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Fuori dal circuito

Quindici osservatori intorno all’opera poetica
Maschere, pelle e dio
(Poesie) di Antonio Coppola

  • In I di copertina:
    Claudio Perri
    , Chinese Door I - Liberintro - cm. 26,7x20x3,5 - 2004
  • In II di copertina:
    Claudio Perri
    , L’avventura randagia - Liberintro - cm. 14,5x21x1,4 - 2015
  • In III di copertina:
    Claudio Perri
    , Chinese Door II - Liberintro - cm. 26,8x19,2x3,2 - 2004

Marilla Battilana - Paolo Carlucci - Giuliana Lucchini -
Roberto Pagan - Silvana Folliero - Sabino Caronia -
Daniela Quieti - Giorgio Linguaglossa - Monica Martinelli -
Francesco Dell’Apa - Fausta Genziana Le Piane -
Marzia Spinelli - Andrea Mariotti - Robertomaria Siena - Enrico Bagnato

Edizioni ESS Editorial Service System srl, Roma 2015

la Scheda del libro

A Beatrice, mia nipotina,
fiammella azzurra come rondinella in volo
La critica è finita, la critica è soltanto un’appendice
dell’ufficio stampa delle case editrici,
fa parte del balletto dell’industria culturale.
Vi fate ancora domande sulla critica? È solo questo
(E. Golino)

I veri libri non devono essere i figli della notorietà e delle
discussioni di salotto, ma dell’oscurità e del silenzio.
(M. Proust)

Ha un senso pubblicare e dare una lettura di punti di vista per identificare un poeta? Forse si forse no. Questi itinerari non bastano da soli ma potrebbero generare ulteriori confusioni di percorso. Il libro in osservazione, Maschere, pelle e Dio, a strati sovrapposti è lo sguardo retrospettivo, categoriale di ogni tormento rispettoso nei versi. Ieri, Paul Eluard scriveva: “La solitudine dei poeti declina. Essi ora sono uomini tra gli uomini, posseggono fratelli”. Troppo vere le ammissioni del poeta, purtroppo per noi; ed è per questo che il poeta vero diventa sempre più raro, non lo incontri certo nei saloni putrefatti dei “rimorchiati”.

Qual è la sorte dei poeti veri? La sorte di questo scompiglio è la mala fede dei critici, gregari delle Case editrici, di tacere sui poeti validi che neppure vengono citati nelle storie letterarie, carriaggi di compari. Non dimentichiamoci di Maria Grazia Lenisa quel suo dire che faceva testo : “ Bisognerà distinguere, in chiave letteraria, il senso del termine Emarginato dal Marginale. Non vi è poeta emarginato oggi che non sia splendidamente “conosciuto” e oscuramente temuto (il gruppo o conventicola si comporta come un unico struzzo che nasconde la testa nella sabbia), anche se non ammesso entro i margini di un elenco di persone apparentemente riconosciute” Noi andiamo fieri di un apparato onesto di critica non soggetta alla vigliacca schiavitù delle case editrici. Siamo convinti che l’identità di un poeta si conquista attraverso bruciature interne, percorsi difficili e aspri. Il nostro modesto parere sulla poesia è che un poeta, in tanti anni di attività scrittoria, non deve arrischiare o barare. Per la titolarità del sunteggio dobbiamo esprimere gratitudine a tutti sulle lunghezze d’onda su cui, ognuno dal loro osservatorio, han segnato alchemici punti di contatto, si è certi di una cosa: la critica d’oggi, quella cosiddetta “ufficiale”, incarna un doppiogiochismo prudente e un rapporto con il lettore fortemente ambiguo.

Antonio Coppola

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Marilla Battilana

Due libri sul mio tavolo

Due Libri sul mio tavolo
resteranno celebri, penso i primi versi: Poesia / ti allevo da prima il diluvio, così come altri della lunga composizione: Poesia / Giorno dopo giorno sei stuprata / spinta nelle paludi e affogata, / resisti cara Musa all’oltraggio / della penna / alle correnti ascensionali;…

Sono capitati per caso sul mio tavolo (ma io credo al destino, non al caso) due libri. Il primo è una raccolta di versi opera di Ahmet Zirek, nato verso il 1957 a Beytussebab nel Kurdistan turco. Zirek è un attore: perseguitato in patria per le sue attività culturali, prosegue ora in Francia dal 1980 l’attività teatrale. Il volume molto ben composto e illustrato suggestivamente, è intitolato Pensa che… Edito dal Circolo Culturale Menocchio, Montereale Valcellina (PN) 2004, 120 pp. si onora di una posta fazione di Pedrag Matvejevic colma di entusiasmo e amicizia per come è trattato dal poeta il tema dell’esilio forzato. Il secondo volume è di Antonio Coppola, Maschere, pelle e Dio, (editorial Service System, Roma 2014, pp.186) con prefazione di Robertomaria Siena. Quale legame obbligato fra i due libri? Nel 2004 Antonio Coppola presentò una silloge di poesie sul massacro dei curdi per “gassificazione”: Morte ad Halabja , (E.S.S., Roma). La plaquette viene ripresentata in toto nella sua ultima silloge sopra citata, come doveroso omaggio di poesia “civile” per un popolo ferocemente perseguitato nel tempo, ma in particolare ad Halabja, a seguito di una guerra “inventata ma avvenuta” per volere del dittatore Saddam Hussein, con la tolleranza di quelle autorità mondiali che avrebbero potuto/dovuto intervenire…

Quest’ultima pubblicazione di Antonio Coppola è, di fatto, una raccolta di suoi testi vecchi e nuovi, editi e inediti. Si apre con la ristampa di Frontiera di maschere (1978): ora introvabile nell’edizione iniziale: Giusto salvare dall’oblio un’opera che continua ad avere profondi significati collegati con il nostro tempo:Ognuno Fuori dal circuito al rituale, pronti di maschera, / v’ho incontrato frontiere di maschere / almeno da vivo, da morti il primo / appuntamento smascherato (p.16). Oppure si veda (p.53): Giunge in massa l’emigrato lo scatolone cordato / la teoria di parenti con l’impagliata di vino / stretta nelle mani / …./ parte la carovana / e parte il sacco di parenti per l’uscita … Nella sezione Poesie inedite 2014 l’ouverture è un appassionato, traboccante omaggio all’arte più amata: “Poesia”.

Resteranno celebri, penso i primi versi: Poesia / ti allevo da prima il diluvio, così come altri della lunga composizione: Poesia / Giorno dopo giorno sei stuprata / spinta nelle paludi e affogata, / resisti cara Musa all’oltraggio / della penna / alle correnti ascensionali;…(p.62). Sono ormai superati, implica Coppola, gli esperimenti novecenteschi, crepuscolari o ermetici in successione, per i quali anche il Nostro è passato. Qui l’attualità di questa forte lirica, che non evita parole colloquiali e pittoresche, quando occorra, si ritrova coerentemente dall’inizio fino alla conclusione “Gemono i morti a Prima Porta” (p.83): Quest’inverno coatto / fa smottare le montagne / …/gemono i morti a Prima Porta , / i vivi salvi per miracolo dai soccorsi. “Bicarbonato concentrato” è ulteriore celebrazione dell’arte prediletta e ineludibile, destino segnato e ribattuto a fuoco nell’animo di chi è “vocato”: Ci divora e mi divora la divinazione / il suo propagarsi all’umano (p.71).

E pure l’inizio di questa composizione è crudo e chiarissimo: Lo sanno che la poesia non rende, con le chiose ironiche, anzi sarcastiche su coloro che “spingono sull’acceleratore” attraverso assurdità ed ellissi. Paesaggi, folgorazioni e sradicamenti 2013-2014, capitolo misto di editi e inediti, coinvolge l’animo di chi legge con pittoresche, anzi pittoriche, evocazioni del mondo naturale e di luoghi cari al poeta di Reggio Calabro. Si vedono “la rotonda amata”, “Mediterraneo”, “Limoni appena colti” fra le prime composizioni, oppure si osservino liriche su luoghi più lontani quali “Isola d’Elba” dal dettato classicheggiante o, diversa per il tono polemico, “Cesare e il Colosseo” in cui si paragona la cura della città in antico a quella odierna: Nuvola avversa che hai partorito / un diluvio d’acqua, tu lo sai che oramai sono / un forestiero nel tuo corpo obeso di puttana. Rari ma intensi gli accenni alla passione amorosa: “il tuo corpo caldo” è omaggio di affetti e sensi in attesa dell’amica Telka lontana. Si parla, per intensità di sentimenti/sensazioni espressi con suggestiva libertà linguistica, di poesia coppoliana perfino “barocca”. Ma più rattenuta e classicheggiante risuona la vena evocativa del Poeta nella parte che segue. In altro modo efficace è qui la sua vena di evocatore di sogni, aspettative, ricordi amorosi, slanci erotici attesi, vissuti o ricordati come in Specchio di malìe. Esiste una edizione-omaggio all’artista Adriano Gentili, Malìe, da lui illustrata, in 150 esemplari, edita in Roma 2014. In Maschere, pelle e Dio si ritrovano in bella sequenza le tredici brevi liriche, in italiano ma con l’aggiunta di una traduzione in francese e di una seconda in inglese, anch’esse in versi. Segue, si suppone in voluto contrasto per aumentarne il risalto, la riedizione della plaquette del 2014, Morte ad Halabja: definita già dall’Autore “poesia civile”, come conferma la esauriente prefazione di Mario Lunetta. Qui in particolare si adatta, in vari punti della scrittura poetica, l’aggettivo “potente” in pietà e invettiva per un eccidio in special modo disumano per il metodo usato, notoriamente proibito dalle norme internazionali di legge, anche per le eventuali conseguenze sui pochi sopravvissuti… La conclusione del volume “E venne lo spirito nelle tue mani”(p.181) si impone al lettore, a ogni lettore, come manifestazione privata, di cui - mentre posso e devo lodare l’efficacia espressiva o addirittura espressionistica del testo - per  decisioni a priori non azzardo alcuna valutazione personale. Sarebbe frivolo aggiungere chiose critiche o letterarie alle parole che il Poeta rivolge a quel Dio cui, come appare, liberamente e nobilmente si arrende.

° ° °

Paolo Carlucci

È cuneo di forza in lui l’accostare il fuoco barocco
della parola-immagine allo stordimento del presente
.

