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Da questo mare

Gian Piero Stefanoni mi ha fatto dono del suo libro Da questo mare, edito dalla Gazebo (2014), quando ci incontrammo alla presentazione di La bellezza non si somma di Roberto Maggiani e in quell’occasione qualcuno parlò di “preghiera laica” (a mio avviso un ossimoro senza via d’uscita) a proposito delle poesie di Maggiani e io e Gian Piero ci dicemmo che anche per noi la poesia è una preghiera. Una preghiera per niente “laica”, una preghiera profondamente e spiritualmente umana che ricerca una relazione con l’Altro in noi e in tutto ciò che ci circonda: creature e cose.

E dunque nel libro di Gian Piero Stefanoni ritrovo la stessa sostanza del mio fare poetico ossia, in particolare, il non temere di trovarsi faccia a faccia con il divino. Ritrovo anche il coraggio e la forza del suo essere luminosa testimonianza dell’amore divino colto nelle sue molteplici espressioni. Fin dall’inizio, dedicando otto componimenti alle “Crocifissioni” di Manzù, Stefanoni sembra suggerirci che l’arte in tutte le sue forme è la via privilegiata per raggiungerlo, che tutta l’arte è una forma di preghiera che si nutre della dimensione verticale e di quella orizzontale (le stesse della Croce) ma tra queste spicca la parola poetica che forse è l’unica delle arti che ha mantenuto una sua purezza, riconducibile a quando la letteratura «riusciva ad essere portatrice di valori non esclusivamente letterari» (come scriveva Giudici chiedendosi se la poesia abbia ancora senso) e si è sottratta dunque dalle direttive commerciali del mercato editoriale.

La poesia così come emerge dalle pagine del libro di Gian Piero Stefanoni ha ancora senso e dà senso alla nostra vita o quanto meno ci offre delle indicazioni che ognuno può far proprie e rielaborare per una sua personale ricerca: «dai al tuo cuore giusto pensiero, giusta anima e il riflesso in voce del tuo bene.» Quello che il poeta ci offre è una sorta di pellegrinaggio attraverso luoghi che si fanno specchio al suo mondo interiore, specchio e pretesto per una riflessione sull’umana condizione di creature che vivono l’esperienza terrena come un esilio, che sentono che la loro patria non è di questa terra. Credo che tutti, credenti e non credenti, abbiamo, almeno una volta nella vita, sentito un senso di spaesamento e che non è tutto qui oltre alle domande fondamentali che gli esseri umani da sempre si pongono.

W.H. Auden ha scritto: «Ogni poesia che tenda a chiarire il significato della vita deve interessarsi a due problemi su cui tutti gli uomini che leggano o non leggano poesia, cercano di essere illuminati: 1) Chi sono io? […] 2) Cosa dovrei diventare?» Auden mette l’accento sull’autenticità perché la poesia quando è autentica è lavoro dentro l’individuo e con l’individuo, interrogazione, tensione verso il vero. Ed è verso la verità che Gian Piero Stefanoni tende, la verità della Bellezza, del Bene, della Giustizia che tuttavia inevitabilmente si scontra con il male. Il male che colpisce gli innocenti come ci ricorda nella poesia dedicata a Stefano Gay Taché, il bambino di due anni morto nell’attentato alla Sinagoga; il male che colpisce chi cerca di realizzare la propria umanità operando per il bene comune come nella poesia dedicata a Vittorio Arrigoni e il male, diciamo, quotidiano. Gli affanni, le sofferenze, le difficoltà, le preoccupazioni di tutti i giorni che affaticano il cuore umano, lo provano. Ma su tutto ciò splende la luce della consapevolezza dell’amore divino che è una fonte a cui noi dobbiamo attingere per trovare la forza per operare nel bene e per il bene senza attenderci interventi dall’alto, ma sentendoci e rendendoci responsabili in prima persona perché in ognuno di noi risuona ancora la domanda: «Dov’è tuo fratello?» Andare a Lui, nutrirci del Suo amore e poi renderlo concreto attraverso l’opera delle nostre mani, del nostro cuore. «Non darti nome ma appartieni / al mistero che anche di te sarà terra / e specchio imparando il sentire», scrive Gian Piero Stefanoni nei bei versi iniziali della poesia Lungaretta.

Il mistero che circonda la vita umana e non solo, è avvertito non come un muro impenetrabile ma, al contrario, come un possibile varco per aprirsi a un tempo altro, a un tempo di speranza. «Il male urla forte ma la speranza urla ancora più forte» afferma il poeta nella poesia Navicelle. La speranza, dunque, che salvaguarda dallo scoraggiamento e non è una passiva attesa ma anzi pretende da ciascuno una vitale azione, una attiva partecipazione all’opera creativa di Dio. Ed è significativo che il titolo di questo libro sia quello di un poemetto messo a conclusione del libro in cui è narrata la storia di uno dei tanti naufraghi venuti a morire tra le onde del nostro mediterraneo a sottolineare lo stato di precarietà della vita umana. Tutti su un barcone che ondeggia sul mare dell’esistenza.

Gian Piero Stefanoni pertanto attraverso la sua poesia cerca di interpretare i “segni del tempo” perché, come dice Mario Luzi, la poesia «lavora a strappare alle immagini del tempo la loro temporalità» e dunque a dire «l’essenzialità oltre l’individuo» (O. Elitis). Percorrendo e lasciandoci percorrere e attraversare dalla parola poetica di Gian Piero Stefanoni percorriamo e attraversiamo la storia umana e la “storicità” di Dio che non rimane relegato nell’alto dei cieli ma decide di incamminarsi per le strade polverose dello spazio terreno assumendo il volto di ciascuno di noi e in particolare dei più umili e dei più disgraziati. Con la sua poesia e direi pure con la sua fede Stefanoni sente e vede e ci fa vedere e sentire l’abbraccio del tempo con l’eternità e per farlo bisogna avere uno sguardo che sappia vedere oltre l’esteriorità del tempo umano per cogliervi l’attimo dell’eterno divino".

Recensione
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