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Il pollice smaltato

L'u1tima fatica della poetessa e scrittrice romana che ha dato alle stampe numerose raccolte sin dal 1996, segnalata all'attenzione dei lettori da prefatori come Dario Bellezza, Stanislao Nievo, Donato Di Stasi, Marco Palladini, ed ora Gualtiero De Santi che ha curato l'introduzione alla silloge citata.

Il Pollice smaltato, a prima lettura, confermata da un più attento esame, si colloca autorevolmente, sia per il linguaggio sperimentale, sia per i contenuti, nel filone della poesia ‘civile', come in precedenti pubblicazioni, esasperando i toni rocciosi e diretti – usando un lessico antiletterario – mirati a colpire i bersagli indicativi della confusione in cui la nostra società sinistrate naviga.

Così, l'invettiva, la polemica, la condanna di uomini e cose, considerati nella loro cruda visibi1ità, si trasforma, ad opera della parola-messaggio, in un documento di rara efficacia ed incisività.

C’è del coraggio, e quanto, nella denuncia di questo poeta-donna che grida la sua rabbia e indignazione, come farebbe un personaggio del teatro di Osborne o di Brecht, e di Brecht ci porta anche un'eco di quell'amara rivoluzione fallita, attuale ora più che mai.

È sufficiente scorrere nell'indice i titoli che dividono, solo formalmente l'esposizione delle singole liriche, per riportare ad unità la tematica e l'ispirazione (“When”, “A mezzanotte”, “La teoria dei Quel”, “Mala tempora”, “Down”, “Sera obliqua”), e definire tout- court “civile” questa poetica.

Anche quella scansione semantica – che si rivela nella maniera grafica (v. le righe in neretto e le maiusco1e), nella ossessiva ridondanza dei concetti, a tratti in variabili incontinenze verbali, e nell'alternanza non sempre consequenziale delle strofe – è usata in funzione di un discorso organico e suggestivo, finalizzato ad una ironica e disperante chiusura (si legga “Il divario”, “Ubi Bene”, “Zunnare”).

Altrove le contraddizioni stridono e ribaltano, con la loro essenza retorica e sfrangiata, in un raffronto umiliante le vestigia del passato, come nella lirica “Leggerezza pentagrammatica”, o si fanno uragani, incendi, bombe d'acqua, vendette della natura (v. “Quell'estate”): affabulazioni negative di un racconto drammatico, che si avvalgono di un nutrito repertorio di immagini, ora misurate, ora espressioniste, ma sempre tratte dall'osservazione della realtà.

Lo spirito di avanguardia cubo-futurista, come acutamente osserva Gualtiero De Santi, che permea di sé diffusamente il tessuto poetico della raccolta, rivive nella distruzione dei dogmi letterari, spesso ancora fermi ad elegiache celebrazioni e al vecchio soggettivismo lirico, indifferenti alla dinamicità e mutevolezza della vita moderna.

Possiamo dunque concludere che quello della Forti è un attacco al linguaggio della tradizione poetica, senza perdere di vista la linfa di quel processo culturale che si nutre del verso libero, dei ritmi cantilenanti, della filastrocca, o addirittura del catalogo o sequenza alla maniera di Belli (si veda “Default” o “Photofinish”) una sorta di elencazione di cose e persone che ci riporta alle estrose invenzioni plastiche di Man Ray o all’urto visivo della Pop-Art.

Quasi inevitabilmente questa disamina ci porta ad evocare l'ombra del Palazzeschi futurista, del cantore critico della società borghese e della sua ideologia, ricordare la sua famosa lirica-canzonetta “Lasciatemi divertìre”: “Infine, | io ho pienamente ragione, | i tempi sono cambiati, | gli uomini non domandano più nulla | dai poeti | e lasciatemi divertire”.

È interessante il riscontro della Forti sui poeti nella lirica che apre la racco1ta, “Se non altro”: “Strana gente | strana gente | i poeti | ...strana gente|stralunata | ma se non ci fossero bisognerebbe inventarli | se non altro | per giudicarli”.

Non a caso, quando posa il suo sguardo lucido e impietoso sul potere, la Forti distingue tra l'uniformità passiva del gruppo, e la pericolosità del singolo, e chi se non il poeta che possiede l'arma micidiale della parola, può essere “più pericoloso nella sue follia anarchica | non adeguativa”?

Armata è la Forti, quando stigmatizza l'assenza dj. sacralità nelle azioni dei potenti e di quanti, in branco, rubano e uccidono (“cloni di società | crudele vuota senza emozioni | corrotta”); quando si attarda in pause di silenzio rappresentate da spazi bìanchi, per rendere polivalente ed evocativo il contrappunto ritmico delle immagini.

Armata è la Forti, poeta “civile” quando elabora una profonda coscienza critica, ne1 descrivere “il sentimento del tempo”, tanto per usare un'espressione ungarettiana, levandosi in alto sul mero contingente in quanto occasione storica.

Recensione
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