L’orizzonte credo più autentico entro il quale collocare la poetica di Antonio Coppola sia quello di un impeto vitale che si fa onda di storia, cellula di ricordo nell’eracliteo flusso del tempo. Ècuneo di forza in lui l’accostare il fuoco barocco della parola-immagine allo stordimento del presente. È in questo iato che l’impeto lirico, appassionato e struggente si fa in Coppola, cifra di uno sradicamento, c’è sete di una ricerca nella rovina di un’onda storica che, spezzandosi rinvergina il suo sogno poetico, intenso canto di una memoria all’unisono sentimentale e sociale. Queste riflessioni scaturiscono dalla lettura perspicua dei suoi versi, editi e inediti ed ora raccolti in un volume corposo, anche in virtù di traduzioni in inglese e francese di alcune sillogi che provano del Nostro la fedeltà alla Musa. Poesia / Ti allevo da prima il diluvio. Sin dalla seconda raccolta, Frontiera di maschere (1978), Antonio Coppola rivendica come sua radice di poeta, l’urgenza lirica. La seta dei ricordi domina, infatti, molte delle sue vedute del Sud. Fermo al tuo giorno d’ognissanti, / ricordi il mattino che vedesti cantare / la civetta?... La casa ha un lontano sapore di anice / rigida balaustrata / t’appartiene un grumo di memorie, un raspo di uva saccheggiata. Il vento del mito del Sud lo affascina, spaesandolo  però come apolide della memoria. Pure nella folla di un’umanità di maschere, cappelli abbassati in questa giungla divoranti semidèi, irrompe il bisogno di una passione totale, che smalta di etica.. verghiana le sue amare riflessioni sull’uomo solo ruggine di tempo colto nella sua somiglianza al contadino strapaese / chiuso in fradici ricoveri,/ la lezione dura al vento, al mare / il pescatore infilza il sarago. Offre spesso squarci descrittivi di paesaggi meridionali graffiati dalla fiumara del tempus edax della storia, il suo io è già una maschera che nel ricordo ha la sua essenza. Nel piano ondulato di prospere viti / l’occhio ballerino dell’allodola / si grazia di giallo… Lavora il calzolaio alla suola battuta…Un contadino mi racconta come quest’anno la filossera ha distrutto il frutto sulla vite. Sale da questi paesaggi dell’anima una sete di domande, la ricerca nella pelle degli umili il mistero di un Dio ucciso e risorto come pungolo di un divenire, essere nella storia. Lo testimoniano ampiamente numerose liriche sia inedite che più recenti come quelle raccolte nella sezione Paesaggi, folgorazioni e sradicamenti (2014) e cresce questo sdegno in alcune importanti poesie di testimonianza civile dedicate ai naufragi dei migranti a Lampedusa, dove la voce dei morti si fa corale atto d’accusa contro la falsa Italia matrigna e ha reminiscenze classiche come il ricordo delle Sirene. Questo impegno di poeta civile e appassionato sempre si condensa nell’ultima parte dell’opera, dedicando un vero libro vibrante di sdegno alla tragedia dei curdi massacrati da Saddam Hussein in genocidi verso cui l’occidente spesso ha chiuso colpevolmente gli occhi in nome di real politik internazionale.

Un epicedio in undici stazioni dove maggiormente sentiamo quella pelle della vita farsi maschera, simbolo nella morte atroce domanda più spinosa di pace e di amore. Per l’amore di Dio non lasciate sola una madre,/ un figlio ha sotto la terra / ucciso dai gas tossici di Saddam/.Siete tanti fantomas che avete terrore / e lo stesso terrore con cui / mi guardi e io ti guardo. E in questo tragico muto guardarsi di maschere c’è forse più vero e duro quel canto di vita nella storia,che il poeta ci dà come un’aperta domanda di etica universale.

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Giuliana Lucchini

La luce come passo dell’andare nella poesia di Antonio Coppola

Fin dalla copertina, uomo si offre, in un ritratto a piena pagina, opera del pittore Marco Eusepi che lo rappresenta pensoso e sincero, stile tradizionale e insieme moderno, cioè attuale. antonio coppola mira alla quiete del discorso, sebbene azzardi impennate d’invettiva qua e là, contro ciò che disturba l’autenticità e la sensibilità di chi cerca, nel rapporto umano del mondo, il fine del bene comune.

Quanto si può investire di ‘amore’ in un libro di poesia? Pagina dopo pagina se ne parla. Una volta il sentimento tendeva ad esprimersi in qualcosa di ‘sublime’, a raggiungere quel punto indefinito cui la parola aspira, oltre l’umano. Si cercava nel verso una perfezione di bellezza. L’intensità del ritmo, quasi tangibile come il battito del cuore quando è più forte, tendeva a qualcosa di religioso, quasi di miracoloso, proveniente da Dio. Oggi non ci sono più schermi di sorta, fra la parola e la pagina. Si vive in un mondo diverso, dove il sublime non è più di moda. Occhi aperti, i poeti guardano generalmente a ciò che è reale (distante il sogno), terra terra con la parola quotidiana. La poesia si adegua all’‘arte del vivere’ fra mille inconvenienze/ sconvenienze del tragitto da perseguire.

Qualcosa di intimo, di privato, impedisce di immergersi in coinvolgimenti emotivi in prima persona. I poeti sono suscettibili.

Qualcosa che appare bello ad alcuni, può sembrare brutto ad altri, i gusti sono diversi, se ne tiene conto. La mente, scesa da sfere metafisiche, sceglie una ‘maniera’ artistica di esprimersi immersa nel razionale. Ogni volta uguale e diversa, la parola del poeta, tolta la maschera fissa dell’imperturbabile, partecipa di questa ‘umanità’ a fior di pelle, da cui proviene, fallace e mutevole. Il poeta si rapporta al mondo, se può si corregge secondo il passo dell’andare. Nel momento dell’ispirazione cerca di bilanciarsi, fra il sé statico, impersonale, e ciò che nella parola dal sé deve fuori apparire. Tuttavia esistono moti di genuinità dei poeti che non rinunciano a mostrare ciò che è in loro essenziale, la semplice gioia dello spirito. Ad essi si accede con animo umile. È il caso di Antonio Coppola. Questo poeta si mette in mostra per quello che è, senza remore, il cuore pieno di amore. Fin dalla copertina, uomo si offre, in un ritratto a piena pagina, opera del pittore Marco Eusepi che lo rappresenta pensoso e sincero, stile tradizionale e insieme moderno, cioè attuale. Antonio Coppola mira alla quiete del discorso, sebbene azzardi impennate d’invettiva qua e là, contro ciò che disturba l’autenticità e la sensibilità di chi cerca, nel rapporto umano del mondo, il fine del Bene comune. Antonio Coppola è poeta generoso, non si ritrae. Si dà, con nobile gesto.

A cominciare dalla dedica in esergo, ai suoi collaboratori. Nei suoi testi, relativamente brevi, o più lunghi, si legge un ritmo d’offerta, di ricchi doni, parole doviziose cui il Prefatore Robertomaria Siena destina il termine di ‘barocco’. Parole di tono cauto sono intervallate da intromissioni ardite di nominazione desueta, trasporto di sentimento nell’immediatezza musicale del verso, mentre il poeta partecipa di un panorama della Natura, coinvolgente, che tutti ci specchia e consola. Un bel testo, fra gli altri, in cui ogni verso è armonioso:
“L’anatra acquatica sonda l’ultima uligine
di palude tra festuche eterne
e luci acquitrinose morbide di pleniluni.
Qui la calma è legge da equinozio a equinozio.
Da memoria di figlio questo silenzio vegetale
palpa ariosa la rana, tra azalee di dita;
dal canneto il vento primigenio di
Pan s’alza dal casale a prim’alba.”                (pag. 34)

Rimarrà, di Antonio Coppola, certamente la sua parola nella rivista “I Fiori del Male”, per lungo tempo tanto carezzata, dimostrazione tangibile della sua fedeltà alla Poesia, testimonianza della sua aperta ‘scelta d’amore’.

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Roberto Pagan

Lo “sguardo” di Antonio Coppola

e allora ci parla, il poeta, del suo andare fuorimano, pur dolendosi di quest’ansia fuggitiva; perché ogni volta, lasciando la casa d’origine, deve indossare gli abiti di guerriero o di clown. (p. 23). Dunque: per combattere contro le storture di un mondo che non accetta…

Quale chiave di lettura per questo libro di Antonio Coppola (Maschere, pelle e Dio, Editorial Service System, Roma 2014), dichiaratamente composito e diacronico? Non sembri frivolo prender le mosse dalla copertina: che reca a pagina piena un ritratto del nostro autore (opera del giovane Marco Eusepi), non solo capace di renderne con evidenza le fattezze esterne ma anche di penetrarne l’intima spiritualità. Il soggetto è frontale, ma non guarda lo spettatore: gli occhi volgono a lato verso un punto indecifrabile, con fissità un poco allarmata, che esprime mestizia e concentrazione. È lo sguardo di un uomo che conosciamo inquieto e appassionato, pronto a indagare tutta la realtà e a scavare più in profondo nell’intimo proprio e degli altri. Può aiutarci, quello sguardo, a leggere queste pagine più del titolo forse, che sulle prime ci sorprende con la risoluta enunciazione di termini così disparati tra loro: maschere, pelle e Dio. Diacronico e composito, dicevamo, il libro accosta opere distanziate nel tempo – dal 1978 al 2014 –: necessariamente disomogeneo, è utile però a fornirci uno spaccato sull’intero percorso del poeta. Più che a connotare tre epoche diverse di questo percorso, le parole del titolo ci sembrano alludere piuttosto a tre componenti essenziali dell’ ispirazione del Nostro: lo spirito pugnace nel denunciare tutte le forme di doppiezza e ipocrisia della nostra società; l’elemento lirico, impressionistico e sensoriale (o addirittura erotico), proprio di un poeta eminentemente istintivo; infine la pregnanza del sacro, la venatura religiosa che trascorre diffusa in tutta l’opera a specchio di una pur tormentata sensibilità. In particolare, certo, il termine “maschere” rimanda alla prima sezione, che ripropone la giovanile silloge Frontiera di maschere (1978), qui integralmente ripubblicata con la prefazione originale di Saverio Vòllaro. Il quale fu amico e mentore di Coppola al tempo del Caffè di Vicari e della sua frequentazione di quel circolo ispirato a idee di sperimentalismo giocoso e in genere di innovazione letteraria. È evidente che non poco di quelle discussioni entrava nel tentativo, generoso anche se non sempre risolto, di innestare elementi di rottura, soprattutto in termini di tonalità e di linguaggio, sul tronco di una maniera ancora tardoermetica o – nel caso di un meridionale come Coppola – più vicina forse a modi quasimodiani. Di cui restano comunque ampie tracce in quell’intimismo autobiografico “non gettato alle ortiche”, come già Vòllaro sottolineava con approvazione. Noi le ritroviamo in effetti in qualche luminosa impressione di paesaggio, come in questo attacco:

