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I graffi della luna
        Le trame in volo esisteranno sempre

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Nella raccolta poetica “I graffi della luna”, Roberta Degl’Innocenti, che ha sempre amato scrivere i sogni, mai la vita, come ella stessa scrive “fra carezze leggere e pareti cristalline”, si intercala nell’essere-cuore della donna, ne cerca di carpire il segreto, il brivido, la leggerezza, il mistero, il turbamento, che poi è quello di un tutto che mai finisce. La poetessa chiede felicemente a un “Tu” di raccogliere “quel vento uscito dalla porta femminile che vaga sulle ciglia” ovvero, in una parola, la poesia profonda insita nell’anima femminile. E’ infatti lei, la prima a constatarla, quell’anima sperimentata che è terra e guizzo, sofferenza e sacrificio, in un rimando alle due donne per eccellenza e agli antipodi: la primordiale (Eva) e la più santa (Maria).

Un libro che è percorso-vita diviso in sezioni delle quali “Turchina”, ne segna l’inizio: questa sezione è Tempo, movimento, mutazione, e il suo passare è privilegio del graffio della natura, restano i desideri e i sogni mai smarriti “nel cerchio delle rose”, per chi resta “fata” o “bimba” con gli occhi della mente, e ci sono “chiaroscuri” nel percorso, promesse, viole innocenti, destini: uno sguardo “d’acquario” da cui traspare essere e promessa di una nascita e ri-nascita a destinazione.

I rumori si fanno turchini, le stesse parole e l’alba lo sono e i desideri “liberi aquiloni”, mentre i sogni che “non si possono diluire” fanno dell’ora, la viola, quando arriva la luna e il cielo si fa altro, accoglienza e brevità.

Il mondo dell’incanto, del sogno e della magia è un mondo prediletto a chi desidera sognare e desiderare, ecco allora “i graffi della lunaprendere corpo, diventare ‘incisioni’ sulla pelle e nell’essere, e non ci sono camuffamenti, non si torna indietro, nonostante il passaggio avvenga di notte, nella trepidazione del pensiero, nell’abbandonarsi al sonno, alle ombre, ai fantasmi, all’onirico e all’inconscio, mentre i sogni diventano coralli da portarsi dietro, quando torna il giorno.

La luna scandisce il tempo, ciclicamente, in un alternarsi eterno e l’essere umano, non è indifferente a questo, aquell ’’argento vivo’, lunare, che ci rende partecipi del passaggio. Il mondo della luna è graffio e visione: ogni cosa descritta acquista un accostamento importante, un colore, sotto le influenze del corpo celeste, per cui il tuono si fa ruvido, il palpito serpente, lo sbadiglio è di betulla, della sera, lo sfinimento è pervinca.

Nonostante l’attimo perduto delle rose sia il solo, a essere e morire nel tempo, occorre passare e rendere colore ai passi: così celesti, non possono che essere gli stessi libri per l’autrice, orme, discrete anime, mezzi per respirare che offrono ragioni per sognare e per pensare: i libr ifanno fessure nella notte”, proprio in concomitanza con la luna, illuminante al buio: entrambi, lasciano graffi al passaggio.

Nella sezione seguente, “Ragazzi e Sogni”, si riscopre quel candore per cui tutto diventa immagine mentre il giardino dell’adolescenza si fa“città”:contiene tutto, silenzio, gentilezza, vita, ricordi, ogni cosa resta perfettamente intatta. Si incrementano in un crescendo musicale i fiori, la mentolina, i gerani, i petali, gli arcobaleni e i gelsomini che vengono a individuare candidamente il sostantivo, così che la parola acquista vita e colore proprio: Venezia diventa ‘giuramento’, le parole diventano un ‘sussulto pervinca’, le ore colmano ‘la pergamena’ e si profumano di verde, le pagine hanno ancora il sapore di svelare il ‘mappamondo dei segreti’ di quell’età, così il sogno si fa ‘spiga nella nebbia’ e la sera, diventa abitabile ad ogni età.

Ecco allora che il libro, così come il paesaggio, si fa rapimento, restano i momenti meravigliosi, che ci commuovono ancora, la storia riacquista il sapore del vissuto, anche i sassi del mare, sono ‘gementi’quella storia, paiono personificarsi guardandoci e riconoscendoci nel viaggio e nel tempo.

Quest’ultimo acquista il significato di un ‘pegno adolescente’ importante per i ragazzi che si amano: c’è sempre il tempo per essere ‘principesse’ e rivivere musica e poesia, privilegio dei poeti. Con la poesia può rivedere la vita e ‘se lo specchio certifica la ruga’, il fiume della vita continua nello scorrere, per farci riscoprire il tempo, direzione che ciascuno di noi vuole intraprendere.

“Il sogno della neve”è la terza sezione del libro, preceduta da un omaggio a Fabrizio De Andrè, ed è un continuo del flusso: la sera ha una voce limpida e assume ogni possibile forma poetica: essa si sveste, incanta, bisbiglia, balla, ci confonde, insinua, è stanca damigella e profuma allontanando ‘le trame’. Questa sezione è ‘un Bianco Luce’ che tutti sogniamo nell’inverno dei giorni della vita.

