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Quel che resta del tempo

quel felice connubio tra il passato e il futuro

Lo sostiene l’autrice stessa (v. la premessa al testo): “Queste considerazioni riflettono in fondo l’Ulisse che è in ognuno di noi: il desiderio della scoperta di nuovi approdi in cui trovare àncore di antiche certezze.”. E Aldo Forbice (nel suo intervento prefativo) parla – a sostegno della tesi – di una serie di racconti che, oltre a costituire un messaggio politico e sociale, riscoprono i valori della civiltà contadina “senza per questo auspicare un ritorno al passato, peraltro impossibile.”.

Avverto di sentirmi in stretta consonanza con entrambe le riflessioni. Dell’ulissismo, molte sono state, nel corso dei secoli, le interpretazioni ma quella che ne dà la Quieti esprime – a mio modo di vedere – l’allegoria più rispondente della ricerca esistenziale umana che trova, nelle vicissitudini dell’eroe omerico, sua piena e veritiera rappresentazione.

Mettere se stesso quotidianamente alla prova significa, per l’uomo, misurarsi con le proprie capacità; ma – chiediamocelo – quali sono queste potenzialità? Sono quelle insite in un progresso che pensa di poter fare tranquillamente a meno del passato consegnandosi a logiche di consumo, di sfruttamento esasperato delle risorse o, piuttosto, quelle che tengono nel debito riguardo l’appartenenza, il cordone ombelicale che sempre ci legherà, nonostante la necessità di doverlo recidere, alle nostre radici?

Quando ci troviamo di fronte “ai grandi dubbi, alle scelte fondamentali, alla disperazione o all’esaltazione” – scrive Daniela – chi ci viene in soccorso? L’esperienza, lo spirito di sopravvivenza al quale si affidano tutte le creature perché, ognuna per quanto le compete, porti avanti il progetto d’amore della vita.

Ecco, allora, chiarito il senso del titolo che la scrittrice e giornalista abruzzese ha voluto per il suo florilegio: proprio così, Quel che resta del tempo perché molto, troppo, se ne sta bruciando con un’accelerazione che cancella, ogni giorno, un pezzo di memoria.

La soluzione – come saggiamente ha scritto il Prefatore – non consiste certo in un inattuabile ritorno alle origini, persino dannoso, ma in un altro genere di recupero, questo si, la salvaguardia di quei valori che non sono affatto desueti o anacronistici come lo sviluppo della società tecnologico-industriale e consumistica ha voluto farci credere. L’augurio, invece, è quello che l’umanità riesca – prima che sia troppo tardi – a trovare in qualunque presente quel felice connubio che unisce il passato al futuro.

Per non togliere al lettore il gusto d’immergersi in queste atmosfere, non ho inteso addurre riferimenti testuali, tuttavia mi piace segnalare almeno due di queste storie nelle quali l’amore di Daniela Quieti per la propria terra ed i suoi costumi travalica il regionalismo per aprirsi all’universalità di quei principi di cui finora si è discusso.

Mi riferisco a D’Annunzio e ’A Vucchella, dove i contadini abruzzesi – i siloniani “chill co’ ‘a fune” (i cafoni) – divengono il simbolo di un riscatto sociale di ben più ampie proporzioni; e al racconto che chiude il libro, Un album in rosa, del quale basterebbe citare un brevissimo pensiero: “Tutti i maschi sono figli delle donne” per rendersi di nuovo conto della portata antropologica dell’opera.

Per rafforzare l’idea che, con questa raccolta, si porta un po’ di ossigeno agli asfittici polmoni dell’uomo moderno, concludo allo stesso modo in cui termina il narrato di pagina 81: “All’Ufficio Immigrazione degli Stati Uniti Albert Einstein, interrogato su quale fosse la sua razza, rispose: “Sono di razza umana”.
Recensione
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