Il paese spinge sui crinali tralci di viti / voglia di autunni morbidi sulla aie a mezzogiorno (p. 26) o in qualche cadenza memore appunto di Quasimodo, come in questo finale: Dal mare Afrodite e sulle Are / respira largo desiderio a me rapito sopra la terra. (p. 27). Ma, al di là di certe sperimentazioni lessicali più speciose, il nucleo generatore del libro va colto soprattutto in uno stato d’animo, una condizione esistenziale: l’atteggiamento proprio di chi è in bilico tra il rifiuto di un mondo provinciale sentito come angusto, di cui non si vuole più provare nostalgia, e una incapacità di aderire al nuovo: se il nuovo è una società disgregata e priva di valori ideali. Da qui il tono rancoroso o sarcastico, di rampogna contro l’insana mascherata di ipocriti, contro un mondo di morti viventi, falsi e senz’anima: Ognuno al rituale, pronti di maschera, / v’ho incontrato frontiere di maschere almeno da vivo; da morti il primo / appuntamento smascherato. (p.16). Prevale il senso di spaesamento e di solitudine, di un precario vuoto che disancora. E allora ci parla, il poeta, del suo andare fuorimano, pur dolendosi di quest’ansia fuggitiva; perché ogni volta, lasciando la casa d’origine,deve indossare gli abiti di guerriero o di clown. (p. 23). Dunque: per combattere contro le storture di un mondo che non accetta oppure – se intendiamo bene – anche lui rassegnarsi a una recita pagliaccesca. Alla fine, se gli elementi eterogenei – quello lirico e quello stridulo della protesta – che si contrastano in questa densa raccolta non sempre appaiono pacificati sul piano estetico, bisogna convenire che per il suo dinamismo quel contrasto è di per sé testimonianza fedele di un animo in dissidio, di un “uomo in rivolta” – avrebbe detto Camus – con se stesso e col mondo. Da queste pagine a quelle dell’ampio intermezzo rappresentato dalla seconda e terza sezione del libro in esame passano più di trent’anni. In cui Antonio Coppola ha vissuto la sua esistenza laboriosamente impegnato, in privato e nel pubblico, in vari interessi e mansioni. Tuttavia, a prendere in mano gli inediti 2014 e l’altro folto mannello di poesie (evidentemente già edite in precedenti sillogi) qui comprese sotto il titolo Paesaggi, folgorazioni e sradicamenti 2013-14, si ha l’impressione che, al di là di un’acquisita maturità di esperienze, l’animo del nostro autore non sia molto mutato: la sua inquietudine e il suo disagio morale appaiono anzi per certi aspetti più esacerbati. Qui tutto come ieri. Abusiamo di un titolo in realtà riferito a un tema più specifico: il suo ambiente natio che egli ritrova sostanzialmente immutato rispetto a quello di tanti anni prima (p. 69). Qui tutto come ieri si potrebbe applicare ancora all’angosciosa inquietudine che incalza il poeta di fronte allo stesso dilemma: indossare i panni del guerriero o del clown, polemizzare o soccombere in un mondo impazzito entro il quale continua a sentirsi un disadattato. Ritroviamo dunque lo “sguardo” di Coppola: teso, allarmato, sgomento. Tentato o di rivolgere contro se stesso la propria esasperata insofferenza (Verso il suicidio, p. 63) o di riprendere le armi del sarcasmo e dell’irrisione contro la follia collettiva (La città impazzita, p. 76). O piegando verso l’eloquenza civile (Naufragio a Lampedusa, p. 66), o denunciando i misfatti contro la cultura (Poesia, p 61) e i valori morali e religiosi (Dio è morto?, p.75). Colpiscono qui i grandi temi, le dolorose confessioni, l’eloquio profuso e appassionato. Il poeta, ancora oggi come ieri, si affida prevalentemente all’istinto. Si è parlato, a proposito di pagine come queste, di “barocco”. A noi non sembra tale. Questo linguaggio non è ricercato o prezioso: è piuttosto pervaso di tensione emotiva, in questo sì, insofferente di freno, incurante di un più attento lavoro di lima. Ma sempre profondamente sincero.

Così è nel lungo commosso testo d’apertura, dove si cantano le lodi della poesia (Ti allevo da prima del diluvio… Mia regina… accompagni ancora / i supplizi degli uomini…) come snodando un rosario mariano litaniante. Procede, il poeta, per accumulo, in un’accensione quasi mistica, incorporando, più o meno inconsapevole, frammenti dei laudari alla Vergine. Così in Verso il suicidio la disperazione si fa verso, ignorando le ridondanze: quel che conta è esprimere quello che l’animo sente, la sincerità della testimonianza.

Anzi, meglio: del testamento spirituale. La fine è già cominciata… Vi lascio questo involucro d’anni / le preghiere e le angosce / promesse non mantenute / gli incontri mancati le nude speranze… Così con la stessa eloquenza incontenibile si affronta il tema civile in Naufragio a Lampedusa, dove si mette in bocca a un sommerso migrante la disperata rampogna contro un’Italia falsa e matrigna, che prima ha illuso e poi tradito gli esuli della miseria e della fame. (E bisogna pur dire che toni molto più sobri e incisivi lo stesso Coppola aveva saputo trovare nell’analoga suite di carattere civile dedicata ai morti di Halabja, vittime delle stragi di Saddam Hussein: datata 2004, ma qui, nel libro, riportata più avanti).

Con analogo slancio si effonde la riflessione religiosa (in Dio è morto?) dove all’autore ancora una volta sembra interessare più la sincerità del sentimento che non la sua resa espressiva: Gli uomini ti hanno ucciso / ti abbiamo ucciso mio Dio… La condizione psicologica da cui promana questa veemenza profetica e polemica è più scopertamente dichiarata al centro di quella sorta di rapsodia in quattro parti che è La città impazzita: …da anni vivo / prigioniero in altro luogo, ma sempre / prigioniera è la mia vita, perché ero / e sono un sopravvissuto… Dunque: un sopravvissuto che si dibatte in una trappola. Forse con più vistosi risultati la rivolta polemica si scatena nell’imitazione in chiave sarcastica della dannunziana Pioggia nel pineto, qui ribattezzata La pioggia nel canneto: più volte pubblicata in passato, con varie modifiche. Sul ritmo dell’originale è una tirata orgiastica e vertiginosa, di cui sarebbe difficile citare isolati passaggi, tutta affidata a un estro ditirambico che ridicolizza e dissacra luoghi e situazioni della città moderna. Ma l’animo esacerbato, si abbandona tutto all’effetto dell’improvvisazione, impaziente – si direbbe – di una ricerca espressiva più elaborata. Benché in genere interessati alla dimensione dell’ironico e del giocoso, nel caso di Coppola noi preferiamo tornare alla vena, sostanzialmente lirica, di certi testi più raccolti: quali si ritrovano nella successiva sezione – più ricca certo di temi e tonalità – qui intitolata, con intenzione illustrativa, Paesaggi, folgorazioni e sradicamenti. Sono momenti, a volte misteriosi e segreti, spesso legati a impressioni immediate o al trasalire della memoria di fronte a un paesaggio già noto o una condizione che si rivive. È lì che meglio si esprime – ci sembra – quel tanto di visionario che pure c’è nella personalità irrequieta del nostro autore. Così ci affascinano – se è lecito spigolare tra versi staccati dal loro contesto – certi attacchi ariosi e felici: Che cosa resta di questo ingorgo d’estate (p. 134); o certi taglienti finali: Guardo un’agave mozzata, / una Sicilia infuriata. Sipario (p.140); o ancora certi squarci visivi, intensi quanto sfumati, che sanno alludere più che dire:… Sono tanti, arrivano in città / con qualsiasi tempo, occorrono altri occhi / per seguirli … Tra questi sassi vivono / come una sera li ho veduti, / sciamano sicuri sopra scorie…(Uccelli neri, p. 137); o infine, in una chiave più interiore, questo improvviso esame di coscienza: un doloroso inquisirmi// chissà quale luce nuova dirà addio / all’infinito fuoco che presto brucerà / in cenere la mia parte innocente? (Contro me stesso, p. 127)E certo non tralasceremo altre pagine suggestive: ché ha molte frecce al suo arco un poeta così operoso. Per esempio l’erotismo elegante della breve suite Specchio di malìe, nata per accompagnare i disegni di un amico pittore: piccole gemme qui riprodotte assieme alle pregevoli traduzioni in francese e in inglese: Oh amore, mia cascata / di voglie non impedire / che nulla avvenga: / io sono già sogno / vento di Calabria / che si prepara alla notte (p. 148). O, per tornare al tema così difficile della poesia civile, ricordiamo ancora, tra le ultime sezioni del volume, quel “canto epicedico in undici stazioni” composto a ricordo dei morti di Halabja, le vittime curde della tirannide di Saddam: Dove siete, rispondete canaglie, / non a me ma a questa madre / che prega al cimitero di Halabja…(p.171).

Significativo risultato raggiunto dal nostro autore anche in questo campo, proprio per l’asciuttezza del dettato vigoroso quanto più spoglio di enfasi. Insomma davvero un ricco ventaglio di esperienze che questo libro antologico oggi così opportunamente ci restituisce sul mondo poetico di Antonio Coppola.

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Silvana Folliero

Riflessioni su L'universo poetico di Antonio Coppola

lessico, in quest’opera di coppola, è particolarmente congeniale a queste derive antropologiche e cicliche. Linguaggio inquietante, nascosto il più possibile nell’inconscio ma che a volte esplode in ritmi generosi e convulsi, raggiungendo dimensioni collettive, quasi ingoiando il tempo e lo spazio.

Per capire bene, in profondità, Antonio Coppola come uomo e scrittore-poeta occorre riferirsi al suo essere spirituale, alla sua interiorità e, umanamente, alla sua infanzia, al territorio dove è nato, nel profondo sud italiano, la Calabria. Per comprendere l’autentica entità letteraria occorre comprendere l’uomo del sud che non rinnega affatto la propria terra anzi, una volta integrato a Roma, ne sente di più la mancanza per una quasi crudele diversità di usi e costumi, di ambiente, di aria e paesaggio: e allora nascono le poesie primo vere, innocenti, pure, sensitive, al di fuori di ogni contaminazione linguistica e metropolitana. È come se fosse sotto una doccia che purifichi e pulisca da tutte le scorie assimilate negli anni. Nasce così la seconda raccolta Frontiera di maschere. E tuttavia, malgrado ciò che abbiamo detto, la sua Opera in tutti i periodi di ispirazione è unitaria, ingloba prima e dopo, sinteticamente nostalgia e insieme rabbia, ribellione per ciò che è il meridione d’Italia e per ciò che è il resto della penisola, soprattutto Roma, caotica, dispersiva, aria inquinata, società quasi invivibile. Amici tanti ma non è la sua terra il suo mare di Scilla, la trasparenza e la natura, generosa e pura. E qui cogliamo la parte più viva, matura del suo spirito. A volte sono soltanto immagini splendide ma che racchiudono ciò che non si sa e non si può raccontare. Il tempo per il poeta è frattura dell’intelligibile, il senso del Tempo è sempre presente in Coppola, sia che abbia pensato e scritto, sia che abbia vissuto storie d’amore, sia quelle di vita pubblica e politica e sociale: “Il Giudice che non condanna / misura l’insondabile unicellulare, duale / il segno del tempo centrato d’un lampo”. Improvvisamente è catapultato nella sua terra nativa: “ La terra in cui sono nato / è il più dolce guanciale”.

Esemplare per la sua verità, lo scavo interiore, miniature dell’animo, dove trova il suo paese, il mare e ancora “la voce che canta il creato”. “Gli anni sono pieni / di questo vasto dolore / che cova come un foruncolo”. È ancora che troviamo anche un dolore universale, strategico per la redenzione. Alternativa all’inconscio poetico registriamo un inconscio collettivo nella fenomenologia del vissuto. Ne abbiamo una traccia nella composizione “Naufragio a Lampedusa”(Volume Maschere, pelle e Dio, 2014). Scopriamo un senso di straniamento che pervade tutta la poesia; un urlo d’amore e di odio per le vittime innocenti, forse inconsapevoli dei pericoli per due popoli che non hanno capito a se stessi e agli altri e non intuito il dramma storico, epocale, il dramma di due popoli vicini e lontani, inconsapevoli forse del cammino eterno dell’umanità. “Addio falsa Italia e matrigna / sono quaggiù / nei fondali del tuo mare delle Sirene / l’Italia non mi ha voluto solo promesse / ipocrite… /” È qui la ribellione, la rabbia, dell’uomo universale. L’invettiva è anche un altro importante angolo del vissuto che Antonio Coppola coltiva fin dall’inizio. L’imperativo del suo animo mi ricorda le invettive, gli epigrammi di un’altra grande poetessa del secondo novecento, Anna Borra. Il lessico, in quest’opera di Coppola, è particolarmente congeniale a queste derive antropologiche e cicliche.

