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Gli animali non ridono

Quell'arcano invito alla rinuncia del mondo

L’esattezza della rappresentazione di un ambiente e dei suoi personaggi non nasconde ma dissemina, con impercettibile tratto, un sottofondo di vivace brulichio di forme, la trasparenza di un segreto sguardo visionario e vitale, in po’ stregato e affabilmente quotidiano, che diviene l’autentica voce occhieggiante di Gli animali non ridono di Michele Manfredi-Gigliotti. Attento ai veleni e alle durezze del reale (si veda Pane nero del ’75) e, insieme, fervido cultore di memorie locali (ricordiamo almeno lo studio su Temesa del ’94), l’autore attua con decisione la sua mobile procedura narrativa mediante la quale un fenomeno, ancorché capillare, è osservato nella duplice direttrice di oggettivazione concreta e di contrappunto storico, di costume.

Manfredi-Gigliotti scrive il tempo di un microcosmo, ma lo fa attraversare da invisibili e intricati percorsi che portano altrove, seguendo ogni stazione d’ansia, la ricerca di risposte salvifiche. Le pedine sono collocate tutte al loro posto, quasi a simboleggiare una partita regolare e ordinatissima. E con questo atteggiamento si ottiene  subito un’atmosfera lucidamente ambigua. Il lettore si accorge che qualcosa non è più al punto giusto: è leggermente spostata, incline verso zone di buio, mentre sta già per arrivare la prima scossa dell’imprevisto. Ed ecco, nella guardiola del commissariato di un popoloso centro di Calabria, l’appuntato Occhipinti ricevere da una telefonata anonima la notizia che il professore di Liceo, Rocco Canonico, si è barricato in casa, minacciando di uccidere con una carabina chiunque osasse avvicinarsi alla porta.

Sembra percorsa da un brivido l’aria, però in primo piano sono sempre le cose usuali, la routine, la gente di ogni giorno. Preceduto da un essenziale ritratto spunta il commissario Bruno Caccavari, esperto in micologia. Srotolandosi in un nastro di vedute il paese offre i suoi vicoli, le piazze, l’edicola dei giornali, un ristorante e la folla curiosa e anche  un gruppetto di figure collocate su un piano più illuminato: il preside del Liceo e un giovane studente, assiduo frequentatore delle lezioni di storia del professore Canonico. Senza soluzione di continuità ed esibendo così un abile impiego di agguerrite strategie di racconto, Manfredi-Gigliotti inserisce nel testo dotte pagine sulle colonie greche nel Mediterraneo, sulle vie di comunicazione nell’antichità, sulle migrazioni dei Troiani.

Il romanzo si apre ad orizzonti nuovi, mescola il presente e il passato in una sorta di modernissimo contenitore dove tutto può accadere. Si aprono altri scenari, la campagna di Russia, l’insorgere di ombre sinistre di follia, il distendersi quieto e benefico degli uliveti, l’inserimento di particolari ammiccanti, come la richiesta, da parte dell’uomo asserragliato nella sua dimora, di un trattato di anatomia umana. E’ proprio della narrativa nostra più avanzata e battagliera il mettere insieme materiali eterogenei al fine di raffigurare, in un vertiginoso gioco di interrelazioni, le complesse ragioni del vivere, il visibile e ciò che lo circonda, con verità, malizia, inganno.

Alla radice del libro di Manfredi-Gigliotti v’è una solida cultura classica che riesce a trasferirsi con estrema docilità nella rete degli eventi, in quel flessibili andirivieni dei casi, spesso sibillini, spaziati dal sequestro di persona alla sparizione di ogni diritto, dalla “magaria” a una strana alleanza tra i poteri dello Stato e quelli di uno stregone. Indubbiamente la varietà dei temi, l’imprevedibile assetto delle azioni, il gran gioco ironico dell’autore, che smorza le tempeste, ricavandone solo la forza necessaria, riescono ad attuare un mixer di pathos e di divertimento, fra spunti linguisticamente lussureggianti  e spedite secchezze espositive; fra un moderato quanto scenografico plurilinguismo (si vedano le parlate dialettali; le fisionomie tipiche di alcuni personaggi; una voluta sublimazione dell’eccentrico) e l’evocazione di istanti fissati su un registro interiore.

Si avverte, episodicamente, un gusto pittorico che avvia, in parallelo, un racconto-documento denso di fedeltà alla materia regionale, a quella terra di Calabria tanto radicata nell’animo dello scrittore (nato a Nocera Terinese, ma da tempo residente in Sicilia, a Sant’Agata di Militello, dove esercita la professione di avvocato) e restituita in strutture espressive disposte a disperdere la superficie talvolta neorealistica  in rifrangenze di leggenda. Contemporaneamente le parole (anche quelle sostenute da un volo mitico) diventano una realtà a se stante. E allora l’oscillazione dalla favola all’evento, dalla fantasia alla cronaca molecolare appare come il mezzo più idoneo per esplorare le psicologie dei protagonisti e, soprattutto,  quella di Rocco e del suo tormento (“Certo ben importante doveva essere il problema che tormentava Rocco, se aveva deciso, inaspettatamente, contro ogni logica, lui che della logica aveva fatto supporto per ogni sua azione, di eleggere casa sua ad una sorta di estrema ed ermetica Masada, contro tutto e contro tutti…”). Alla fine, a imporre il suo sigillo è un “messaggio arcano” con sotteso l’invito alla rinuncia al mondo.”

Terza Pagina 20 febbraio 2002

Recensione
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