Il sogno sembra essere qui, sempre più descritto in maniera originale, quasi si fa danza, neve, ‘fiore di campo e ombra leggera’. Ogni ricordo e memoria, anche di luoghi cari come Madonna di Campiglio, diventa ricamo bianco, in cui tutto appare ‘già scritto’, come in una fiaba, che di neve dorme piano.

Si giunge così alla sezione “Rosso Miele” che trae il titolo, come nelle altre sezioni, da una poesia all’interno contenuta: il colore non perde la sua genuinità e candore, seppur colorandosi di rosso nelle memorie per Firenze, negli stacchi delle danze autunnali silenziose e d’arancio, in cui si arrendono le foglie giunte alla caduta del percorso vitale, formando un tappeto strutto nei bellissimi richiami di tramonti, e così avviene nella sezione “Viaggi Indiscreti”, che ne continua il sentiero meta-viaggio, in cui si evocano città come Genova ‘di rughe e spasimo di colori’, sfacciata di purezza, dalla quale esce una spiritualità creante quasi turbamento, nell’autrice stessa che se ne appropria, nell’intuizione di uno ‘strappo verticale’ inferto al tempo: esso diventa dunque motivo di respiro ancora più ampio, in un crescendo musicale e ritmato, vertigine al cielo nella sorpresa degli ‘anni in corsa’, degli abbandoni, dei graffi nella consapevolezza, tanto che l’autrice scrive: ‘mi concupisce l’ora della resa a un tavolo tranquillo’ mentre inquieto un cerchio denso risponde, giungendo all’epilogo dell’ultima sezione “La casa dei mattoni rossi”: occorre fermarsi, anche se il mistero non ha concluso il suo ciclo alto e nelle tasche restano ancora ‘spiccioli di ore, un passo viola’mentre il tempo, respirato, ci respira, e c’è sempre una trama da scoprire ‘ancora in volo’.

Turchina

Era l’ora dei lupi e delle trame,
le donne accese nei falò di luna,
si stringevano i seni fra le dita,
dritti i capezzoli al fumo della notte.
Quando la musica del flauto s’incatena
l’iride della luna si fa rauca.
Luci turbate nella notte insonne,
di canti e di sospiri un sogno breve,
un sentiero di onde, quasi un rito,
incantesimo strano, labbra rosse.
Era l’ora del cielo e dell’abisso,
turchine le parole sulle mani.
Il rumore del nulla, morsi e sguardi.
D’azzurro l’alba, sorpresa della luce.

I graffi della luna

I graffi della luna si confondono
in capricciose linee sulla pelle.
Prigioniero il respiro.
La luce fattucchiera si riprende,
trepidazione breve, senso strano.
Sui seni bianchi di carezza attesa
la mappa dei pensieri è desiderio,
spartito d’ore fragili, un fiato di gazzella.
Invito lento l’abbandono.
I graffi della luna sono palpiti,
indugio della veste, velluto nero
il tremito dei fianchi, ricamo
vagabondo sopra il grembo.
Come soffi leggeri si muovono,
impazziti, i battiti convulsi della notte,
perduta, senza linea di confine.
Ombre chiare d’azzurro i sogni.
Solo l’argento è filo clandestino,
luce perversa, tremito languore.
I graffi della luna si confondono,
sono farfalle adulte, la cantilena
dolce della neve, due labbra rosse
invito della pelle.
Un sogno di coralli sulle mani.

Labbra caprifoglio

La vita mi scorreva sulle dita
con dolcezza furfante, in aeree
nubi e guizzi capovolti.
Soffia l’ora gentile della quiete
senza rimpianti o nebbie di tepore.
C’è una città in giardino, un brivido di foglie.
Giallo oro il silenzio.
S’inchina il fiume in ombre trasparenti.
Perfida la luce. Iride verde di mentolina
scaltra, impavida all’autunno.
Solo i gerani hanno petali di piume,
arcobaleni rossi di languore.
Di pelle e sale il sogno mio di brezza,
un palpito improvviso di sirena,
un canto di furore gelsomino.
Nel sogno breve, dimora di candore,
mi destano le labbra caprifoglio.
E siamo ancora noi, ragazzi intatti.

Rossomiele
(Firenze in ottobre)

Indugia la città nel suo respiro,
principessa di vicoli e cortili.
La danza delle ore, il passo breve,
le porte d’oro brillano il tramonto.
C’è un fiume che separa le due sponde,
un’aria di stupore sulle ciglia.
Sui davanzali migrano gli odori,
in sintonia di ponti, quasi un gioco.
S.Niccolò si perde nei presagi
di orme come nubi. Sbadiglia il silenzio.
Piazza della Repubblica è rito della sera,
le Giubbe Rosse un sogno di parole.
Pensosa la città dentro le mura.
Negli occhi il lampo di una fuga,
un passo indietro, quasi girotondo
di case torri in doppiopetto grigio.
Un vascello di carta vola il fiume,
rapimento leggero, traccia e segno.
Di pelle e amore mi prende la città,
compagna di respiri vagabondi,
ansia di versi rapidi, impazienti.
Tramonto Rossomiele sulle dita.

Recensione
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