Linguaggio inquietante, nascosto il più possibile nell’inconscio ma che a volte esplode in ritmi generosi e convulsi, raggiungendo dimensioni collettive, quasi ingoiando il Tempo e lo Spazio. Tuttavia il nostro Autore, quasi pregando, ci dona versi pacati nel timbro e nel ritmo, avvicinandosi allo Spirito universale del mondo proprio attraverso l’incessante cammino dell’umanità che - accettando il pensiero di S. Agostino d’Ippona - ha un’unica mèta. Il libro poetico - e ogni vita di poeta, d’Artista è un’opera d’arte, anche se inconsapevole - s’inserisce a mio parere in questa epistemologica, vasta visione agostiniana.

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Sabino Caronia

La “seconda madre”.
Antonio Coppola tra tradizione e modernità

[…] è appunto con Frontiera di maschere che avviene la piena maturazione di Antonio Coppola, per il cui stile nuovo Saverio Vollaro ha coniato l’espressione «impasto furioso».Non possiamo non fare nostra la definizione di un critico così attento e quasi affettuoso ma questo non senza aver confortato e integrato il suo giudizio sulla evoluzione della poetica del Nostro […]

«Noi apparteniamo a tempi più umani. Ho incontrato grandi anime, non questi esattori della poesia […] per i quali tutto è potere, mercato». Così scrive Maria Grazia Lenisa, che ha dedicato alla poesia di Antonio Coppola un fondamentale saggio, in una sua lettera recentemente pubblicata nel numero di settembre-dicembre 2011 de «I fiori del male».Mi vien fatto di richiamare queste parole della Lenisa anche a proposito del recente volume di Antonio Coppola Maschere, pelle e Dio (Roma, 2014).Osservava Giacomo Leopardi nello Zibaldone: «Noi dobbiamo scrivere come gli antichi ma con parole moderne».In proposito il linguista Stefano Gensini, in un suo saggio intitolato Leopardi e lo scacco della lingua, sottolinea come per Leopardi, e in genere per la poesia che si pone tra letteratura e tradizione, la difficoltà è di far rivivere il classico dentro il moderno. Paradossalmente si potrebbero richiamare, per una poesia come questa, non votata a uno sperimentalismo vuoto che contrapponga antico e moderno ma attenta ai valori e alle regole della tradizione classica, i noti versi di Palazzeschi in L’incendiario: «Certo è un azzardo un po’ forte /scrivere delle cose così / che ci son professori oggidì / a tutte le porte».Stilisticamente Antonio Coppola nella sua prima raccolta poetica si richiama alla tradizione, a quei pilastri della sua formazione che sono stati Ungaretti e Cardarelli: «Amore mi prende / e paura d’infinito… ».È un lirismo certo memore della lezione leopardiana e non dimentico della lezione di Cardarelli, con quella «andatura liricizzante e proclive all’arcaico» che Saverio Vòllaro mostrava di non gradire, ma è presente in essa quella «sobrietà» e «pulizia del dettato» che, a giudizio di Alfonso Gatto, indicano già una precisa «vocazione poetica».È appunto con Frontiera di maschere che avviene la piena maturazione di Antonio Coppola, per il cui stile nuovo Saverio Vòllaro ha coniato l’espressione «impasto furioso».Non possiamo non fare nostra la definizione di un critico così attento e quasi affettuoso ma questo non senza aver confortato e integrato il suo giudizio sulla evoluzione della poetica del Nostro con le parole di Elena Clementoni, una poetessa che è insieme anche un finissimo critico letterario: «Solo quando si ha dimestichezza con le regole, si ha la forza e la capacità di spezzarle per lasciare spazio al tumulto dei propri sentimenti».Si noti in questa raccolta, nella fedeltà ai modi precedenti della sua poesia, una lirica bella e compiuta come “Sul mio letto penso alla greca Mitilene”: «Sul mio letto penso alla greca Mitilene / che vigila e piega i suoni / sulle rive joniche / di là amate dai miei morti. / Su queste alture odorose di aneti / e di zagare Ibico radunò le vergini / tra rive oscure di amanti… ».E su questa linea, dove la memoria gioca un ruolo di grande importanza e il ricordo si fa sovente «memoria profonda» (non a caso una delle più pregevoli e mature raccolte di Coppola ha per titolo La memoria profonda), si pone anche un altro componimento esemplare per la poetica del Nostro, come “Sarà un fondo di ricordo”: «Sarà un fondo di ricordo / visitato allo specchio / quando cadrà l’ultima sensazione / del calendario: impacchetto gli abiti / di guerriero o di clown; / già lontano m’appare pomeriggio / di febbre e di gole rosse… ».Attento a questo «fondo di ricordo» il poeta, nella sua ansia modernista, dialoga con la poesia della tradizione e accade, per esempio, che, parafrasando il D’Annunzio de La pioggia nel pineto, ci dica, in La pioggia nel canneto, che «Piove / a dirotto sui cassintegrati, sul manto / stradale, agli incroci dei semafori, nella nostra / ripetuta insolvenza, nelle cliniche / ginecologiche, sulla sanità malata… ».Forse il richiamo più forte di questa poesia è un richiamo al mondo materno, a quel «ricordo fuori del tempo» di cui prima dicevamo, come in “Una Scilla variopinta”: «Presto svanirò in questo mare / di triboli e curve di cielo / in una Scilla variopinta / addormentata sul sentiero fiorito. / L’onda scavalla i recinti / le azalee nane paiono ruscelli / si trascinano fino agli ulivi della Piana…». E, non a caso, uno dei componimenti più evocativi e significativi, da cui abbiamo preso il titolo del nostro intervento, è “Figlio di quel mare”:

«…La luna bianca delle aurore / accecava un corpo imbalsamato / nei suoi arenili, finsi coraggio / contro la morte e, ad ogni alba, / mi riconoscevo ombra di quel mare. / Quel mare lunare, femminile, / materno fu la seconda madre, / distesa di bianche cavalle / che infonde vita anche ai morti». Qui, come nel componimento precedente, sulla scia della migliore poesia meridionale – si pensi anche solo al Quasimodo di Vento a Tindari – il richiamo della memoria arcaica attinge ad esiti di altissimo lirismo.

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Daniela Quieti

Come un mitico eroe, straniero per terre sconosciute

…i componimenti stemperano la tragicità incombente con rimandi ad archetipi, stupori e orrori: nel “mare di triboli e curve di cielo” una variopinta scilla evoca fantasmi di ordine e caos, allegorie di eros e thanatos…

Dalla lettura dei versi editi e inediti di Antonio Coppola raccolti nel corposo volume “Maschere, Pelle e Dio” uscito con due pubblicazioni noverate, “Frontiera di maschere” nel 1978 e “Morte ad Halabja” nel 2004, canto epicedico in undici stazioni dedicato alla sofferenza del popolo curdo, erompono vigorosi impatti lirici carichi di significazioni introspettive ed esperienze etico - sociali.

La novità è la plaquette “Specchio di malie” tradotta in francese e inglese e stampata in 150 esemplari. La visione universale del poeta riassume i grandi temi dell’essere e dell’esistere in tracciati intimi e storici le cui alternanze di partenze e naufragi si fanno tensione spirituale e patrimonio collettivo. Interrogativi irrisolti, solitudini, reminiscenze e malinconie permeano l’ampia sensibilità letteraria e umana dell’Autore, che declina la pluralità della sua ispirazione in un linguaggio articolato e denso di forti contenuti stilistici ed emozionali. Come un mitico eroe, straniero per terre sconosciute ma con dentro gli occhi la sua Itaca “nel cuore di due mari”, il Nostro immerge l’anima in imponderabili trasporti o interpreta gli strazi “sulle strade trasversali della morte”, i travestimenti e le “somiglianze sfrangiate” che quotidianamente i media riverberano sulla nostra pelle: “Così il tempo macina vite, memorie, / allude alla fine, alla sottomissione, / vaticina lo scacco”.Antonio Coppola dischiude alla trascendenza forti e filosofici interrogativi scaturiti da un tormento che incarna in versi ogni umano sentire, in simbiosi con sentimenti di lacerazione e preziose visioni per strappare all’oscurità “quell’attimo vivo che non si ripete”, ultima onda di irripetibili affetti. Le disarmonichesottrazioni dell’esistenza e l’inquietudine di un mondo omologante affiorano con pathos in un percorso lungo il quale soltanto la poesia supera l’inappagante realtà. Nell’opera si dipanano flussi elegiaci intensamente coinvolgenti: memorie, luoghi, assenze, amarezze e perdite affiorano tra la materialità e il canto, lungo il confine ristretto tra la terra e il cielo in cui trovare un senso del vivere con l’anima tesa all’immensità dell’oltre. La voce poetica forgia icastiche e suggestive immagini che decantano “la morte rumorosa all’oltraggio dei vivi” restituendo al dolore sordo e inquieto dell’esistere quell’innocenza capace di mascherare l’afflizione sui volti persi nella selva oscura delle umane apprensioni. I componimenti stemperano la tragicità incombente con rimandi ad archetipi, stupori e orrori: nel “mare di triboli e curve di cielo” una variopinta Scilla evoca fantasmi di ordine e caos, allegorie di Eros e Thanatos. Antonio Coppola affida alla poesia il messaggio morale e civile di un “disabituato amore” che possa ritornare e consolare “la vita dal suo inferno” per “giungere insieme a una soglia” nella condivisione di sentimenti e intenti, “nell’imponderabile sogno per poi benedire le cose perdute” e “afferrare la speranza” anche se “sul filo di una condanna annunciata”. Tuttavia “La notte ha vele d’attese / scivola in un prodigio d’infinito”.

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Giorgio LInguaglossa

La poesia di Antonio Coppola ha saputo mantenere
un aplomb e una misura incontestabile

ma per venire alla poesia di Antonio Coppola, dirò che Antonio è un uomo d’altri tempi, appassionato alla poesia e severamente onesto, privo di qualsiasi mania di presunzione, di prevaricazione o di imposizione che caratterizza oggi il panorama della poesia italiana delle giovani generazioni…

La poesia inedita di Antonio Coppola trovata da Giorgina Busca Gernetti è un regalo inaspettato, tanto più bello quanto più inaspettato. Ma per venire alla poesia di Antonio Coppola, dirò che Antonio è un uomo d’altri tempi, appassionato alla poesia e severamente onesto, privo di qualsiasi mania di presunzione, di prevaricazione o di imposizione che caratterizza oggi il panorama della poesia italiana delle giovani generazioni. Premetto che in linea generale non nutro particolare apprezzamento per la linea elegiaca della poesia italiana del Novecento che è finita in malo modo dopo “Satura” di Montale (1971) e gli epigoni della lirica betocchiana. L’Italia in quel torno di anni (gli anni Settanta) si era avviata a diventare un paese industriale da agricolo che era, e quel tipo di elegia sarebbe stato destinato a restare l’espressione di un paese agricolo in procinto di essere sottoposto ad una industrializzazione forzata e accelerata. Ma la lirica di Antonio Coppola ha saputo mantenere, dagli inizi negli anni Settanta ai giorni nostri, un aplomb e una misura incontestabili, ha saputo mantenere una dignitosa rispettabilità; era forse, anzi, probabilmente lo era e lo è, una forma di resistenza a quella industrializzazione forzata del Sud che adesso sappiamo com’è andata a finire, con una crisi produttiva e un impoverimento generale di tutto il Sud. Fenomeno questo che la poesia del Sud e quella di Antonio Coppola in particolare, ha sempre avvertito come un peso e una colpa da espiare.

