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I messaggi del tempo

L'incanto della memoria di Maurizio Zanon e Francisco Brines

Traduzione italiana dei versi
di Francisco Brines
a cura di Angela Ambrosini
pp. 7-10.

“In questo tempo che tutto uccide / unica a custodirci –pare- la memoria” (La memoria da Liriche scelte, 2010). È nella memoria, tra i tasselli luminosi di un passato estinto solo a livello cronologico, che Maurizio Zanon recupera il senso stesso dell’esistenza, non indulgendo a riecheggiamenti di programmatica intenzione lirica, ma permeando il poetare stesso di un incancellabile timore di perdita del passato. Emerge la sottile smorfia di un dolore mal trattenuto, di una vita che fluisce quasi ignara tra sgualcite attese, nel ritmo di un limpido linguaggio conversazionale d’improvviso trafitto da profondo lirismo: “quando da ragazzini ci si arrampicava / sugli alberi del bosco nella calda estate / quando si aspettavano i giorni d’inverno al Luna Park / quando v’era tutta una vita da sognare per amore”. Tali versi, conclusivi di una lirica tratta da Come il sole d’autunno (2011), suffragano la sottile osservazione di Flavio Andreoli che “spesso nelle poesie di Maurizio Zanon l’epilogo è nell’ultimo verso, logica conseguenza di chiara premessa” (da AA.VV., Storia della letteratura italiana, Il secondo novecento, vol. IV, 2015, Guido Miano Editore, p. 279).

Se, come abbiamo anticipato, elemento distintivo della sua poesia è un versificare terso e aperto, ne consegue che altrettanto terso e aperto sia il messaggio, non a caso riottoso al ricorso alle figure retoriche. Tuttavia non è raro incorrere (e, come dicevamo, sovente nell’ultimo verso) in un colpo di coda, sorprendente e magnifico, a sovvertire l’andamento della lirica, come questa doppia personificazione di paesaggio e oggetto: “Qui l’aria è buona ancora primitiva / sa di resina, ma non solo: / dalla finestra il bosco entra nella pace del sofà” (Il paese, da A ogni prima luce, 2012). E non sfugga la rima tronca fortemente ritmata con lessemi monosillabici di tre precedenti versi, quasi a voler ricostruire la cadenza scherzosa di una filastrocca, non a caso trattandosi di una lirica che in apertura reca una chiara allusione all’infanzia (“Quando posso mi riparo nei bei monti / nel paese che mi vide bambino”). Altrove, il ricordo del padre innesca un conversare immaginario in seconda persona, disinvolto e d’immediatezza quotidiana che nel verso scandito dai due punti scinde nettamente la poesia in due parti divergenti nel tono, quasi una cesura stilistica: “Son fatto così / come già sai. / Oggi per esempio / con questo sole / anche se fa caldo / pagherei chissà cosa / averti qui / parlarti un poco / iniziare insieme una passeggiata: papà, preparami lassù / una strada fiorita che salga la collina / da dove in cima si possa scrutare il mare / sentire quel suo canto annunciare / l’arrivo d’una bianca alba”. (Prigioniero di un pensiero, da Sonoro,2009). D’improvviso il parlato si ammorbidisce nel tono elegiaco, lento e solenne, dilatato dalla felice allitterazione delle vocali a ed e.

