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Il tempo e la memoria

Il tema del tempo nei testi di Pietro Nigro e di Rainer Maria Rilke

“Attimo finito che sopravvive, / si rigenera / e tenta l’eterno. / Tempo creato da un’illusione / che si finge. / Pensiero che si fa tempo. / Giorno di un te stesso che si clona /…/ E il domani sarà il giorno di un altro” (Futuro, da Alfa e Omega, 1999).

Inesauribile si dipana in Pietro Nigro la meditazione sul tempo, mai svilendosi in un’abulia contemplativa più o meno compiaciuta al suo imperioso e ineluttabile passaggio. A sorpresa, la lirica si chiude aprendosi a un nuovo inizio in un ciclo vitale quasi improntato a un’impersonalità cosmica. La vocazione speculativa del poeta soverchia lo sguardo miope di chi nel tempo solo ravvisa il tempo stesso, spingendosi, al contrario, fino a “guardare al di fuori / dei confini di un cerchio / che soffoca la vita” (Parte del cielo, da Astronavi dell’anima, 2003).

“Cerchi che si tendono sempre più / ampi sopra le cose è la mia vita. / Forse non chiuderò l’ultimo, / ma voglio tentare” (Rilke, Il libro d’ore, Einaudi, trad. di Cesare Lievi). La potenza affabulatoria del grande poeta del Novecento tedesco, Rainer Maria Rilke, converge spesso nella visione simbolica del cerchio, ombra e specchio d’eternità. “Sappiate che il corso del tempo / non è che un passo minimo / nel cerchio del Perenne” (Rilke, I sonetti a Orfeo, Einaudi, trad. di Giacomo Cacciapaglia), ammonisce il poeta boemo, per concludere che “Tutto è riposo: / oscurità e chiarezza, / il libro e il fiore”.

A questa effusa riflessione fa eco, in Nigro, un fluire disteso nel ritmo di versi che si allargano sull’onda del pensiero: “Lento scorre il fiume alle immense acque / che già scorge lontane / e nel suo declinare rive lambisce / di tenere illusioni / che nel suo eterno vagare / affida a gracili radici” (Illusioni, da Il deserto del cactus, 1982). La struttura sintattica replica il movimento del fiume (ancestrale metafora del tempo) annodandosi in una terna finale di elementi bimembri formati da aggettivo e sostantivo che traducono a livello inconscio un’impercettibile immersione nel ritmo dell’eterno ritorno. E l’inquietudine dei versi d’apertura della lirica (“Cos’è questa vita che s’infiltra / latente d’infernali sogni”), si stempera così in una serena fusione con gli elementi cosmici. “La mia vita non è quest’ora ripida / che mi vedi scalare in fretta. / Sono un albero innanzi all’orizzonte”, afferma Rilke in Il libro d’ore, ribadendo quell’inscindibile simbiosi tra tempo ed eternità, tra oggetto e soggetto, tra fuori e dentro, che il poeta di Praga catturò in un termine di suo conio, Weltinnenraum.

In Nigro emerge altrove un ribaltamento del rapporto poeta-realtà, in funzione di una totalità immanente: “Occhi nella notte / che cercano / e la notte che ti guarda / paziente / nell’attesa” (Tu, la notte e il silenzio da Astronavi dell’anima) dove si perde la relazione tra chi guarda e chi è guardato, tra chi aspetta e chi è oggetto d’attesa, in un rapporto alterato anche in ordine al significato del tempo, come se la notte, l’universo, fossero in attesa del nostro passaggio, come se noi fossimo il loro tempo d’attesa. Indubbiamente il fascino delle liriche di Nigro risiede anche nell’esplorazione latente nei terreni del pensiero, risultando la sua poesia sorretta da un afflato filosofico che si fa brivido di parola “Ogni notte / quando tutto mi dorme attorno / sfoglio il pensiero” (Ogni notte da Alfa e Omega). Torna nel poeta siciliano il motivo di un paesaggio umanizzato nel quale l’uomo è sospinto dalla volontà di decifrazione di un cosmo pensante che si somma al pensiero dell’uomo stesso. Nella Memoria del tempo (da Astronavi dell’anima) si propone il motivo classico e sempiterno del carpe diem: “Cogli l’attimo allora / e riponilo con tenera cura /… / richiamalo alla mente / a rischiarare la vita / perché se metà felice / dell’altra ti consolerà solo il ricordo”.

“Tutto ciò che s’affretta / presto sarà trascorso; / solo ciò che persiste / ci inizia all’essere”, canta Rilke nei Sonetti a Orfeo, in risonanza con la tematica universale del panta rei. Il motivo del ricordo a tratti s’innesta in Nigro sull’eco del rimpianto “di momenti perduti per sempre / e speranze che si frantumeranno / senza più ritorni” (Illusioni da Il deserto del cactus), nella percezione inesorabile de “l’alito del tempo”, luogo privilegiato di roventi nostalgie riconducibili a una sotterranea rievocazione della terra natale tanto da poter insinuare con Guido Miano (Sulle tracce di Nausicaa, 1999) che “forse la nostalgia, così insistente” in Pietro Nigro nella “melopea ritmata come il fluire delle onde, insegue tra Il deserto e il cactus quei segni lontani” di un’insostituibile e mai sopita memoria della sua Sicilia. A riaffermare una volta di più il significato etimologico del termine “nostalgia”, riferibile non solo allo spazio, ma anche al tempo: malattia del ritorno.

In PIETRO NIGRO, Il tempo e la memoria, Edizioni Guido Miano Editore,

Milano 2015

Recensione
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