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Incanto e incisività

Il tema della natura medicatrix in Giovanni Scribano e Arno Holz

Una delle costanti dell’ispirazione di Giovanni Scribano, la natura, innerva con piglio antiaccademico e antidecorativo lo snodarsi di versi e pensiero su campiture e atmosfere di forte impatto visivo. In una figurazione oggettiva di suggestiva veridicità e trasparenza, s’affollano vedute paesaggistiche come dal finestrino di un treno: “Guardo le querce, possenti giganti / ergersi al sole e sopra un cielo propizio” (Natura Medicatrix, da Frammenti d’infinito, 2002); “Scorgo aprirsi a oriente / uno squarcio di nubi / e dilatarsi la riva” (Levità, da Il viaggio per mare, 2003), compimento perfetto di una ”grande, divina natura”. L’occhio del poeta indaga e scruta nelle pieghe del creato. “All’occhio, di paragone /sensibile pietra/ la forma s’eterna / in campi sconfinati, / in alberi a mosaico, / in scarlatte nuvole / nel plumbeo mattino” (Incanto, da Le stagioni del tempo, 2005). La forte empatia con l’universo irrobustisce e sana l’animo stanco: “Ma già un nuovo riposo / la mente ristora / sotto i freddi raggi / del tramonto” (idem). È la “Natura Medicatrix” che, allontanando smarrimenti e angosce, conferisce stabilità e ancoraggio sicuro al poeta, immerso in una quotidianità di dettagli minimi e antieroici “A sera, m’attendono a cena gli amici”.

Il tenace rapporto con la natura ha alimentato la produzione lirica di un poeta tedesco di fine secolo, Arno Holz che nella sua devozione oggettiva della realtà, esaltata da approfonditi studi su Zola, arrivò a formulare un’equazione arte-natura che a poco a poco si estese a una vasta, onnivora catalogazione del creato. Il senso di totalizzante appartenenza al mondo circostante si estrinseca in alcuni tra i versi più felici di Holz: “Davanti alla mia finestra / canta un uccello. / Ascolto in silenzio; il mio cuore si strugge./ Canta, /quel che da bambino…possedevo tutto intero/ e poi…dimenticato” (Phantasus, trad. di Roberto Venuti, da Parnaso Europeo, 2, a cura di Carlo Muscetta, Lucarini, 1990). Simile afflato universalizzante pare esprimere Scribano nei versi “Esplode inesauribile un canto / e disperde il mio nulla. / E nella luce / chiaro / un segreto ritrovo”. (Al balcone, da L’incontro, 2003).

E se Arno Holz in un inconsueto invito si volge al ricordo di antiche mitologie, parimenti Scribano sussurra “Nudo nell’acqua / un Tritone / trafigge le nuvole / con rapida freccia / Nel dormiveglia / l’orizzonte è più puro. / Scorgo aprirsi ad oriente / uno squarcio di nubi / e dilatarsi la riva. / Mi sento leggero” (Levità).

Altrove, nel poeta italiano, una più marcata asciuttezza descrittiva delimita a tratti un confine labile con l’andamento della prosa, nella rinuncia deliberata di musicalità e lirismo: “Il vecchio contadino / è pronto a varcare / per l’ultima volta / la soglia dell’antica mezzadria./ Ma prima si sdraia/ sul prato e racconta / del cielo, di Selene/ e dei suoi quarti, dei / cavalli, dei cani, / delle braccia da campo, / delle falci, del sole / del vino alla sera, /dell’odore del fieno” (E il contadino racconta, da Oltre il presente, 2015): laddove l’enjambement della preposizione articolata dei sottolinea la discorsività dello stile nominale, piuttosto che indulgere al richiamo del lirismo. In altro contesto, ma con simile piglio di oggettivismo che nel poeta tedesco si traduce in un programmatico, articolato rifiuto della musicalità lirica tradizionalmente intesa, Holz dipinge (anch’egli in tempo verbale presente per sottolineare l’immediatezza dell’hic et nunc), una giornata allo zoo: “Al giardino zoologico, su una panchina, / piacevolmente, / le gambe accavallate, appoggiato alla spalliera comodo e incurante / siedo / e fumo e / mi rallegro del bel sole del mattino!” (trad. di Roberto Venuti, in Parnaso Europeo, op cit.). Una panica, taumaturgica immersione non solo nella natura, ma in tutta la realtà circostante anche quando costruita dall’uomo. La pienezza dei sensi racchiusa persino in quel verbo, fumo, incastonato tra le due congiunzioni, in tedesco molto più felicemente ingombranti, und. Uguale appagamento della quotidianità prosaica e del piacere del fumo esprime Scribano nella figura del contadino a passeggio tra i suoi versi: “e il contadino sulla soglia di casa / si toglie gli stivali/ e carica la pipa”(La campagna in autunno, da Oltre il presente). E nel suo viscerale connubio con la natura salvifica, in un distico sillabato come un prezioso aforisma, il nostro poeta conclude il suo messaggio di speranza “In un mare calmo/ ogni uomo è un pilota”.

Cenni biografici della traduttrice
Angela Ambrosini

Scrittrice, docente di spagnolo, vive e lavora in Umbria. Ha conseguito il Master in “Traduzione letteraria” presso l’Università di Siena ed è operante quale traduttrice dallo spagnolo in italiano e viceversa a partire dalla pubblicazione di Don Juan di Gonzalo Torrente Ballester (Ediz. Jaca Book, 1985). È titolare delle raccolte di poesia: Silentes anni, (2206), Fragori di rotte (2008), Quando s’apre palude di cielo (2009), Tempus fugit (2011), Nelle fessure del senso (2011), Controcanto (2012), Tornata è la stagione (2014), e di narrativa: Semi di senape (2007), Storie dall’ombra (2011).
Ha tradotto in italiano testi poetici di scrittori celebri nell’opera Poeti italiani scelti di livello europeo (2012), tra cui: Juan Ramón Jiménez (Moguer, 1881 - San Juan 1958), Alejandra Pizarnik (Avellaneda 1936 - Buenos Aires, 1972), Manuel Machado (Siviglia, 1874 - Madrid, 1947), José María Eguren (Lima, 1874 - Lima, 1942), Francisco Brines (Oliva, 1932), Luis Valle Goicochea (La Soledad, 1908 - Lima, 1954).
Alcune sue liriche in lingua spagnola sono pubblicate nelle antologie del “Centro de Estudios Poéticos” di Madrid. Angela Ambrosini collabora con questa Casa Editrice scrivendo saggi introduttivi a talune tematiche in libri della collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, ed è presente nel 4° vol. della Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (Guido Miano Editore, 2015).

Recensione
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