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Un caso insoluto

L'amara fine dei gattopardi vittime di rampanti sciacalli

Riflessione misurata e attenta e sorriso amaro e ammiccante, cesellato intreccio di realismo quotidiano e di letteratura, conoscenza profonda degli uomini e, insieme, una sotterranea vena di malinconia sono i pigmenti delle pagine sciolte e comunicative di Un caso insoluto, nuovo romanzo di Michele Manfredi-Gigliotti, calabrese di nascita ma da lungo tempo operante in Sicilia, a Sant’Agata di Militello, dove svolge la professione di avvocato. E sono proprio i ferri del mestiere a dare supporto tecnico a un racconto che si fonda su un caso giudiziario.

Protagonista è il cavaliere Domenico La Calia, discendente da una famiglia di amministratori delle proprietà dei Principi di Sambuca sulla cui sciagurata gestione dei beni il nonno di Domenico ha finito per costruire la propria fortuna. Siamo nel bel mezzo del più conclamato destino dei gattopardi caduti nella rete degli sciacalli. La letteratura siciliana ne ha fatto uno dei temi più ricorrenti, e Manfredi-Gigliotti, inserendosi con felicità creativa in questo solco, mostra una spinta a ritagliarsi uno spazio autonomo, una notevole libertà di fiction, grazie anche alla elaborazione di una prosa ricca di umori, mai chiusa nella notizia, nell’asfissia della chiosa tecnica, bensì aperta a ventaglio ad ascoltare i tanti inviti della vita, il febbrile e chiaroscuro andare delle cose verso le mete che non sono attese. Da qui un segreto sussurro di voci piccole, quasi impercettibili, che brulicano nel nascosto fondo delle contraddizioni umane.

Trapunto di sentenze, che non appesantiscono il discorso, ma si inseriscono anche narrativamente – data l’impostazione illustrativa che le contraddistingue- nel ritmo dei fatti, il libro poggia su due piani che si scambiano in modo fluido gli spazi : quello ampio e talora musicale delle memorie e quello di una registrazione diretta, capillare degli eventi. Ad alimentare le due direttrici concorrono catene di dettagli molto rifiniti (anche i particolari complementari hanno spesso una funzione autonoma che li promuove ad autentiche tessere di racconto) e l’ingresso di personaggi a tutto tondo (basti pensare al ritratto del penalista Turi Lo Schiavo).

Se il motore della vicenda è dato dal coinvolgimento del cavaliere nella sparizione di una notevole somma di denaro dalla cassaforte di una banca, la tensione del romanzo trova subito altri centri di interesse schiudendosi in una serie di episodi nei quali l’autore lascia tracce consistenti della sua efficace vocazione all’analisi psicologica e di ambiente. Il paese dell’infanzia del protagonista, i giorni verdi, i giochi, i costumi del tempo antico, il contrasto fra tradizione e stimoli nuovi, la vecchia casa, la campagna vasta, la città, e poi il lavoro, la costituzione di una azienda, le questioni tecniche ed economiche si susseguono in sequenze essenziali, dettate sempre da uno sguardo che intende trasformare tutto in una avventura umana.

Le singole inquadrature paiono così come sottrarsi al tempo che le sostiene proprio perché sono all’interno di una visione esemplare, destinata a svolgersi in una storia fornita di una sua precisa struttura di fiction. Ogni cosa è vera e, al tempo stesso, fantastica: i quadri si coordinano in un’atmosfera affabulata che concede alle immagini di procedere nitide anche con i loro risvolti simbolici e mitici. E’ allora possibile seguire una complessa storia giudiziaria e scoprire contesti che via via scivolano verso le più ancestrali latitudini della nostra civiltà, l’immenso, oscuro abisso degli archetipi.

Nell’ampio spessore della pagina si inseguono molti temi:la cronaca locale, timbrata da un marcato realismo, si copre pure di «nubi minacciose», abbandona la contemporaneità per rappresentare i «venti di guerra» che hanno sconvolto il »piccolo specchio lacustre» del Mediterraneo, mettendo in ginocchio la Sicilia. Manfredi-Gigliotti ricostruisce con lapidaria puntualità la stagione degli ultimi fuochi del conflitto bellico e degli anni immediatamente successivi, visualizzandoli nell’ottica del suo personaggio in bilico tra presenza diretta, in un plastico piano, e figura di sfondo. A saldare i due ruoli interviene sicura la mano narrativa dell’autore che cancella ogni possibile traccia di ingorgo.

Di conseguenza, pur tanto ricco di problematiche storiche e sociali, il libro non cessa mai di affidare la vasta materia ai tragitti del racconto attraverso la creazione di una rete elastica di intrecci, resi vivi dalla partecipazione di un minuscolo ma variopinto coro di visi, spesso affidati a manovre di dissolvenza. Inoltre, il cambio repentino di scene, non solo nell’alternarsi di passato e presente, imprime al romanzo una varietà di scrittura pronta a concedere l’opportuno rilievo ai fatti, e anche allo spirito critico, alla lezione morale e civile che si agita, ma non intralcia,come si è detto, il naturale, imprendibile andare delle cose.

Da ciò, quel velo di meditazione proprio di chi sa quanto difficile sia sottrarsi all’ingiustizia del mondo”.

Terza Pagina 16 settembre 2005

Recensione
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