Ma, anche in poesia con i sensi di colpa e la nostalgia non si vada nessuna parte. Quando Pasolini passa da “Le ceneri di Gramsci” (1957) a “Trasumanar e organizzar” (1968), la poesia di tono elegiaco era già stata messa fuori gioco, il ’68 poi le diede la spallata decisiva con una robusta iniezione di contestazione e di eversione di tutta la poesia italiana a prescindere dalla nobiltà delle etichette. Oggi, passati tanti anni e dopo tante traversie, le cose sono mutate, il Sud non esiste più se non come una lontana terra di colonia che non deve più essere colonizzata: la crisi industriale e post-industriale ha finito per togliere alla poesia del Sud il terreno da sotto i piedi, le ha tolto la stabilità, anche la poesia del Sud è attinta dalla medesima crisi che travaglia i paesi a industrializzazione avanzata dell’Europa; le è stato tolto anche il lessico e il pentagramma tonale entro il quale quel lessico aveva ancora una sua ragion d’essere, l’ha lasciata senza forma. l’ha de-formalizzata, l’ha de-formattata. Ecco il motivo del canto solitario di un poeta attardato e integro come Antonio Coppola, che non può far altro che cantare al modo del cucù della nota poesia dell’orologio della Achmatova al quale qualcuno ha dato la carica e che non può fare altro che cantare. Un canto disperato e solitario.

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Monica Martinelli

Antonio Coppola “Pelle, Maschere e Dio (2014)
Colori, vibrazioni e riflessioni nella poesia di Antonio Coppola

i temi trattati nel loro carattere “assoluto”, l’amore, la morte, la guerra, il disagio sociale, la bellezza e lo stupore della natura, si amalgamano perfettamente in forma e contenuto, dinamici e impegnati alla ricerca di un dio o di un paradiso che non è perduto ma messo continuamente in discussione…

L’ultimo libro di Antonio Coppola Maschere, pelle, Dio, è un’opera molto interessante e composita in quanto racchiude scritti compresi in un arco temporale lungo che presenta perciò registri stilistici diversi ed eterogenei. Un libro appunto per questo compatto e coerente dove compaiono raccolte già pubblicate a suo tempo che si armonizzano e cantano insieme alle originali e inedite poesie scritte recentemente, ad esprimere così le varie corde e armonie dell’autore. Una delle preziose caratteristiche del libro è l’accuratezza e la ricchezza del linguaggio, suggestivo e incantato talvolta, con l’impiego minuzioso di aggettivi e l’attenzione allo stile e al lessico, l’uso accurato e colto delle parole, con presenza di endecasillabi, allitterazioni ed enjambement. C’è una chiara impronta della poesia classica con riferimenti alla mitologia della tradizione latina e greca - si pensi alle poesie d’amore ed erotiche di Specchio di malie dove si respira un’aria di catulliana memoria – come sono presenti echi dei grandi poeti dell’otto-novecento da Foscolo a D’Annunzio, da Montale a Quasimodo. I temi trattati nel loro carattere “assoluto”, l’amore, la morte, la guerra, il disagio sociale, la bellezza e lo stupore della natura, si amalgamano perfettamente in forma e contenuto, dinamici e impegnati alla ricerca di un dio o di un paradiso che non è perduto ma messo continuamente in discussione, come in questi significativi e potenti versi: “Oltre il Mendrisio il lago di Como e Lugano / si spezza, la terra assolata abbaglia da sola / scompare nella scia luminosa d’una stella. Il giorno è un canto fermo / di forme e di affanni, un segnale / a non morire; qui si ferma il mio male / dagli assalti di un perfido lunedì / a piluccare castagne nel caldano.”I colori e gli odori (compresi quelli tipici della terra calabrese) sono elementi caratterizzanti di questi versi fortemente lirici ma decisamente appassionati e perciò realistici e autentici. Il colore è infatti molto presente nelle poesie del nostro autore, descrivendone le sfumature dei sentimenti e dei vari stati d’animo. Significazioni, immagini, metafore cromatiche, uno sfumato che si riverbera sulle emozioni dell’autore nella loro complessità e contraddizione, che è quella stessa della vita, come ne La pioggia nel canneto (..piove / Sul melograno spaccato / sulla polvere e i corvi / nel mare dei rifiuti nei colombi rupestri, […] Piove / Sui cedri del Libano sulla viola mammola […] Piove / Sui cespugli di lauro, sui pini loricati..); ma c’è anche la plasticità e lo spessore, la forma tridimensionale del verso e del corpo, che diventano epica. La pelle è il rivestimento esteriore del corpo, ciò che si vede e che impedisce di penetrare l’essenza. Ciò che come la maschera rappresenta una finzione, un atteggiamento per vivere e andare avanti nella quotidiana follia della vita, quell’apparire che anche per Pirandello non era recita ma la realtà stessa. Un tema che Coppola affronta in una delle sue prime raccolte poetiche di fine anni settanta, Frontiera di Maschere:

“..Ognuno al rituale, pronti di maschera, / v’ho incontrato frontiere di maschere / almeno da vivo; da morti il primo / appuntamento smascherato”, d’altronde le maschere sono metafore e fantasmi che si presentano in forma ritmica nella danza dell’esperienza.

Questo vigore e questo sogno realistico e infinito fanno di Antonio Coppola un poeta universale (come ha bene evidenziato nella sua illuminante introduzione Roberto Maria Siena), un essere eroe non inutile. Poi ci sono il suono, la musicalità e il ritmo dei versi, quello della vita; ecco perché sono palpitanti i versi di Coppola e pur nel loro lirismo non si sottraggono ad una dimensione di concreta modernità. È la passione che ne tiene le fila, una passione che è sia quella amorosa che quella per l’impegno sociale. Che si tratti di descrivere paesaggi, come il lago di Como o di Lugano, o fiumi (“I fiumi hanno un fascino sconvolgente, / si muovono all’insaputa dentro la terra..”), oppure il vento a Trieste (“Trieste sconta l’ignoto, si intreccia / da ere lontane nuda e ingraziata), che sia Cisterna o Borgo Sabotino o i mercatini di Vimercati a Roma; o che siano i morti che gemono a Prima Porta avendo scongiurato la bomba d’acqua –sembrano versi profetici di ciò a cui si è assistito lo scorso autunno in altri comuni d’Italia meno fortunati dove l’acqua ha divelto vivi e morti insieme - o l’empatia verso i migranti nordafricani in Naufragio a Lampedusa (con dedica a tutte le vittime), o verso gli orrori perpetrati dall’esercito di Saddam Hussein nei confronti del popolo curdo in Morte ad Halabja, per gridare al mondo che l’infamità ha spesso geografie e nomi circostanziati che vanno fatti e ricordati.. “I morti contati da Lee Masters nella sua / Spoon River impallidiscono a confronto / di questa collinamuseo di Petersburg / sono quattr’ossa di nullame..” questa testimonianza è autentica e sincera poesia civile! Ecco cosa ci accomuna, cosa unisce gli esseri umani, è il senso di solitudine che ci abita e che nessun altro essere umano può mai colmare pienamente per cui in ognuno c’è un senso di vuoto a cui solo l’amore –quello dato più di quello ricevuto – può dare un senso e può riempire quel vuoto esistenziale e psicologico. L’esplorazione del trascendente, quello che sarà dopo la nostra fine, Coppola lo riflette nella sua poesia così lirica ma altrettanto pensata, si interroga sulla possibilità che Dio sia morto, ma non in un’analisi di tipo nietzschiano o psicanalitico, ma in una sorta di j’accuse indignato e consapevole nei confronti dell’uomo stesso: “Gli uomini ti hanno ucciso, / ti abbiamo ucciso mio Dio! […] fai dell’Uno che sia Tua somiglianza, / salva l’innocenza, le nostre anime.”, è un appello accorato e disperato alla ricerca affannata di risposte. Si fa accompagnare nel viaggio dalla poesia che quelle ombre scruta, indaga per comprendere il proprio tempo e riscattare il passato; la storia di un uomo e dei suoi affetti, dove a tratti sono presenti cupe e malinconiche sensazioni come nelle poesia Ho ripassato i ritratti familiari “..Non sono lieto dei miei ricordi: / cammina dentro l’ombra della notte / il mio sarcofago che deambula.”, che cuce così il filo del passato al presente, come nella bellissima poesia dedicata alla madre: “Mi viene in dono, madre, / quell’attimo vivo che non si ripete / né la voce di quando c’eri; / resterò solo in questa avara terra. / […] Un giorno che non sarò mai esistito / mi camminerai accanto in terra incerta”; o in Siamo figli di sovrabbondanze dove i ricordi si accendono vividi e amari in uno spaccato nostalgico e toccante: “..Chissà in quali ultrasuoni vivi, madre, / diventerà un ricordo lontano che dirada; / almeno t’avessimo regalato / un pezzo di cielo e nuvole di luce! / Siamo figli di sovrabbondanze / neuronali, dimentica lo squarcio lasciato / l’immenso universo vuoto, i turni di fatica, / le promesse vuote, il mio andare disperato.” Il tutto nella consapevolezza che noi esseri umani siamo sempre sulla soglia, più o meno pronti alla partenza, che è anche un arrivo; e proprio di questo si parla nell’ultima sezione del libro (E venne il mio spirito nelle tue mani), di meta finale in una lucida e commovente prosa lirica, invocazione e preghiera straziante dell’anima: “Ho lasciato il fiato, i rancori a metà strada per avvicinarmi all’arrivo, senza quello strazio che prende ai viventi, leggero e frale misuro i giorni, amo i fratelli, non ho speranza a fuggire la morte, la vecchiaia, la infelice vecchiaia; scegli mio Dio me tra i naufraghi, più lontano sia il giorno santo della scesa, salvami dall’affondamento […] Nel giorno e nella notte ho ingoiato sorsate di veleno con la bocca arsa e le viscere in fiamme, senza raggiungere rive di salvezza, pane per saziarmi…La mia vita è frutto sbagliato…”. In questo ricco e umanissimo libro dove amore e morte sono temi ricorrenti e affratellati, anche il suicidio è contemplato: “È arrivata l’ora del suicidio / un ultimo balzo di vita / poi sarai finita […] Vi lascio il perdono delle parole / pronunciate, tutto il ferrovecchio / degli anni. Vi dico di sì / lascerò in quest’ultima sera / le impassibili letture dei libri / l’odore della carta, le canzoni, l’agonia…”. Onde d’urto verbali che si esprimono con forza lacerante e moderna in un ritratto che rivela compiutamente le aporie dell’esistenza e della società in questo pietoso e fragile universo. E se c’è un vuoto, un nulla nel carnevale del mondo è però presente anche un’ironia sottesa al dolore e alla misura del tempo: “Sono salito su un tram / a salti vertiginosi giunsi fino / al cuore della città / chiusa nel suo profilo disumano…”, uno smarrimento universale e lieve nel fluire di parole e versi di fronte all’evidenza e alla finitezza di una realtà non misurabile.

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Francesco Dell'Apa

Nous e Sentimento espressi attraverso la Poesia:, l'Heros, la Meditazione

Nella poesia di Antonio Coppola sulla scia della tradizione letteraria l’eros, nella mitologia greca Eros era il più bello (kàllistos) tra gli dei, occupa una parte importante; il sentimento catulliano e stilnovista è bandito rivelando un vitalismo sensuale di origine dannunziana

Ancora una volta Antonio Coppola sorprende i lettori e i critici della sua vasta produzione letteraria con la pubblicazione di Maschere, pelle e DIO, un testo che segna una pietra miliare della poesia e del pensiero del Nostro. È un libro di vertiginoso contenuto, sorretto e nutrito di poesia e di riflessione metafisica sull’essere che per profondità e forza espressiva richiama alla mente I Pensieri di Blaise Pascal. La tripartizione che potrebbe dare l’impressione di sezioni separate al contrario sono un unicum in cui l’autore manifesta uno spirito eclettico sostenuto e reso chiaro da un logos speculativo attraverso l’immaginazione, l’eros, la meditazione.

