezza, un poco triste, di Rodolfo Valentino, amato/disamato, inaspettatamente, per un divo; si tratta comunque di un destino proprio, per altro, della maggioranza degli esseri umani, colto e universalizzato nelle pieghe del testo. In tal senso divengono preziose le voci degli scrittori evocati nelle citazioni, collocate in apertura di molte poesie. Le suddette citazioni, di Busacca, Caproni, Pope, Di Stefano Busà, Wharton, Squarotti, Ventura, Ghioldi, Shakespeare, Keats, Govoni e Cardarelli, per tentare una sorta di parziale menzione, sono i punti di riferimento di una serena geografia interiore. Esse compongono un universo di poesia, sinergico a quei prevalenti agganci con il testo lenisiano, e sono dichiarate senza mezzi termini, con ampio respiro di segni, tematiche ed equilibri formali negli esiti poetici che seguono.

Non mancano poi richiami freudiani, inevitabili, forse, in un discorso creativo, ‘a caldo’ eppure ben scavato nell’interiorità, non affetto da un ingenuo spontaneismo stilistico. L’esistenza di traumi, nell’ambito della psiche, ha un significato analogo al dilagare del cancro nel corpo della realtà, è emblematica di un climax particolare, segno di un’impietosa analisi, non priva di tensioni etiche, modulate tuttavia con eleganza. In conclusione, vorrei citare alcuni versi piuttosto suasivi che ritengo invoglieranno alla lettura: È il respiro della lunavioletta / a liberare / suoni arpati e sidro di mele». C’è da restare meravigliati in compagnia di questa ‘Rosa’ inquieta e speciale.

Recensione
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