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Il Dialetto della vita – Il Sogno la Vita la Bellezza

La ricerca del Sé nella poesia di Montalto e Tucci

Dalla Presentazione dell’opera
a Petrizzi, P.zo Tucci

Risalendo appena all’Ottocento incontriamo un libro assai bello Il mese di maggio nella Marina di Davoli di Saverio Tucci, al quale è intitolata una strada di Davoli Marina.

Il Novecento poetico dei Tucci è segnato dagli oltre 40 volumi di poesia di Luigi Tucci, padre di Domenico Antonio.

Il duemila poetico della Famiglia recherà, a giudicare da questi primi 16 anni, l’impronta di Domenico Antonio Tucci, il poeta che ha appena edito con Pasquale Montalto l’opera Il Dialetto della vita – Il Sogno la Vita la Bellezza .

Personalmente, com’è ovvio, non ho conosciuto il primo, ma ho conosciuto, ne sono stato amico, recensore e commemoratore, il secondo.

Conosco poco, per motivi anagrafico generazionali, il terzo, del quale mi appresto a presentare la Silloge (2015) Il Dialetto della Vita - Il Sogno, la Vita e la Bellezza, scritta insieme a Pasquale Montalto che sarà presentato da Giorgio De Filippis, e che sono stati per me un’epifania e mi fanno affermare quanto or ora ho detto sul DNA poetico dei Tucci.

Una sola poesia dirò io, che non sono un fine dicitore, ed è la poesia che apre il volume “Il guaritore ferito”, una sorta di commosso testamento poetico, che il padre Luigi Tucci, indirizza al figlio che inizia a poetare: Ho visto i tuoi versi, figlio,/che scorgano da una sorgiva,/che hanno il candore del giglio,/ il fresco fluire d’acqua viva./ Un iter miglio per miglio/ che meta di un sogno, ove arriva/ chi avanza in un dolce miglio,/rispetto a bianchissima riva,/ io forse vorrei in compagnia,/seguirti in amore e dolore,/ vedere i paesaggi; le ore/ passar per la stessa tua via./Io questo per sempre vorrei/ ed il cuore sarebbe appagato/e penso che mai superato/ il gaudio sarebbe ch’avrei.

Poesia e critica

Parlare di un libro, e un libro di poesia in particolare, mi trova quanto mai disarmato come il prete del Miracolo di Bolsena che celebrava l’eucarestia senza crederci e al quale solo lo sgorgare del sangue dall’ostia apre il cuore alla fede.

Non è che io non creda nella Poesia, qualunque ne sia la forma (e in ciò concordo con Calvino e con Fusca), ma stento a credere che una terza persona possa penetrarne l’essenza, di per sè misteriosa, per definizione misteriosa: è la forma che il poeta dà ai suoi sentimenti più reconditi che non è disposto a svelare al lettore se non in parte, essendo essi parte di quel se stesso misterioso e segreto.

Del resto 400 anni fa Cervantes era su queste posizioni!

“Un mio amico intelligente rispose: Don Chisciotte era del parere che nessuno dovrebbe affaticarsi a glossare versi, e la ragione, secondo lui, era che una glossa non può mai corrispondere al testo, e che spesso, o per lo più, la glossa esce fuori dalle intenzioni e dal tema di chi propone i versi da glossare!”

I critici letterari si arrovellano intorno ai versi dei poeti cercandone, spesso al di fuori di essi, i significati: ma chi saprà mai cosa c’è dietro ai versi danteschi “ quel giorno più non ci leggemmo avanti”, o “poscia più che il dolor poté il digiuno” al leopardiano “e il naufragar m’e dolce in questo mare” ?

Se ciò vale per la poesia dantesca e leopardiana, a maggior ragione vale per la poesia nel suo farsi, quella che accompagna e tenta di dare significato alla vita quotidiana del poeta, come nel caso dei versi di Domenico Tucci.

Sicchè “presentare” un libro di poesia a persone che il più delle volte non l’hanno nemmeno letto, mi riporta ad una liturgia alla quale non credo, come il prete di Bolsena, a meno che non ne sgorghi evidente il sangue, come dall’ostia consacrata.

Lo scritto e la parola “parlata”

Se fossi un critico letterario mi arrovellerei intorno alle parole, ai loro suoni, alla loro connessione, compiendo un’operazione logica che è tutto il contrario del procedimento di composizione poetica, nel tentativo di violare il segreto del poeta.

Per mia ventura non sono un critico d’arte, ma solo il lettore di un libro di poesia, anzi di due libri che mi hanno affascinato e ne posso parlare solo dal punto di vista di questa fascinazione, tentando di trasmetterla.

E come posso trasmetterla leggendo un testo scritto, quando so bene, per esperienza, che il veicolo autentico delle sensazioni, dei sentimenti, delle fascinazioni è la parola parlata che va direttamente dalla mente e dal cuore alle menti e ai cuori, da me a voi? Solo perché l’amico poeta preferisce rileggerle nella quiete del suo studio, non butto via queste carte.

Senza aver letto il “Guaritore ferito” con il suo tormento nella ricerca esistenziale, heideggeriana, del proprio Dasein, la poesia del “Il sogno, la vita e la bellezza”, sarebbero solo un bel canzoniere d’amore, mostrerebbero solo, del poeta, l’estasi, quasi inspiegabile senza conoscere il tormento da cui essa germoglia e fiorisce.