Questo fa si che nella molteplicità e nella varietà di temi emerga tra l’altro il motivo autobiografico attraverso l’introspezione e l’analisi di sé (sono prigioniero dentro una casa diroccata; tento e m’arrampico alla vigna e più volte cado). La lacerazione che pesa sul poeta motiva l’impegno di scrittura e fa sorgere una rete densa di riflessi metapoetici dai toni aspri e dirompenti e di rapporti indivisibili tra vita e poesia. Coppola è poeta di forte sensibilità umana attratto dalla idea di una vita immersa nel fluire eracliteo pertanto nei suoi versi affiora un mondo ora sereno ora leopardiano ora ironico ora tellurico. La poesia coltivata fin dalla giovinezza diventa fuoco ardente, impulso irresistibile a manifestarsi per esprimere il suo microcosmo e macrocosmo e divenire cineteca dei ricordi perché questa è la vita / una corolla di ricordi / parcheggiata nella memoria. In Maschere, titolo che ricorda la silloge Frontiera di maschere (1976), la poesia diventa letteratura e vita, sentimento e pensiero, indignazione e rabbia e il poeta si pone fichtianamente dinanzi al non-io cioè alla realtà che stigmatizza con l’ironia e talora con l’invettiva. Ogni forma di intellettualismo è bandito, i versi si snodano in uno spazio lessicale e semantico ampio mantenendo una articolazione di legami logici che fanno percepire stati d’animo e immagini vive. Nella poesia del Nostro sulla scia della tradizione letteraria l’eros, nella mitologia greca Eros era il più bello (kàllistos) tra gli dei, occupa una parte importante; il sentimento catulliano e stilnovista è bandito rivelando un vitalismo sensuale di origine dannunziana. Il poeta canta l’amore in tutti i suoi risvolti psicologici, rappresenta la bellezza e descrive la corporeità in un raffinato e armonico crescendo di sensazioni che esaltano l’universo femmineo. Al centro della poetica coppoliana c’è l’io travagliato del poeta che aspira in uno stretto rapporto uomo-Dio alla purificazione e alla trascendenza.

È indiscutibile che sul piano umano e poetico c’è il lungo percorso che si evidenzia nell’approdo di ogni creatura umana alla riva spirituale nella ricerca di Dio a cui rivolgersi: scegli mio Dio me tra i naufraghi, più lontano sia il giorno santo della scesa, salvami dall’affondamento.. Nella triade compositiva del libro poesia, eros e nous Coppola offre uno straordinario spaccato di fantasia, di vitalità, di interiorità, perché come afferma Agostino in interiore homine habitat veritas, esprimendo con grande validità artistica tutto il suo universo di uomo e di poeta.

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Fausta Genziana Le Piane

La vita è un gioco pericoloso di vene

La poesia di Antonio Coppola: andare fuorimano una forma di estraneità o nausea sartriana del tutto moderne

Nella recente pubblicazione di Antonio Coppola, Maschere, pelle e Dio, Editorial Service System, 2014, si avverte subito il bisogno di verità, di vita vera, di spiritualità (Dio è presente nel titolo). La lirica d’apertura indica le caratteristiche della silloge: nella giungla della vita fatta di falsità, di riti, di teatro fasullo, il Poeta anela alla morte dove tutte le maschere cadranno. La parola maschera si ritrova nel titolo (e subito viene in mente Pirandello e le sue Maschere nude) ed è ossessivamente ripetuta (frontiere di maschere, maschere da teatro, maschere sornione, pronti di maschera, smascherato, p. 16) nella lirica introduttiva dove c’è tutto il senso della raccolta. È un simbolo potentissimo. Il Poeta parla di maschere da teatro. Ora la maschera da teatro – che è anche quella delle danze sacre – è una modalità della manifestazione del Sé universale. La personalità di chi indossa la maschera non è generalmente modificata; cosa che significa che il Sé è immutabile, che non è toccato dalle manifestazioni contingenti. Sotto un altro aspetto tuttavia, una modificazione attraverso l’adattamento dell’attore al ruolo, attraverso l’identificazione alla manifestazione divina che rappresenta, è lo scopo della rappresentazione. Poiché la maschera è la faccia divina e più specialmente la faccia del sole attraversata dalla manifestazione della luce spirituale. Questo elemento è rafforzato da un altro simbolo, quello del cinghiale (goffi occhi di cinghiale, p. 16) che è l’emblema dell’autorità spirituale: la caccia al cinghiale. In Gallia come in Grecia, la sua morte, è l’immagine dello spirituale perseguitato dal temporale. E ancora continuano i simboli – la raccolta ne è piena –, una sorta di bestiario personale comprendente la civetta: Fermo al tuo giorno di ognissanti/ricordi il mattino che vedesti cantare/la civetta? (p. 30). La civetta è simbolo di tristezza, di oscurità, di ritiro solitario e malinconico. La mitologia greca ne fa l’interprete di Atropos, quella delle Parche che taglia il filo del destino, la plebea sorte.

In Egitto, esprime il freddo, la notte, la morte. Oltre alla civetta, l’allodola: Nel piano ondulato di prospere viti / l’occhio ballerino dell’allodola / si grazia di giallo (p. 39). I suoi successivi passaggi dalla terra al cielo e dal cielo alla terra collegano i due poli dell’esistenza: è come una mediatrice. Rappresenta così l’unione del terrestre e del celeste, tra il Poeta e Dio, come gli uccelli in genere (ci sono pecchiaioli, beccaccino, averle ecc.). Vola alto e fa il suo nido a terra con fili d’erba secca, il suo canto è un canto di gioia.

Per i mistici, il suo canto significa la preghiera chiara e gioiosa dinanzi a Dio, è la preghiera del Poeta. Oppure il corvo, messaggero divino, guida: Fagociteremo l’amore e cantiamo il vino di Salaparuta / sbottato dal sangue dei corvi / dagli uragani flagellanti Aretusa (p. 49).Come sempre è presente la terra natale -legata ad un sentimento vibrante e sensuale della natura-, la Calabria (Vicinanze semantiche, p. 56; Express 841, p. 57; Reggio sperduta, p. 70; Una Scilla variopinta, p. 106; Nuvole abbrancate, p. 107; Un fato greco, p. 113) - quel sud macilento e greve - viva nella rievocazione precisa dei luoghi e delle persone (su tutte la madre, per esempio), amata e odiata: Attorniata di cardi Saline di sospiri / di qualche trampoliere estatico; / venivo col respiro caldo a fissare/le tue acque vecchi e malaticce / le lunghe dita di canneti/gialle e verdi di malaria (p. 20) oppure ancora: Il paese spinge sui crinali tralci di viti / voglia di autunni morbidi sulle aie a mezzogiorno (p. 26), Sul mio letto penso alla greca Mitilene (p. 27). La Calabria chiama a sé il mito, che siano le Sirene o le Orche: Dal mare Afrodite e sulle Are respira / largo desiderio a me rapito sopra la terra (p. 27); dal canneto il vento primigenio di Pan/s’alza dal casale a prim’alba (p. 34); Fanali riemersi alla deriva / battigia di ansie che dagli arenili / vomita catrame e pontili di navi greche / naufraghi di Eolo sulla costa scillese (p. 42). S’innalza la voce dell’emigrato, dello sradicato (si pensi al titolo della sezione Paesaggi, folgorazioni e sradicamenti, 2013-2014), del superstite lontano dalla terra natia che vive l’aria pesante della città con la sua disumanità: Terra in cui sono nato forse / non abbastanza intonato, vivo / prigioniero in altro luogo / ma sempre / prigioniera la mia vita perché ero / e sono sopravvissuto, poi tornai a casa (…) (La città impazzita I-IV, p. 76. Aleggia nella raccolta il senso della morte incombente che ci pedina, il dolore o meglio un’ombra di spleen baudelairiano, di male di vivere, di malinconia, una forma di estraneità o nausea sartriana del tutto moderne (Verso il suicidio, p. 63): Sento / un precario vuoto che disancora, un mutamento / di sostanza verso un sororale amore/che coglie ai venti meridiani / il battito della vita al mio andare fuorimano (p. 23) oppure mi raggiunge di te / la noia animale dentro valve di mussolina (p. 40). In questi ultimi versi c’è la solitudine del Poeta, spesso incompreso, anche questo tema squisitamente baudelairiano e moderno. Proprio come Baudelaire che conclude I fiori del male con queste parole Au fond de l’inconnu pour trouver du nouveau, che cerca la morte per sfuggire alla noia della vita e trovare forse qualche cosa di nuovo, così per Coppola la morte è un cambiamento auspicato. Infine, Il verso Il tamburo suona sulla pelle (p. 33) ci riporta all’ultimo tema presente nella raccolta e nel titolo dopo quello della maschera e di Dio - tunica rossa di gemme -, tra loro legati, e cioè il tema della pelle. Il suono del tamburo è associato all’emissione del suono primordiale e più generalmente al ritmo dell’universo. Dio, il giudice che non condanna, misura/l’insondabile (…), è ricercato ossessivamente dal Poeta: Ti cerco nella voce che canta il creato/per rintracciare la strada del mio paese (…) (Dio è morto?, p. 75).

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Marzia Spinelli

Coppola dà voce al proprio impasto furioso

…è il mare del sud “macilento e greve” lo specchio d’acqua d’innocenza perduta, di antico eden, in cui coppola torna costantemente a bagnarsi, a “ricercare il fiato atlantico dei padri “, come ad un’itaca irriconoscibile, se non nella memoria…

Smascheramento, fisicità, religiosità di un’anima sperduta e consapevole che domanda senza aspettarsi risposte. Nell’assurdità della realtà contemporanea Antonio Coppola movimenta il proprio narrato poetico aspro e disilluso, sempre levigando versi d’indimenticata umanità, di pietas potente che solo la poesia vera può donare. La raccolta annovera precedenti pubblicazioni da Frontiera di maschere del 1978; le undici stazioni di Morte ad Halabja del 2004, in memoria del popolo curdo; i testi di Specchio di malie del 2014, incontro e omaggio all’artista Adriano Gentili; molti inediti.

Un corpus poetico ampio che spazia dentro temi da sempre cari al poeta, tutti tra loro legati da un’ indissolubile esigenza di chiarezza, di coerenza e libertà intellettuale : l’esistenza, l’eros, la poesia, la memoria. Subito dichiara il proprio sentire nei primi versi “frontiere di maschere nell’impeto con la folla / … ognuno al rituale, pronti di maschera, / v’ho incontrato frontiere di maschere /almeno da vivo; da morti il primo / appuntamento smascherato /, vis sarcastica, civile che si alterna a liricità”… sento / un precario vuoto che disancora, /… e di quest’ansia fuggitiva mi dolgo /… Come un mare in tempesta che improvviso si quieta, cerca pace, ‘balsamo’ come è stato detto dalla critica, nella Poesia: “Poesia / Ti allevo da prima il diluvio,/ dunque non sei estranea / bianco e sorridente amore / di luoghi, anime,colline appese / al filo dell’aquilone,/ ai sospiri della terra/. È il mare del sud ”macilento e greve” lo specchio d’acqua d’innocenza perduta, di antico eden, in cui Coppola torna costantemente a bagnarsi, a “ricercare il fiato atlantico dei padri”, come ad un’Itaca irriconoscibile, se non nella memoria: “Per tutti era il Lido,/ la Rotonda amata infinitamente,/ era il tempo dei fidanzamenti / e non c’erano anime defunte/”, o manifesto in Specchio di malia, quale eros travolgente: “Oh amore, mia cascata / di voglie non m’impedire / che nulla avvenga:/ io sono già sogno,/ vento di Calabria / che si prepara alla notte.”