Profonda enucleazione di un passato che sovente sfuma nel leit-motiv della cenere o dell’ombra, è la poesia di uno dei più grandi lirici spagnoli viventi, Francisco Brines, a proporci un presente che costantemente declina nello ieri. “Il tempo passa e va, non ritorna / nulla del vissuto: / il dolore, l’allegria, si confondono / nella debole memoria” (Accoglienza in terrazza, da Parole all’oscurità, 1966). Similmente canta Zanon: “…non trovo più / il ricordo del passato. Vivo l’ansia del futuro, / ignaro del presente che mi sfugge. / Non hanno più faccia i luoghi / della mia infanzia” (In questo giorno la notte, da Liriche scelte). E gli fa eco Brines: “Tutti i volti del passato, sfumati, belli, sono venuti / con la loro purezza o malvagità” (Tutti i volti del passato da op. cit). La consapevolezza del falso ritorno del tempo accomuna i due poeti: “Che luce traspare se il cielo è cupo / se il giorno non dona cose nuove / ma soltanto irrequietezza o depressione?” Chiede Zanon (Non ho che mani per la vita, 2015), mantenendo un atteggiamento scevro da facili crepuscolarismi di maniera. Ombre cupe avvolgono i giorni del poeta valenzano: “È l’ora del ritorno delle cose, / quando i campi e il mare si coprono di un’ombra lenta” (Amore ad Agrigento, da op. cit). Per entrambi, la parola è motivo di ancoraggio alla vita, alla memoria. “Ricordo e scrivo, senza pentimento, si confessa il nostro poeta” (La memoria da Liriche scelte, 2010) pur presentendo che ineluttabilmente il ricordo “s’affievolirà / piano piano, di generazione in generazione. / Si spegnerà così con amarezza ciò che fu nostro: / tutto il vissuto, tutto l’immaginato, la storia(Ibidem). È per questo che con rabbia Brines si domanda: “Cancellata gioventù, perduta vita, in quale / spelonca d’ombre scagliare le parole?” (Successione di me stesso, da Insistenze su Lucifero, 1977). Rari momenti di gioia innescano una trattenuta contemplazione che il poeta spagnolo esprime in tempo verbale presente: “Gli aranci ardono fuori / di luce, e, di vele bianche il mare, salgono / accesi i pini su per il monte” (da Le braci). Commosso balena il ricordo in Zanon, sospeso in un’atemporalità felicemente scandita dai modi indefiniti e alla quale fanno da eco una vibrante rima interna e un rincorrersi di consonanti geminate: “Ricordo allora quelle bianche vele al sole / quel caldo mare infrangersi sul molo, le voci dei ragazzi / appena sussurrate nell’azzurra fuggevole estate” (da Non ho che mani per la vita).

La bellezza della vita è sortilegio, avaro ed effimero, e pur se disilluso, Brines proclama: “Sappiate con quanto gioia vi dico / che è bello vivere” (All’oscurare del bosco, da Parole all’oscurità). Consapevole riconoscenza verso la vita professa Maurizio Zanon nella rievocazione memoriale dell’infanzia, non rinunciando, pur nella gravità della tematica, al tono solennemente giocoso con cui i bambini si fanno promesse: “Dichiaro e giuro di aver goduto appieno / in ogni suo istante questo bel dono” (da Come il sole d’autunno). Ancora una volta senza complicazioni, con trasparente ironia, il poeta coglie il sapore agrodolce della vita.

Cenni biografici della traduttrice
Angela Ambrosini

Scrittrice, docente di spagnolo, vive e lavora in Umbria. Ha conseguito il Master in “Traduzione letteraria” presso l’Università di Siena ed è operante quale traduttrice dallo spagnolo in italiano e viceversa a partire dalla pubblicazione di Don Juan di Gonzalo Torrente Ballester (Ediz. Jaca Book, 1985). È titolare delle raccolte di poesia: Silentes anni, (2206), Fragori di rotte (2008), Quando s’apre palude di cielo (2009), Tempus fugit (2011), Nelle fessure del senso (2011), Controcanto (2012), Tornata è la stagione (2014), e di narrativa: Semi di senape (2007), Storie dall’ombra (2011).
Ha tradotto in italiano testi poetici di scrittori celebri nell’opera Poeti italiani scelti di livello europeo (2012), tra cui: Juan Ramón Jiménez (Moguer, 1881 - San Juan 1958), Alejandra Pizarnik (Avellaneda 1936 - Buenos Aires, 1972), Manuel Machado (Siviglia, 1874 - Madrid, 1947), José María Eguren (Lima, 1874 - Lima, 1942), Francisco Brines (Oliva, 1932), Luis Valle Goicochea (La Soledad, 1908 - Lima, 1954).
Alcune sue liriche in lingua spagnola sono pubblicate nelle antologie del “Centro de Estudios Poéticos” di Madrid. Angela Ambrosini collabora con questa Casa Editrice scrivendo saggi introduttivi a talune tematiche in libri della collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, ed è presente nel 4° vol. della Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (Guido Miano Editore, 2015).

Recensione
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