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Il principe e il contadino

“Un racconto storico, dall’agile struttura a blocchi, con ampi spazi bianchi, improvvise interlineature saggistiche e una decisa piattaforma sapienziale disposta a far salire in primo piano, senza compromettere il flusso narrativo, una serrata ricerca di toponimi, liturgie, teofagie simboliche, radici onomastiche, allineate, ad apertura di paragrafi, in modo ellittico non solo come di una cultura, per una discesa nel profondo di una realtà, ma anche come scenari del passato fatto rivivere attraverso il martellamento lessicale, l’assoluta valenza totalizzante e metaforica, comunicativa e allusiva di vicende inchiodate su spazi semantici ristretti, carichi di forte valore espressionistico.

Con Il principe e il contadino Michele Manfredi-Gigliotti coniuga verità e invenzione anche con una semplice scheda linguistica, in apparenza uno studio di laboratorio, ma in grado di far brillare una lunga scia di volti, avventure, sfondi, momenti di epoche remote, intrecci e suoni fluttuanti nei tempi. Ambientato in un paese della Sicilia nordorientale (San Marco d’Alunzio, durante il periodo della “avventura italica” dei Normanni), Il racconto si snoda con sveltezza attraverso le tante stazioni di approfondimento che l’autore si concede in un gioco di specchi, ribadendo il proprio assoluto dominio sulla materia.

Il disciplinato sguardo sui fatti visualizza subito il corteo regale della regina Adelasia e del figlioletto Ruggero d’Altavilla che sale lungo i tortuosi tornanti alla volta di San Marco che spalanca agli illustri ospiti i vicoli, le grandiose chiese, l’imponente maniero. E qui la trama si articola sull’incontro del nobile fanciullo con il piccolo popolano Ribaudo Calogero, il cui nome nasconde tutta la sua “malandrinesca semantica”. Ultimo di dieci fratelli, cui è costretto ad ubbidire, Calogero conosce la sua libertà nel cacciare serpenti e nello scorrazzare per le campagne. Non hanno segreti per lui quei luoghi, neppure il sotterraneo camminamento che porta lontano dal castello. Il fugace rapporto che lo lega al giovane principe, nonostante la condizione sociale e i linguaggi diversi, sarà destinato a lasciare in entrambi un’impronta indelebile.

L’esile motivo si snoda in un mondo povero e fastoso, i cui orizzonti sono esplorati dall’autore come in anticipo, in successioni quasi prefigurate, dal momento che gli eventi si disegnano senza grandi sorprese, tranne nel finale favoloso. V’è però una latente tensione che si insinua nei personaggi e negli accadimenti: la pagina attenta, segmentata e pur continua assume ogni situazione in un felice impasto narrativo-illustrativo, ora severo, ora più lieve, tra documento, folclore e azione. Anche certi excursus più dotti aderiscono all’intonazione composita, mostrano il gusto per le cose ben definite e per quelle sfiorate, alluse, troncate di proposito là dove avrebbero potuto far sortire nuove storie. E c’è poi il silenzio, il vuoto fra i molti stacchi, e così affiora una folla di immagini uscite dai libri e dalla realtà di quel microcosmo affondato nell’abisso degli anni”.

Recensione
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