Il dolore e la nostalgia per il mare e la terra del sud martoriati accompagna il poeta verso altri lidi, altre terre devastate, altri morti; torna la vena civile, di sdegno e dolore, nei bei versi dell’epicedio in undici stazioni di Morte ad Halabja, in memoria del massacro dei curdi operato da Saddam Hussein, in cui l’autore grida e smaschera la reiterata complicità dell’Europa come già accadde con l’Olocausto: “… Nessuno si levò a difesa né prima né dopo / dal giorno dell’olocausto, siete morti tutti / con l’Europa complice …” e ancora: ”Qui giacciono i resti, i mutili resti / di chi non ebbe nessuna colpa./ Qui giaceranno le croci bianche / e i padri seppelliranno i figli / per molti anni ancora …”Con un linguaggio alto e alterne contaminazioni, Antonio Coppola dà voce al proprio impasto furioso, come ha ben scritto Saverio Vòllaro, che possiamo leggere come sintesi perfetta di un mistero in cui riconoscere anche ciò di cui non sappiamo niente.

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Andrea Mariotti

Su Maschere, Pelle e Dio risulta in commistione profonda con quel barocchismo affascinante sul quale hanno giustamente insistito da tempo studiosi e recensori autorevoli di Coppola

In una recente conversazione con il poeta Antonio Coppola, autore della corposa e significativa silloge in oggetto, mi è capitato di accennare al fuoco giovinetto che anima oggi come ieri i suoi versi; volendo alludere da parte mia a una passione civile ad essi sottesa verace e inalterata nel tempo. Penso al riguardo a una poesia come Gemono i morti a Prima Porta (inclusa nella sezione Poesie Inedite 2014 della raccolta): come negare la sua tragica attualità considerando il moto di orrore che abbiamo recentemente provato di fronte alle immagini del cimitero genovese sconvolto dalla furia della natura (in sintonia stretta, purtroppo, con la gravissima incuria degli umani)? Naturalmente la passione civile del poeta -per chi scrive qualità ergocentrica del suo lavoro- in un libro di spessore come Maschere, pelle e Dio risulta in commistione profonda con quel barocchismo affascinante sul quale hanno giustamente insistito da tempo studiosi e recensori autorevoli di Coppola; talché l’erotismo, il vitalismo del paesaggio calabrese (il poeta è nato infatti a Reggio Calabria) avviluppano il lettore in una trama a dir poco seducente (“Accanto/ le nuvole abbrancate alla Calabria”; Nuvole abbrancate, dalla sezione Paesaggi; Folgorazioni E Sradicamenti 2013-2014); laddove non è certo latente il plus-valore di un fonosimbolismo padroneggiato al meglio. Ma c’è un punto sul quale vorrei soffermarmi in merito al lavoro del nostro poeta. Il “fuoco greco” (per citare il titolo di un romanzo di Luigi Malerba) che alimenta l’ispirazione di Antonio Coppola, non va a parer mio sentito in chiave riduttivamente totalizzante; essendo, Coppola, poeta aperto al reale, non etichettabile una volta per tutte; con una profonda coscienza del multiforme.

Si legga pertanto ( sempre dalla sezione Paesaggi; Folgorazioni …) una poesia come la seguente:
Cisterna e Borgo Sabotino
Era un filare di alberi
Borgo Sabotino, Cisterna tra i giardini
frastagliati dal vento.
I limoni gialli murati tra le case
luccicavano al sole.
Tra poco mi accorgerò delle distanze,
quelle luci parassite tra i muri
dove staziona l’uccello della notte;
ecco l’assiolo col mesto canto
che si perde lungo l’autostrada.
Intorno alcune tenere ragazze
infreddolite ai ripari al chiarore
di una semiluna moribonda
.
 …ecco, di fronte a tali versi, si è quasi materializzata in me alla lettura il suono sommesso di un organo: come dire la capacità di un poeta, Antonio Coppola, di esprimersi in tonalità minore (musicalmente parlando) in direzione dell’elegia, peraltro asciutta (attraversata in filigrana da una raffinata estetica della citazione: Montale e Pascoli, per fermarsi qui). È attivo in questa poesia, a mio avviso, un incessante processo di sottrazione di impulsi vitali: moto centrifugo che fa sentire la desolazione d’una periferia non soltanto urbana sulla quale va comunque a posarsi la pietas di Coppola (“alcune tenere ragazze”). La poesia appena citata vuole essere ovviamente soltanto un esempio della forza poetica di Coppola; scriptor rerum per eccellenza, tutt’altro che estetizzante nonostante la valorosa milizia che può vantare: dunque più che mai un poeta attuale, implacato testimone del nostro tempo.

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Robertomaria Siena

Antonio Coppola e lo sguardo universale

L'accesa sensibilità porta il poeta a sentire tutto il male di un paese che si presenta come erede di Alarico e non di Adriano o del Rinascimento.

Proprio perche è potente e radicale, la poesia di Antonio Coppola pretende per sé uno sguardo universale, uno sguardo a cui nulla sfugge. La sostanza prima ed ultima di una tale presa di posizione sta nell’assoluta centralità della poesia stessa. Infatti: “Poesia / ti allevo da prima del diluvio, / …poesia / mia regina accompagni ancora” ogni cosa ed ogni respiro che sta al mondo. Una tale potenza non poteva che tenersi distante dal minimalismo e dal semplicismo; da qui il barocco che segna l’intera produzione del Nostro. Tornando alla poesia basta leggere “ poesia / cavallo pazzo, bandiera / a mezz’asta, fino ai deserti / dei miscredenti… Giorno dopo giorno sei stuprata / spinta nelle paludi e affogata”.

Come è evidente, immagini ricche, esuberanti, opulente. Dicevamo dello “sguardo universale” coppoliano; ecco dunque l’interesse per tutto ciò che accade intorno al poeta. Intorno a Coppola accade, per fare un solo esempio, l’Italia; capovolgendo D’Annunzio, il maestro ci racconta che “piove / a dirotto sui cassaintegrati, sul manto / stradale, agli incroci dei semafori, nella nostra / ripetuta insolvenza, nelle cliniche ginecologiche, sulla sanità malata “. L’accesa sensibilità porta il maestro a sentire tutto il male di un paese che si presenta come erede di Alarico e non di Adriano o del Rinascimento; la poesia civile non impedisce però a Coppola di dimenticare l’esistenza. Al centro di questa si staglia eros; l’erotismo coppoliano è strettamente legato al suo Barocco. È esplosione di vita, non può tralasciare quel punto nevralgico e ardente della vita che è l’eros. Ecco dunque: “Mia fanciulla dai seni azzurri / scaldami e giaci sopra me, / come è intensa la vita”. E così dall’intensità della vita scaturisce necessariamente il canto della carne; se ci poniamo dal punto di vista del mito, è evidente che l’artista segue quei Greci per i quali eros non è il dispettoso figlio di Afrodite, bensì il Dio potentissimo prima degli dei. Siamo così arrivati al più alto dei problemi, quello del significato complessivo dell’essere. Dio pertanto non poteva sfuggire all’indagine poetica di Coppola; vediamo come. Ovviamente la ricerca; “ Ti cerco nella voce che canta il creato”; niccianamente gli uomini hanno ucciso Dio; “Gli uomini ti hanno ucciso, / ti abbiamo ucciso mio Dio !”.Il poeta però ha bisogno di Dio; ha bisogno anche del Dio morto. Infatti “Fa il miracolo, inarca gli orizzonti, dividi le acque dalle acque, / …salva l’innocenza, le nostre anime”. La poesia di Coppola si schiude così poderosamente alla filosofia nelle domande che solo a Dio possono essere poste. Per l’ennesima volta, il Nostro è fedele alla sua universalità; se la poesia lancia il suo sguardo su tutto, allora non può tralasciare, lo ripetiamo con forza, la domanda che scaturisce dalla condanna dell’uomo al pensiero. In questo modo la poesia di Antonio Coppola ci avvolge tutti e ci riguarda assolutamente da vicino.

Tutto ciò fa del Nostro, molto semplicemente, un artista indispensabile.

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Enrico Bagnato

Maschere, Pelle e Dio di Antonio Coppola

Poeta di ampio e complesso orizzonte, Antonio Coppola non rinuncia mai a far lievitare nei versi la natia Calabria

Il libro riunisce in ristampa le raccolte Frontiera di maschere con presentazione di Saverio Vòllaro (1978); Morte ad Halabja, con prefazione di Mario Lunetta (2004); Specchio di malie, con prefazione di Giuliana Lucchini (2014), le cui liriche sono qui pubblicate anche in traduzione francese e inglese. Seguono numerosi inediti: Poesie inedite 2014; Paesaggi, folgorazioni e sradicamenti; Poesie; E venne il mio spirito nelle tue mani. Poeta di ampio e complesso orizzonte, Antonio Coppola non rinuncia mai a far lievitare nei versi la natia Calabria che vi compare ripetutamente in barbagli sprazzi lacerti di immagini e suggestioni. Eppure la sua poesia si universalizza con passo naturale con l’ampliarsi delle tematiche e degli approfondimenti sul destino storico e trascendente dell’uomo. Perché per Coppola la poesia è una regina (mia regina) che costantemente lo accompagna in un cammino ascensionale e al cui sguardo e alla cui meditazione nulla si sottrae. Una regina che lo guida e sorregge fino alla soglia di Dio, che il poeta interroga, pure cosciente che non avrà risposta perché gli uomini lo hanno ucciso, ma ugualmente lo invoca affinché ne salvi le anime. Antonio Coppola qui anche esprime un umano sentimento di solidarietà e fratellanza che si eleva a canto civile, a poesia epica nelle forti accorate scansioni epicediche che il poeta dedica ai kurdi fatti gasare da Saddam Hussein, massacrati a migliaia ad Halabja. Antonio Coppola una volta di più si conferma un intenso cantore-testimone del proprio tempo.

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Vanessa Ruzza
IV Liceo Classico “Aeclanum” Di Mirabella Eclano (AV)
20/09/2014

Naufragio a Lampedusa di Antonio Coppola

“Vado via dal mio paese per morire in Italia”, questo verso così duro, che apre la poesia di Antonio Coppola, mostra lo stato d’animo di quegli uomini che vengono posti di fronte alla dura realtà che li aspetta una volta saliti sul barcone della speranza

 “Ennesima strage di migranti a largo di Lampedusa”, “800 morti in pochi giorni”, questi sono i titoli sconvolgenti che aprono le pagine dei nostri giornali da molto tempo oramai. Così tanto tempo che la gente si sta abituando a sentire tali notizie da non prestarci neanche più attenzione, così che le migliaia e migliaia di morti iniziano a scorrere nell’indifferenza comune. Ma quali sono i sentimenti che provano i migranti che vedono l’Italia come la loro ancora di salvezza per sfuggire a guerra, persecuzioni, povertà e carestia? “Vado via dal mio paese per morire in Italia”, questo verso così duro, che apre la poesia di Antonio Coppola, mostra lo stato d’animo di quegli uomini che vengono posti di fronte alla dura realtà che li aspetta una volta saliti sul barcone della speranza. Giungono ogni giorno e in numero impressionante: uomini, donne e bambini, anche piccolissimi. Credono di trovare qui un mondo decisamente diverso da quello che scelgono di lasciarsi alle spalle. Credono nelle condizioni di vita migliori, nel lavoro, in un’esistenza più decorosa e meno stentata. Hanno aspettative, sogni, speranze e, come tutti, vorrebbero vederli realizzati.