Mi pare di intravvedere ne “Il guaritore ferito” quello che i Tedeschi chiamano Daseinenalyse, cioè un’analisi esistenziale che riporta alla filosofia dell’Esistenzialismo e, in particolare, ad Heidegger che usa il termine Dasein (= esistenza, esistere), per indicare il modo di essere proprio dell’uomo, l’esserci che è costitutivo dell’uomo, perché egli è, soltanto in quanto ha un ci, cioè un orizzonte in virtù del quale si rapporta agli altri enti; in questo senso per Heidegger, “l’essenza del Desein consiste nella sua esistenza”.

Ne “Il guaritore ferito”, ovviamente a livello poetico, Tucci è alla ricerca del ci, un’esistenza alla ricerca del rapporto con gli altri; traducendo quell’ansia in termini filosofici, quell’io che cerca il Sé, non è che la ricerca del proprio Dasein, della propria esistenza rapportata agli altri, anzi all’altra, che troverà ne “Il sogno, la vita e la bellezza”, dieci anni 2005 – 2015 di tormento intellettuale e sentimentale, fino a trovare nell’amore di Caterina e in quello dei figli il proprio ubi consistam.

Ispirazione e espressione

Poesia profondamente meditata, quindi, quella di Tucci.

Nessuno pensi – anche se molti ci giurerebbero – che il poeta sia folgorato dal raptus dell’ispirazione, quasi in trance, quando compone i suoi versi.

Fra l’idea poetica che balena e la composizione poetica, c’è il filtro della propria cultura; non altrimenti che nel musicista al quale frullerà una melodia, ma per tradurla sul pentagramma dovrà piegarla alle regole dell’armonia e del contrappunto anche se non sempre a quelle delle forme della sinfonia o della sonata o del trio o del quartetto; e il poeta, a sua volta, anche se non più obbligato alle rima e alle forme del sonetto, della canzone o quant’altro, dovrà dare alla sua idea Poetica la non facile armonia della parola, nel suo valore semantico e musicale.

Si racconta – è Umberto Eco a ricordarlo nella sua preziosa postilla del 1983 a “ Il nome della rosa” – che Lamartine scrisse di una sua celebre poesia che gli era nata di getto, in una notte di tempesta, in un bosco. Quando morì, si ritrovarono i manoscritti, con le correzioni e le varianti e si scoprì che quella era forse la poesia più “lavorata” di tutta la letteratura francese.

Tanto mi sembrava necessario per capire il processo catartico che c’è dietro, meglio dentro, la poesia di Tucci.

Dicevo, all’inizio di questa chiacchierata, e che non pretendo, di entrare nel mondo misterioso del poeta, nei suoi sentimenti più reconditi; non mi arrovello, quindi, a cercare il perché dei titoli che egli dà alle sue opere.

Trovo originalissimo, che il Poeta sciolga la sua angoscia nella bellezza.

La bellezza

Sulla bellezza sono corsi fiumi di inchiostro e altri ne scorreranno. Ma ciò riguarda gli studiosi di estetica.

Non c’è dubbio, che Tucci abbia, nel proprio vasto bagaglio culturale, un suo concetto estetico di bellezza, ma altrettanto sono certo che esso è solo il retroterra dei suoi versi della silloge “la bellezza”, la sua opera più recente.

Ebbene, io azzardo, si badi azzardo soltanto, che egli si rifaccia al concetto greco di bellezza – Kalòs, che come è noto, è sottilmente connesso con quello di buono, virtuoso – agatòs tanto che le due parole, fuse da una crasi, divengono un tutt’uno – kalòs agatòs – che esprime il concetto di eccellenza sotto ogni aspetto.

Ma vorrei ricordare, con Emanuele Trevi, (lettura del Corriere della Sera N. 243 24/07/2016) un illuminante frammento di Saffo su cosa ci sia di più bello al mondo; la poetessa risponde che essa esiste, sì, ma non è una, bensì una pluralità che assomiglia all’infinito, perché consiste in ciò che uno ama, qualcuno in particolare, un singolo. Noi possiamo essere indifferenti a ciò che un altro ama. Con la massima autonomia e libertà. Per ampio che sia il consenso su un’opera d’arte, un paesaggio, un corpo, uguale per tutti è solo la scorza, cioè la parte caduca.

Conclude l’articolista “Come e quanto possiamo amarla, questa cosa, dipende da ciascuno nella sua solitudine, ma è solo là che quella cosa è vera, è solo lì che è bella”.

Concludo

“Il guaritore ferito” esprime il tormento dell’Io che cerca il Sé, cioè il Desein, sicché io ritengo esso vada letto come un continuum, dal quale estrarre brani è come estrarre schegge da un corpo ferito, anzi da un’anima ferita.

Le due sillogi: il guaritore ferito e la bellezza, rappresentano il raggiungimento del Sé, tanto, più importante, perché è la risultante di un lungo travaglio spirituale, doloroso, più che per fatti specifici, per situazioni esistenziali, che hanno gettato il tumulto nell’anima del poeta.

Certo quel passato resta quale patrimonio genetico del Poeta che consegue sì la serenità, ma non la gioia spensierata.

Che credo nemmeno cerchi, com’è proprio degli esseri umani che hanno la fortuna (o la sfortuna ) di pensare e meditare sui perché della vita.

Recensione
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