E guida il loro cuore e le loro menti l’auspicio che le brutture vissute, finché erano nel proprio Paese d’origine, non tornino più ad angustiarli; che la fame, la miseria e l’angoscia per sopravvivere siano, d’ora innanzi, solo ricordi. Ma devono fare i conti anche con la probabilità di non riuscire ad arrivare in Italia. Quei barconi, con una capienza bassissima, restano in balia del mare, sotto al sole, per giorni e giorni, fino a quando qualcuno si accorgerà di loro. Ma quanti moriranno nel tragitto? Quanti troveranno la loro tomba nelle acque azzurro-cobalto? La poesia rappresenta una spiegazione esemplare dei sentimenti contrastanti che gli uomini provano quando si rendono conto che il loro sogno è ormai infranto. La speranza di un futuro più sereno si infrange contro le onde del Mediterraneo. Un viaggio lunghissimo che parte dall’Africa  centrale, attraversa i deserti più duri, si arresta a poche miglia dalla fine, proprio quando il sogno sembrava ormai afferrato.

Così nel migrante, consapevole del suo destino, insorge la disillusione e la rabbia verso un Paese visto da sempre come il futuro e che invece diventerà la propria tomba. E si muore, nelle gelide acque, con le spade nel petto, con la mente che porta gli ultimi pensieri alla propria terra arida, alla vecchia casa, alla famiglia abbandonata per sempre. Tutto il testo è intriso di una forte rabbia, messa ancora più in evidenza dai numerosi enjambement che caratterizzano la poesia. L’Italia viene descritta esemplarmente dalla figura di Giano bifronte,metafora con cui il poeta allude al doppio volto mostrato dal nostro Paese: da un lato sembra concedere a larghe mani pace e ricchezza e dall’altro molto velocemente le ritrae. E tutto ciò che resta sono solo i resti dei sogni afferrati dalle reti dei pescatori.

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Acini di corrispondenza:

Bella raccolta, caro Antonio! Una vera “summa” della tua poesia. Densa e articolata, e molto bene presentata criticamente.
Paolo Ruffilli
27.nov.2014

Carissimo Antonio, leggo e rileggo il tuo libro colto in un onnivoro idillio dell’io caparbiamente calabrese, dove c’è il poeta (e l’uomo è forte)!
Domenico Cara
15.12. 2014

Caro Coppola, quasi contemporaneamente mi sono arrivati la rivista e la Sua raccolta di poesie, che riunisce molto opportunamente la Sua opera poetica davvero esemplare nell’andamento dei tempi e delle esperienze. Rileggo con ammirazione e con entusiasmo. Ma ho incominciato con gli inediti, davvero bellissimi. Con i più affettuosi saluti.
Giorgio Bárberi Squarotti,
Torino, 30 nov. 2014

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Notizie sui Critici*

Marilla Battilana, già docente di anglistica a Ca’ Foscari e poi di letteratura americana all’Università di Padova, è autrice di saggi e romanzi di successo. In particolare si menzionano quelli su Henry James ed Ezra Pound. Poetessa appartata e di robusto stile. Collabora a I fiori del male e con altre importanti riviste.  Con particolare riguardo ci pregiamo segnalare Occhiodiamante prefato da Mario Luzi (1989). Come non menzionare anche l’assidua, colta collaborazione con lo storico mensile di satira Il Caffè. Lasciata la cattedra nel 1996, si dedica a pittura e poesia, da lei coltivate fin dagli anni Sessanta. Ha tradotto in inglese le poesie Specchio di malie di A. Coppola.

Paolo Carlucci, vive a Roma è un giovane studioso e titolare di cattedra nei licei. Poeta di vaglio ha al suo attivo più pubblicazioni di poesia, l’ultima in ordine di tempo Il mare delle nuvole (2014). Conosciuto a Roma per la sua frenetica attività di critico. Conferenziere sui più disparati temi di letteratura Moderna-contemporanea e sulla poesia di autori del Novecento. Solida e versatile la sua preparazione storico-letteraria. È redattore e commentatore di spicco alle presentazioni de I fiori del male.

Giuliana Lucchini, esperta traduttrice e fine anglista. Conferenziera e lettrice rinomata di testi di poesia. Personaggio di straordinaria eleganza non di maniera, una connoisseur affabile ed aperta. Persona altrettanto ritirata e discreta. I suoi interventi sono sempre animati e all’insegna della grande esperienza storico-letteraria su scrittori e letterati internazionali. Poeta di lucida e decantata signorilità che raccontano l’altra faccia della verità con stile ordinato ed empatico.

Roberto Pagan, di origini triestine, vive tra Roma e la gradevole località di Gavorrano. Si è formato nella scia della superiore generazione mitteleuropea, da Saba a Stuparich e Marin che è riuscito in tempo a frequentare e conoscere. Poeta dialettale pure lui e anche in lingua. Studioso fermo e pacato di cultura vastissima, molti giovani lo frequentano per i consigli disinteressati che sa dare. Figura delle più attiranti.

Silvana Folliero, vive e lavora a Roma. I filoni principali della sua ricerca sono di ordine filosofico e critico-letterario. Personaggio combattivo e di superiore rilievo nella storia letteraria italiana. Ha scritto svariati volumi di filosofia e di critica. Menzionarli sarebbe arduo e non approderemmo a nulla. Diciamo che la sua figura è di primo piano e ha dato insegnamenti ai giovani di comportamenti coerenti e leali senza mai andare al di là dei suoi compiti. Ha istituito nel 1998 il gruppo di scrittura “Trasparenza visiva” con incontri interdisciplinari e dibattiti.

Sabino Caronia, autore di romanzi brevi e poeta saldamente (per noi) e giustamente ancorato alla poesia lirica, studioso di Cardarelli, di Belli e Leopardi. Conosciuto a Roma e in Italia per la sua compatta preparazione critica e per l’afflato che sa dare nelle conferenze alle sue lectio difficilior. Piacevole oratore conteso dagli autori giovani e meno giovani. Redattore facondo e brillante della rivista I fiori del male.

Daniela Quieti, vive a Pescara, studi classici e laurea In Lingue e Letterature Straniere, giornalista-pubblicista e Poeta. Scrittori e critici si sono interessati ai suoi lavori, da Romano Battaglia a Walter Mauro. Il suo palmarès è ricco di iniziative culturali e premi, oltre alla ricerca didattica e scientifica. Dinamica nelle attività culturali, di immediata comunicativa. Nelle sue poesie abbiamo gemme di rifrangenza semantica, lemmi abbaglianti e scie fulgenti di “approdi di pane e giustizia / ostaggi di segrete evasioni”.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istambul vive a Roma. Poeta e saggista di comprovato spessore, ha al suo attivo La nuova poesia modernista italiana (1980- 2010). L’altro lavoro, Dalla Lirica al discorso poetico (Storia della poesia italiana) (1945-2010) che gli ha fruttato critiche ingiuste e molti consensi di autorevoli studiosi. Il suo linguaggio demodulato di forte potenza icastica ha aperto nuove strade lastricate da mugugni e critiche. Figlio del destino e del vento, giocoso paroliere di calembour. Poeta visionario e vistoso, le propaggine della sua poesia derivano dall’uso indiscriminato del linguaggio dai motivi logici e spesso tautologici. È asistematico, come un Basilide, in sprint e accumulo per poi scontrarsi.

Monica Martinelli, è nata a Roma dove vive e lavora. Ha alle spalle un Master in Studi Europei e un Dottorato di ricerca sui rapporti tra Cina e Unione Europea, solida la sua preparazione che via via viene esemplata in dibattiti e studi su autori italiani e interviste dirette a scandagliare l’autore. Ha pubblicato ottimi libri di poesia, l’ultimo L’abitudine degli occhi (2015). Guido Oldani nella prefazione chiosa: “…Un libro libero da se stesso, dall’ansia di essere un buon libro di poesie. Un gesto dunque, gettato da una donna forsennata e educatissima nel vivo fuoco e incrocio che segna l’esistenza…”. Redattrice de I fiori del male.

Francesco Dell’Apa nato a Sellia Marina (CZ) vive a Roma dove si consolida anche la sua professione di docente di latino e greco. Autore di romanzi dal genere di intrecci che mirano allo scavo di personaggi ai limiti della miseria, barboni e/o dissociati. Compatto scrittore di saggi su autori latini che vertono dalla poesia anacrontea alle Baccanti di Euripide. Persona di poche parole ma di solida preparazione. Attualmente occupa il ruolo di vice direttore de I fiori del male.

Fausta Genziana Le Piane, docente di francese con la specializzazione giornalistica, articolista di acute critiche dal taglio cecchiano. Poeta di buoni risultati; ha al suo attivo scritti di notevole qualità. Sue sono le analisi degli articoli di critica letteraria su autori francesi che costantemente pubblica nella rivista I fiori del male. Ha tradotto in francese le poesie Specchio di malie ( 2014)di Antonio Coppola.

Marzia Spinelli, nata a Roma nel 1957, ha pubblicato un paio di libri di poesia Fare e disfare e Nelle tue stanze con segnali di meditazioni struggenti e con accenti di assoluta autenticità. Poesia di introspezione intorno agli affetti familiari, alla figura materna. Assidua lettrice di buona poesia, attenta e misurata nelle analisi critico-letterarie. Redattrice de I fiori del male. Pacata e dimostrativa nelle sue riflessioni improntate alla chiarezza e al buon gusto.

Andrea Mariotti, è nato a Roma città dove vive e lavora. È poeta di dolce incanto con una qualità di testi davvero considerevoli, dinanzi all’opzione di un impegno di critica sviluppata a tutto campo. Le riuscite più compiute nella poesia sono quei testi che nascono in controtendenza da rappresentare un atteggiamento verso il passato e lo sviluppo di una poesia modernista. È autore di saggi su Caproni, Pasolini, Saba e Ungaretti che ingloba e attira in un dispositivo estetico. Mariotti collabora con fervore e dedizione alla rivista I fiori del male. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sullo Zibaldone di Giacomo Leopardi.

Robertomaria Siena, già professore emerito dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Conferenziere imbattibile, pronto e audace nel dibattito, scrupoloso critico e storico dell’Arte. Ha al suo attivo lavori brevi di critica d’arte su pittori giovani e di talento. Studioso di derivazione arganiana. Ha fatto conoscere centinaia di artisti rappresentati in mostre d’arte con annesso catalogo storico monografico. Attualmente è il Direttore artistico della rivista I fiori del male. Sue sono le penetranti e filosofiche “Interviste impossibili” nella medesima rivista. È anche autore di sillogi poetiche.

Enrico Bagnato,vive e opera a Bari. È poeta, drammaturgo e autore di racconti. Ha svariate pubblicazioni di teatro, spesso i loro testi sono stati rappresentati con successo. Redattore de La Vallisa, affascinato dalla Capitale fa frequenti viaggi a scopo culturale. Un lavoro, tra gli ultimi, da segnalare L’avventura di San Nicola (2015) cantata in versi con sorprendente pathos che narra le traversie del Santo dal giorno in cui arrivò da Myra.

*Le notizie sono redatte da Antonio Coppola

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